Storie Mondiali, 1958: Pelé, un pallonetto alla grande Svezia

Storie Mondiali, 1958: Pelé, un pallonetto alla grande Svezia

Nella Coppa del Mondo scandinava nacque la stella di O Rei, il più giovane a segnare e a trionfare in un Mondiale. Il primo storico titolo per la Seleçao che aprì un ciclo irripetibile

Jacopo Pascone/Edipress

30 novembre 2022

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Non può esistere una Coppa del Mondo senza il Brasile. E infatti non c’è mai stata un’edizione dei Mondiali alla quale la Seleçao non abbia partecipato. C’era nel ’34 in Italia – insieme all’Argentina unica nazionale sudamericana –; o nel ’38 in Francia, con la catastrofe della guerra alle porte e nonostante tutte le problematiche che comportava una traversata oceanica, in quel caso unica rappresentativa del Sud America, sconfitta in semifinale dagli azzurri. Le conseguenze del Maracanazo arrivano fino ai giorni nostri, figurarsi nel ’58, quando la Seleçao doveva ancora porre sulla propria maglia la prima stella. Oggi è l’unica nazionale “pentacampeão”…

Il Mondiale di Svezia 1958

Nel ’58 la Fifa opta per la Svezia. Mancano Italia e Uruguay, le regine del Mondiale con due affermazioni per parte nelle prime cinque edizioni. Il Brasile è l’unica delle 16 nazionali ad aver partecipato a tutte le precedenti dispute, ma questa volta i galloni di favorita vengono posti sulle divise di Francia e Inghilterra, oltre che sugli svedesi padroni di casa. Per la prima (e unica) volta sono presenti tutte e quattro le “Home Nations” (Scozia, Irlanda del Nord, Galles e, appunto, Inghilterra). Insieme all’Unione Sovietica di Lev Jasin (campione olimpica nel ‘56 e futura campione d'Europa) e al Galles di John Charles, l’Irlanda del Nord carnefice dell’Italia è debuttante assoluta. Giusto spendere qualche riga per lo squadrone dei padroni di casa svedesi, o almeno per gli “italiani” che ne fanno parte, visto che gli azzurri non ci sono: il capitano, Liedholm, leader tecnico e carismatico anche del Milan; Hamrin, l’Uccellino della Juve che ha spiccato il volo, reduce da una stagione da 20 gol in prestito al Padova; Gren, ormai rientrato in patria e a fine carriera, ha diviso il centrocampo con il Barone in rossonero e vestito le maglie di Fiorentina e Genova; Selmosson, in procinto di passare dalla Lazio alla Roma; Skoglund, centrocampista offensivo dell’Inter; Gustavsson, centrale difensivo dell’Atalanta. Anche l’allenatore, l’inglese George Raynor, ha un passato nella nostra Serie A, avendo guidato Juve e Lazio. Insomma, è una Svezia italiana.

La Seleçao di Feola

Dietro alla prima stella cucita sulla maglia canarinhos ci sono scalfite quattro lettere a caratteri cubitali. Nel Mondiale del ‘58 in Svezia avviene l’esplosione di una supernova come non si era mai vista. Una "presa in giro" di quattro lettere diventerà il nome calcisticamente più pronunciato dei prossimi vent’anni. Edson Arantes do Nascimento vorrebbe essere riconosciuto semplicemente come Edson, ma se a 17 anni e 239 giorni segni il tuo primo gol in un Mondiale vestendo la 10 della Seleçao, fa lo stesso se ti chiamano Pelé. Il ct verdeoro – è solo il secondo Mondiale con questi colori per il Brasile, che ha abbandonato la divisa bianca dopo il Maracanazo – Vicente Feola, oltre al giovane Edson, porta in Svezia gente come Garrincha, Didi e Vavá. A difendere i pali c’è il portiere brasiliano più forte di sempre, Gilmar; davanti a lui una difesa che regge sul capitano Bellini e trova sbocchi sulle fasce con due locomotive: Djalma Santos sulla destra e Nilton Santos sulla corsia opposta. Zito è l’unico equilibratore a centrocampo, poi tutti attaccanti: il quartetto delle meraviglie sopracitato viene completato con Mario Zagallo.

La marcia del Brasile alla conquista del primo Mondiale

Il Brasile, arrivato in Svezia dopo un ritiro di circa tre mesi, viene inserito nel gruppo 4 con Unione Sovietica, Inghilterra e Austria. Quello austriaco non è però più il Wunderteam di un tempo e l’8 giugno viene spazzato via (3-0). Sul tabellino finisce Nilton Santos, ma la doppietta che apre e chiude la gara viene refertata con un cognome italiano. Sui tabellini dell’epoca si legge “Mazzola”: è José Altafini, scelto da Feola come riferimento offensivo per lasciare a riposo la "santabarbara". In quella formazione – come in quella che pareggia 0-0 nel secondo incontro a Göteborg contro gli inglesi – c’è anche Dino Sani, futuro cervello del Milan campione d’Europa. Solo dalla terza gara si vedono in campo Garrincha e Pelé, con i 50mila dell’Ullevi pronti per godersi la sfida tra la "Perla Nera" brasiliana e il “Ragno Nero” russo. Vince Vavá, 2-0, sfruttando un assist senza senso di Didi nel primo tempo e chiudendo una combinazione veloce in area con Pelé nella ripresa.

La Seleçao passa il girone con 5 gol fatti e 0 subiti, l’Unione Sovietica ringrazia l’Austria che ha fermato l’Inghilterra e si qualifica comunque per i quarti. Il gruppo 4 incrocia il 3, quello della Svezia, dove come seconda passa il Galles.

I quarti di finale: Brasile-Galles

Si gioca ancora all’Ullevi, il 19 giugno, questa volta popolato da molti meno spettatori, tutti convinti che il match non abbia storia. In effetti è così: la Seleçao conferma le impressioni riportate fin dalla prima gara contro l'Austria: quella linea che ha per capisaldi De Sordi, Bellini e Nilton Santos, un terzetto tecnicamente impeccabile, che alla perfetta padronanza del pallone aggiunge solidità fisica e coraggio, appare invalicabile. Eppure – malgrado la cruciale assenza di John Charles – il Brasile la spunta soltanto di misura. Al ’66 Pelé riceve in area da Didi, tutti aspettano la chiusura del triangolo, lui si gira a velocità supersonica, con un mezzo pallonetto salta il numero 5 avversario e batte Kelsey. Edson diventa così il più giovane di sempre a segnare in un Mondiale. Il difensore schernito dal 10 si chiama Mel Charles, fratello del Gigante Buono, che sicuramente sarà stato magnanimo.

La semifinale: Brasile-Francia

In fondo al tabellone ci arrivano anche Germania Ovest, Svezia e Francia. La Seleçao, per ciò che si è visto data ormai da tutti come favorita assoluta, affronta a Solna la nazionale francese, trascinata da Just Fontaine – in gol in tutte le partite giocate – e dal leader tecnico Raymond Kopa, stella del Real Madrid e futuro Pallone d’Oro.
Due squadre di stampo diverso, che giocano un primo tempo ricco di vibranti emozioni, di spunti originali, di un calcio che non sembra di fine anni ’50. Vavá segna dopo due minuti sfruttando l’ennesima giocata del fenomenale Garrincha; Fontaine pareggia subito. Sul finire del primo tempo Didi pesca il jolly da 30 metri, ma prima c’erano state almeno 8 chiare occasioni da gol create dalla Seleçao, circa la metà dai francesi: un confronto ad armi impari, ma non privo di fascino e suggestione. Se i Galletti reggono nella prima fase, non possono fare altrettanto nella seconda, dovendo virtualmente rinunciare al numero 10 e capitano Robert Jonquet, perno della difesa. È qui che Pelé scrive la leggenda, segnando non ancora 18enne una tripletta in una semifinale Mondiale. Sullo sfondo una sinfonia continua di tunnel, tacchi, dribbling, sterzate, uno-due: da orgasmo calcistico. I tabellini hanno incoronato O Rei, lasciando troppa poca gloria a un altro artista straordinario come Mané Garrincha, che contro la Francia serve una decina di palle gol nitide, di cui “solo” tre concretizzate dai compagni. L’incontro termina 5-2, con la rete di Roger Piantoni. I francesi si accontenteranno del terzo posto, mentre Just Fontaine, nel Mondiale dei record di Pelé, scriverà il suo personale capolavoro: con 13 reti è ancora oggi il calciatore ad aver segnato di più in una singola edizione.

Pelé, un pallonetto alla grande Svezia

Il 29 giugno 1958 al Rasundastadion di Solna, sotto un cielo grigio e davanti agli occhi di Re Gustavo VI Adolfo di Svezia, si gioca la sesta finale Mondiale della storia. A contendere il trofeo alla Seleçao vestita di blu sono proprio i padroni di casa, che a sorpresa passano in vantaggio al quarto minuto con un pregevole rasoterra di Nils Liedholm. Ma nulla possono di fronte all’impeto brasiliano. Il portiere veterano Svensson raccoglie due volte il pallone in fondo al sacco in mezz’ora, doppietta di Vavá, due gol identici – facili, facili – arrivati sugli instancabili guizzi del solito Garrincha, che 100 volte punta sulla destra e altrettante riesce a sfondare. Nel mezzo anche un palo clamoroso della Pelé con una sassata da lontano. Il tempo del bimbo d’oro arriva al ‘9 della ripresa: Nilton Santos scodella in area… qui la storia si ferma per teletrasportare fino ai giorni nostri una perla senza tempo. Stop di petto, sombrero al difensore svedese e destro al volo: è un pallonetto a tutta la grande Svezia, che vale l’inappellabile 3-1 per il Brasile.

Zagallo firma il poker al 68’, prima del 4-2 opera del futuro Real Madrid Agne Simonsson. Al 90’ ancora Pelé sale in cielo per raccogliere il cross di Zagallo e chiudere la contesa sul 5-2. Con le maglie bagnate dal sudore e gli occhi irrorati dalle lacrime, i verdeoro portano in trionfo Vicente Feola; perfino il Re scende in campo per congratularsi con i campioni. È la prima (e unica) affermazione di una squadra sudamericana in territorio europeo, ma soprattutto è la prima storica vittoria per la Seleçao.

Il Maracanazo è il passato; Pelè – che nel ’70 chiuderà il cerchio portando definitivamente in Brasile la Coppa Rimet, con il suo compagno Zagallo in panchina – il futuro: a neanche 18 anni è già O Rei do Futebol.

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