Kopa, dalle miniere fino al Grande Real e al Pallone d’Oro

Kopa, dalle miniere fino al Grande Real e al Pallone d’Oro

Nato in povertà il 13 ottobre 1931 da una famiglia polacca, ha vestito le maglie di Angers, Stade Reims e delle Merengues scrivendo la storia del calcio francese

Jacopo Pascone/Edipress

10 giorni fa

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Il primo fuoriclasse del calcio francese, Raymond Kopa, nacque nell’estremo Nord della Francia il 13 ottobre di 90 anni fa. La sua storia, oltre a essere quella di uno straordinario campione, racconta di un uomo di carattere che fuori dal campo ha saputo intraprendere molteplici attività, portando avanti i suoi interessi e quelli della sua categoria. Una figura dal vissuto toccante e intenso. 

L’infanzia a Noeux-les-Mines

Kopa nasce da una famiglia di emigranti polacchi, trasferitasi a Noeux-les-Mines al tramonto del primo grande conflitto mondiale. Il bimbo prodigio cresce infatti con il cognome di Kopaszewski in una vera e propria comunità polacca, che a quei tempi si stabilisce in Francia. La regione abitata è ricca di minerali, motivo per il quale la sua famiglia di minatori sceglie quel luogo per vivere. Fin da piccolissimo si appassiona al calcio, sport che pratica con costanza e sfrenata passione. A scuola, vista anche la poca confidenza con la lingua – a casa Kopaszewski si parla polacco –, incontra grandi difficoltà. All’età di 8 anni, insieme ai ragazzi della comunità polacca presente nel paese, crea una squadra di quartiere che gli permette presto di essere notato dalla formazione del posto per le sue spiccate capacità: già da giovanissimo è un funambolo, un artista del dribbling pronto per trasferire le sue serpentine dalle strade e dai cortili ai campi di calcio. Un episodio che rappresenta il caratterino forte e irriverente del giovane Raymond verrà da lui raccontato anni più tardi. Durante l’occupazione tedesca i soldati si appropriarono di un campo da calcio per passare il “tempo libero”, ma gli adolescenti di Noeux-les-Mines gli rubarono il pallone: «Alla nostra maniera, abbiamo quasi fatto un atto di resistenza». Sicuramente un atto di coraggio, quello non è mai mancato al piccolo grande fuoriclasse francese di origini polacche. Raymond vive con il pallone sotto il braccio, ma nella povertà assoluta, motivo per il quale, come tutto il resto della famiglia, deve darsi da fare nelle miniere di carbone.

Gli inizi e il passaggio allo Stade Reims  

In età adolescenziale comincia a giocare per il Noeux-les-Mines, mentre a 16 anni è vittima di un incidente sul lavoro: non tutti i mali vengono per nuocere, si dice. Raymond perde parte del pollice e dell’indice sinistro, dita che gli vengono parzialmente amputate. Questo gli dà diritto a una piccola pensione e lo esclude dalle miniere. Sul campo è una furia e un anno più tardi viene prematuramente affiliato alla prima squadra del club. Il cognome Kopaszewski comincia a girare nella sede delle squadre professionistiche transalpine: l’Angers e lo Stade Reims mettono gli occhi sul giovane talento. Con il figlio ancora minore, la trattativa è nelle mani di papà Franz, che accetta un conguaglio di 100mila franchi dal club bianconero. È qui che il nome del giovane Kopaszewski viene francesizzato in Raymond Kopa. Un biennio povero dal punto di vista dei risultati di squadra riesce comunque a risaltare le sue prestazioni: nel 1951, a 20 anni di età, Kopa è pronto per il salto di categoria dalla Division 2 alla Division 1, dove vestirà, finalmente, la maglia dello Stade Reims. L’iniziale periodo di prova è presto superato e la società biancorossa decide di pagare il compenso richiesto dall’Angers (un milione e 800mila franchi), offrendone 500mila al giocatore. Al Reims Kopa diventa un astro del calcio europeo, un calciatore totale capace di svariare su tutto il fronte d’attacco. Il suo ruolo naturale è quello di ala destra, ma grazie alle sue spiccate doti nel dribbling, alla fantasia, alla precisione nei passaggi e nelle conclusioni a rete, viene spesso impiegato come punta centrale: una sorta di moderno falso 9, che non dà punti di riferimento facendo della mobilità e della rapidità le sue armi migliori (le caratteristiche fisiche non sono certo quelle di un centravanti dell’epoca visti i suoi 169 cm). Con i biancorossi milita per cinque stagioni conquistando subito la maglia della nazionale, che vestirà in 45 occasioni mettendo a referto 18 reti. In campionato raggiunge la doppia cifra per tre annate consecutive, aggiudicandosi due titoli (1952-53 e 1954-55) e una Coppa Latina (1953). La sua carriera sale ulteriormente di livello nel 1956, anno della svolta.   

La finale di Coppa dei Campioni, il Real Madrid e il Pallone d’Oro 

L’ultima partita della sua prima parte di carriera con la maglia del Reims è la finale della prima storica edizione della Coppa dei Campioni. I biancorossi perdono contro il Real Madrid, squadra che nell’estate successiva vince la concorrenza dei più grandi club europei, aggiudicandosi il cartellino di Kopa per 520mila franchi. Dalle miniere di Noeux-les-Mines, dove ha rischiato di perdere una mano, al Grande Real: il destino ha riservato al piccolo Kopaszewski una favola incredibile. E non è finita qui. La famiglia lo segue nella Capitale spagnola dove lo aspetta il trio delle meraviglie composto da Rial, Di Stefano e Gento. Il triennio a Madrid lo consacra definitivamente tra i più forti calciatori di sempre. Nella prima stagione vince campionato e Coppa dei Campioni, successo bissato nell’annata successiva (in Europa a farne le spese sono la Fiorentina nel 1957 e il Milan nel 1958). L’estate del ‘58 è quella del Mondiale svedese, vinto dal Brasile del giovane e già fenomenale Pelé, nel quale la Francia di Kopa si piazza al terzo posto, grazie anche alle 13 reti messe a segno da Just Fontaine (l’attaccante che il Reims aveva acquistato per sostituire il ragazzo proveniente dalle miniere). Le sue giocate, unite alle vittorie con il Real Madrid, gli consentono di aggiudicarsi l’edizione 1958 del Pallone d’Oro, primo francese della storia a ricevere l’ambito riconoscimento individuale (dopo di lui ci riusciranno solo Platini, Papin e Zidane). L’avventura in maglia Blancos si chiude nel ’59 con la conquista della terza Coppa dei Campioni consecutiva in finale proprio contro il “suo” Reims. Il club francese è ancora nel destino di Kopa, che dopo i successi di Madrid torna a vestire biancorosso per vincere al fianco del bomber Just Fontaine altri due campionati (1959-60 e 1961-62). Dopo un’ultima parte in netto calo, chiude la carriera da calciatore nel ‘67 con un palmarès invidiabile, ma soprattutto con un posto fisso tra le leggende del calcio.    

Rivoluzionario, uomo immagine e imprenditore: gli altri lati di Kopa

Appesi gli scarpini al chiodo, continuò a calcare i campi da calcio amatoriale fino a tarda età, ma Raymond Kopa non fu solo uno straordinario calciatore: fu una persona estremamente intelligente, che seppe sfruttare al meglio la sua immagine e i mezzi a sua disposizione, oltre che un vero e proprio rivoluzionario. «Ancora oggi, in pieno XX secolo, il calciatore professionistico è il solo uomo che può essere venduto e comprato senza che si domandi il suo parere», Kopa portò avanti una vera e propria battaglia che gli costò anche inimicizie e squalifiche in ambito federale. Un uomo cresciuto nella povertà, che ha vissuto da vicino l’occupazione durante la guerra e che quindi più di altri conosceva il significato di libertà. Questo spirito lo portò avanti per tutta la vita, giocando un ruolo fondamentale nell’applicazione dei contratti nel calcio francese. Questi in Francia non esistevano: i calciatori erano legati ai club da obbligazioni a tempo indeterminato, avendo quindi un potere decisionale pari a zero. I contratti in Francia, grazie al suo sforzo, unito a quello di altri colleghi, vennero inseriti nel 1969. Inoltre, parallelamente alla sua carriera da calciatore, sfruttò la sua immagine anticipando già negli anni ’60 i tempi moderni. Prima stipulò un accordo con la Nöel per commercializzare materiale sportivo con il suo nome, poi fondò il Gruppo Kopa, la sua linea di indumenti sportivi. Fu anche imprenditore in altri ambiti al di fuori dello sport: un uomo che ha viaggiato a 100 all’ora, non solo in campo, ma fino alla fine, anche nella vita.

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