Milan-Napoli, i ricordi di José Altafini

Milan-Napoli, i ricordi di José Altafini

"In campo ero come Careca. Andai via dai rossoneri per colpa di Gipo Viani ma sotto il Vesuvio mi sono divertito tantissimo"

19 dicembre 2021

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Negli anni Sessanta José Altafini è stato uno degli attaccantipiù forti della Serie A. Trascorse quel decennio tra Milan e Napoli diventando uno dei doppi ex più importanti nella storia dei due club. Abbiamo voluto intervistarlo per andare a spolverare i ricordi legati alle esperienze che ha vissuto in maglia rossonera e ai piedi del Vesuvio.

José, che tipo di attaccante eri?

"Ero un centravanti che giocava a tutto campo, sullo stile di Careca. In Brasile ero abituato così: mi piaceva molto partire da lontano perché riuscivo a liberarmi meglio".

Ci racconti il tuo arrivo al Milan?

"Fu determinante la tournèe che fece il Brasile in Italia prima dei Mondiali del 1958. Arrivammo a Roma e poi giocammo una partita a Firenze contro la Fiorentina: vincemmo 4-0, io feci due gol. Dopo qualche giorno andammo a Milano per giocare contro l’Inter: anche lì vincemmo 4-0 e io feci gol in rovesciata. Quello forse accese l’interesse nei miei confronti. Dopo il Mondiale, tornato in Brasile, iniziò una trattativa tra la Roma e il Palmeiras. I giallorossi proposero una cifra ma a un certo punto arrivò un telegramma del Milan che riportava un’offerta superiore. Così il Palmeiras mi cedette ai rossoneri".

Quale fu il tuo momento più bello con la maglia rossonera?

"I primi anni sono stati stupendi forse anche perché ero molto giovane. Fu bellissimo vincere la Coppa dei Campioni, la prima di una squadra italiana. Quell’anno non andammo molto bene in campionato, ma in Europa io feci 14 reti in 9 partite, un record che nessuno ha mai battuto. Dicono che l’ha battuto Ronaldo, ma Ronaldo non ha battuto niente: lui ha giocato un sacco di partite, io solo nove! (nella Champions League 2013-14 Ronaldo segnò 17 reti in 11 partite, ndr)".

Cosa ti piaceva di Milano e cosa, al contrario, non amavi?

"Di Milano non mi piaceva il freddo! Per il resto era tutto piacevole, una grande città".

Perché lasciasti il Milan?

"Perché c’era il direttore sportivo, Gipo Viani, che ce l’aveva con me. Quando il Milan perdeva una partita, lui entrava nello spogliatoio e dava la colpa a me. Tanto che una volta un compagno, Amarildo, si inalberò dicendo: “Ma come, date sempre la colpa a lui?”. Così a un certo punto io feci un’annata bruttissima perché non stavo a posto, non ero tranquillo, e così chiesi di andare via. Ci fu una trattativa con la Juventus che però non piacque al presidente Felice Riva. Così alla fine approdai al Napoli. Ma andai via non perché ce l’avessi col Milan: ce l’avevo con quel dirigente".

Come definiresti gli anni passati a Napoli?

"Meravigliosi! L’unico rammarico è che non ho vinto niente. A Napoli è tutto una festa, rimpiango il tempo che ho vissuto lì: c’era un’allegria pazzesca. L’ultimo anno con loro avevo il cartellino libero e desideravo tornare a giocare la Coppa dei Campioni. Ecco perché, dopo sette stagioni, decisi di andare alla Juventus".

Come ti trovasti con Sivori?

"Ricordo che Sivori aveva paura che noi dovessimo lottare per la salvezza perché quell’anno il Napoli era appena stato promosso in Serie A. Io gli dissi: “Omar, a me non importa che sia tu il re di Napoli. A me importa solo che tu mi faccia fare gol”. Alla fine andammo bene, il primo anno facemmo un campionato strepitoso. Portavamo 80.000 persone al San Paolo e 10.000 fuori casa".

Che difficoltà incontrasti a Napoli?

"I brasiliani sono un po’ come i napoletani perciò non mi sono trovato in difficoltà in nessun momento. Mi è dispiaciuto che quando andai via mi dettero del cuore ingrato. Ma non è vero: quando lasciai il Napoli io avevo un contratto libero e la società non mi chiese di rimanere".

La tua immagine è quella di un compagnone: con quali giocatori legasti di più nella tua carriera?

"Nel Milan con Maldini perché eravamo compagni di stanza nelle trasferte ed era il mio capitano. A Milano ci trovavamo sempre all’Assassino: lui mangiò lì per una vita. Avevo un rapporto bellissimo con lui, fu l’unico con cui legai. Mentre nella Juventus il compianto Morini, che è morto poco tempo fa, è stato mio amico. Fare il calciatore è simile ad andare in vacanza al mare: conosci un sacco di gente, passi due settimane insieme e ti scambi i numeri di telefono. Ma poi non richiami più. Sono rari i giocatori che si frequentano e diventano amici".

Oggi chi avrebbe più bisogno di Altafini: il Milan o il Napoli?

"Il Milan, perché Ibrahimovic a quarant’anni sta facendo il massimo ma non è che può giocare sempre. Sai qual è il mio grande sogno? Svegliarmi e giocare una partita a San Siro con 80.000 persone e avere ancora ventiquattro anni".

José, un’ultima domanda: perché non ti sentiamo più fare le tue fantasiose telecronache?

"Mi è dispiaciuto molto smettere ma devo dirti la verità: l’ho fatto perché morivo di freddo! Ricordo una trasferta a Donetsk: c’erano 18 gradi sotto zero… stavo malissimo, un freddo bestiale. Ho dovuto dire basta alle telecronache perché non ce la facevo più ad andare in giro così. È stata colpa del freddo, non della stanchezza. Poi devo anche dire che in Italia c’è un brutto vizio: conta più l’età della competenza. Io potrei fare ancora le telecronache visto che i commentatori di oggi in buona parte sono noiosi mentre io ogni domenica inventavo qualcosa".

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