Gunnar Gren: il Professore del Gre-No-Li, l'iconico trio del Milan

Gunnar Gren: il Professore del Gre-No-Li, l'iconico trio del Milan

Cervello del celebre terzetto rossonero, è considerato tra i calciatori svedesi più forti di sempre. In Italia ha vestito anche le maglie di Fiorentina e Genoa, in patria ha giocato fino a tarda età

Alessio Abbruzzese/Edipress

10 novembre

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Gre-No-Li. Scritto così per molti, soprattutto per i più giovani, potrebbe sembrare un neologismo senza significato, di quelli che numerosi ormai inquinano la nostra lingua e di cui non riusciamo più a tenere il passo. In realtà stiamo parlando di un termine coniato una vita fa dalla geniale penna del giornalista Aldo Congiu, che corrisponde a uno dei tridenti più forti della storia del calcio: Gren-Nordahl-Liedholm. Diciamo che parlare di “tridente” con i moduli degli anni ’40 e ’50 non è del tutto esatto, ma ci concederemo questa licenza tattica. È comunemente accettato, leggendo le cronache dell’epoca e ascoltando i ricordi dei più anziani, che Gunnar Gren fosse il cervello di quell’iconico trio svedese del Milan, un giocatore unico per talento e intelligenza, tanto da essere soprannominato Il Professore.

Il leggendario centromediano del Milan

Ritornando a mere questioni di numeri e tattica, Gren veniva schierato da centromediano, quello che oggi potrebbe essere un interno di centrocampo, ma con tutte le differenze del caso. Nonostante fosse un buon giocatore anche in fase d’interdizione, Gren illuminava quando aveva il pallone tra i piedi, era celebre per la sua innata capacità di mettere il compagno davanti alla porta oltre che per la sua naturale predisposizione a far divertire il pubblico con colpi di tacco e numeri di ogni sorta.  “Era il Maradona degli anni Cinquanta, al pallone faceva fare qualsiasi acrobazia, poteva decidere da solo e risolvere qualsiasi partita” diceva di lui il compagno di squadra e di “trio” Nils Liedholm. Il suo calcio era una perfetta sintesi tra estro e pragmatismo, a cui univa un ottimo tiro da fuori che gli permetteva di essere uno dei centrocampisti più prolifici in circolazione. Insieme agli altri due svedesi, porta il Milan dell’immediato dopoguerra sul tetto d’Italia e d’Europa, vincendo uno scudetto e una Coppa Latina, la massima competizione del Vecchio Continente, lontana progenitrice della Coppa dei Campioni.

Lo svedese dal temperamento italiano e gli addii malinconici

Gren una volta arrivato a Milano, decide di fare dell’Italia la sua seconda casa. Svedese atipico, era celebre per il suo carattere solare ed estremamente amichevole, caratteristiche quantomeno singolari per uno scandinavo. Il giornale di Stoccolma “Expressen”, quando muore il 10 novembre del 1991 titola: “Il suo più grande rammarico era di non essere nato italiano”. Dopo quattro stagioni esaltanti tra le fila dei rossoneri, l’avventura milanese giunge al termine. Gli addetti ai lavori sono convinti di poter fare a meno di un calciatore ormai trentatreenne e sulla via del tramonto. Sbagliando di grosso. Nell’estate del 1953 Gren saluta il capoluogo lombardo, tra l’indifferenza dell’ambiente, e approda a Firenze alla corte di Fulvio Bernardini. Il Professore, che si dimostrerà essere uno dei calciatori più longevi di sempre, in Toscana sale in cattedra a centrocampo diventando l’autentica anima della squadra. Purtroppo alcune frizioni con l’allenatore romano, lo stesso che lo aveva fortemente voluto in maglia viola, lo porteranno a terminare anzitempo la sua avventura sulle rive dell’Arno, riscontrando, come era successo a Milano, una malinconica freddezza nel momento dell’addio. La stagione successiva la passerà tra le fila del Genoa, prima di tornare in patria. Nel 1958 trascinerà in finale la Svezia nel Mondiale casalingo, prima di arrendersi al terribile diciassettenne Pelé, che alzava al cielo la prima delle sue tre Coppe Rimet. Dopo una parentesi come direttore tecnico della Juventus, con cui vince il campionato nel 1961, torna stabilmente in Svezia, ma ha ancora voglia di giocare. Si cimenta nel ruolo di allenatore-giocatore per diverse squadre locali, appendendo definitivamente gli scarpini al chiodo solo nel 1976, a 56 anni. Vessato dal fisco svedese, passa gli ultimi anni a Goteborg nel segno della nostalgia dell’Italia, prima di andarsene in solitudine a 71 anni, il 10 novembre di 30 anni fa.

 

 

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