Mané Garrincha, il dribbling sbilenco tra gloria e dannazione

Mané Garrincha, il dribbling sbilenco tra gloria e dannazione

Il 20 gennaio del 1983 se ne andava neanche cinquantenne, vittima della cirrosi e dell’alcolismo, uno dei giocatori più grandi di sempre, eterna leggenda del calcio brasiliano

Paolo Marcacci/Edipress

20 gennaio

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Chissà se lo riconoscevano ancora, da quando gli era tornato in volto il sorriso sdentato dei miserabili. O, forse, proprio per quello lo riconoscevano. Dicono che negli ultimi tempi Rio ogni tanto allungasse una mano sconosciuta per offrirgli un giro di bevute, di quelle che da un certo momento in poi avevano cominciato a non fargli più nulla, come se il suo fegato avesse iniziato a vivere di rendita per tutti i calci che lui gli aveva fatto prendere prima. Cachaça, tre sillabe nella  trasparenza di un bicchiere che non riusciva mai a essere l’ultimo, al fondo del quale si rifletteva lo sguardo di un bambino che ogni volta che tirava una pietra la vedeva sparire nella Sierra, a Pau Grande. Forse per compensare tutti i calci reali che avevano tentato invano di rifilar

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