Mané Garrincha, il dribbling sbilenco tra gloria e dannazione

Mané Garrincha, il dribbling sbilenco tra gloria e dannazione

Il 20 gennaio del 1983 se ne andava neanche cinquantenne, vittima della cirrosi e dell’alcolismo, uno dei giocatori più grandi di sempre, eterna leggenda del calcio brasiliano

Paolo Marcacci/Edipress

20 gennaio 2023

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Chissà se lo riconoscevano ancora, da quando gli era tornato in volto il sorriso sdentato dei miserabili. O, forse, proprio per quello lo riconoscevano. Dicono che negli ultimi tempi Rio ogni tanto allungasse una mano sconosciuta per offrirgli un giro di bevute, di quelle che da un certo momento in poi avevano cominciato a non fargli più nulla, come se il suo fegato avesse iniziato a vivere di rendita per tutti i calci che lui gli aveva fatto prendere prima. Cachaça, tre sillabe nella  trasparenza di un bicchiere che non riusciva mai a essere l’ultimo, al fondo del quale si rifletteva lo sguardo di un bambino che ogni volta che tirava una pietra la vedeva sparire nella Sierra, a Pau Grande. Forse per compensare tutti i calci reali che avevano tentato invano di rifilargli dal momento in cui abbozzava la prima finta, caracollando sempre dalla stessa parte, col suo bacino inclinato, quasi a simboleggiare gli squilibri di un modo di vivere che non riusciva a stare in asse con con una serenità che riuscisse a durare più di qualche ora; con quelle ginocchia sempre in antitesi fra loro, da una parte la rientranza che tracciava la metà di una ics, dall’altra una specie di arco verso l’esterno, per poggiare un destino malfermo che sarebbe rimasto in piedi finché fosse stato in grado di resistere agli sgambetti dell’autolesionismo. Perché era la vita stessa di Mané Garrincha a zoppicare lungo un cammino nel corso del quale le vittorie non hanno fatto altro che prendere sottobraccio i suoi demoni. Perché la gloria è una puttana troppo truccata, che sorride mostrando denti che presto anneriscono. È la gioia a restare sempre intatta, quando la si è distribuita a piene mani, senza esigere nulla in cambio; moltiplicata dai sorrisi di chi non potrebbe mai permettersela, se dovesse pagarla di tasca propria. Mané sapeva distribuire l’oro ai poveri, perché lui non aveva mai smesso di essere uno di loro, nemmeno quando s’era arricchito. Gli era sempre venuto più facile moltiplicare la gioia degli altri che tenersene un poco da parte per sé.

È per questo che al cospetto di Pelé tutti si toglievano il cappello; per Garrincha, hanno sempre trovato una lacrima da asciugare. Forse per questo loro due insieme non hanno mai perso una partita con la Seleçao, vincendo la Coppa del Mondo del ‘58 e quella del 1962 e segnando un gol a testa l’ultima volta che sono scesi in campo assieme, il 12 luglio del 1966, al Goodison Park di Liverpool, Mondiale del 1966. Una punizione di Pelé, una di Garrincha, parabola d’esterno più arcuata della sua gamba.

Il loro Brasile era stato come il parroco di “Bocca di rosa”, che s’era portato in giro per il mondo l’amore sacro e l’amor profano. Lo videro zoppicare al di fuori della linea laterale anche alle porte di Roma, a Sacrofano, quando gli venne in mente di giocare con i dilettanti per rimediare qualche soldo e ritrovare quella felicità che lo faceva sentire protetto all’interno del rettangolo, l’unico posto al mondo dove nessuno riusciva a fargli del male. “Anvedi, pare Garrincha…” devono aver pensato vedendolo, ventre gonfio e andatura claudicante quando la palla non gli era accanto. 

La cosa più stupida da fare sarebbe chiedersi quanti anni avesse, alla fine; quanto potesse sembrare vecchio, non avendo avuto il tempo di diventarlo; come si possa fare a non averne ancora compiuti cinquanta e ad averne vissuti già più di mille.  La sera del 20 gennaio del 1983 il paziente non riusciva nemmeno più a deambulare, per questo le dottoresse Bastos e Da Cunha fecero portare una sedia a rotelle: avrebbe potuto guardare le luci di Rio, per quella notte che aveva già fatto capire di essere l’ultima. Sempre con l’occorrente per legarlo a portata di mano degli infermieri: capitava spesso che i pazienti dessero in escandescenze, al padiglione Santa Teresa, quello riservato agli alcolizzati. 

Inconsapevole anche di andarsene, Mané, stordito come uno sgabello che poggia male le sue gambe, davanti a un bancone dove gli ubriachi non distinguono più se sia pessimo o eccellente il liquore che continuano a chiedere. Forse alzando gli occhi accenna l’ultimo sorriso inebetito, quando dentro una cornice misera vede sulla parete la maglia ingiallita del Botafogo.

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