Schiaffino, dal Maracanazo alla Serie A: un giocatore universale

Schiaffino, dal Maracanazo alla Serie A: un giocatore universale

In Uruguay lo chiamavano "El dios del futbol", nel Mondiale del '50 fece piangere il Brasile. In Italia vinse tre scudetti con il Milan e la Coppa delle Fiere con la Roma. Ci lasciava il 13 novembre 2002

Simone Pieretti/Edipress

12 novembre 2022

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Un gol e un assist. L’intera carriera di Pepe Schiaffino potrebbe essere sintetizzata dalla finale della coppa del Mondo del 1950. Giocatore universale, non c’è un ruolo da calciatore di movimento che non abbia interpretato, recitando lo spartito a memoria. Aveva ottime qualità tecniche; era cerebrale, geometrico, intuitivo: sapeva leggere lo sviluppo dell’azione prima degli altri. Aveva una proprietà di palleggio assoluta, accarezzava la palla con entrambi i piedi, distribuiva il gioco con scrupolosità ed efficacia: più che potente, era preciso e finalizzava a rete in maniera chirurgica. Pepe Schiaffino è un manuale del calcio in carne e ossa. Se cercate un colpevole del Maracanazo, quel colpevole è lui; il Brasile si svegliò sulle note del samba e finì la giornata con un requiem. Eterno. 

Gli inizi

Nasce a Montevideo, ma ha chiare origini italiane; il nonno paterno si è imbarcato dal porto di Genova per cercar fortuna in America; è andato un po’ oltre, nei sogni e nelle ambizioni. Schiaffino nasce il 28 luglio 1925 da una famiglia umile, cresce nel Barrio di Pocitos, nella periferia orientale della città; quartiere modesto - a ridosso del mare: è qui che il Penarol costruisce il proprio stadio, uno dei tre impianti utilizzati per i Campionati Mondiali del 1930. Il piccolo Pepe viene ammaliato dal calcio; la Celeste - dopo aver conquistato due titoli olimpici (1924 e 1928) vince anche la Coppa del Mondo! Il ragazzino è affascinato da quello sciame di persone che di domenica affollano le strade del quartiere per andare a vedere la partita del Penarol. Lui gioca in strada - o sulla spiaggia - sognando ad occhi aperti. Entra nel settore giovanile del Penarol dove affina ulteriormente il proprio gioco; toglie la parte superflua fatta di finte, suole, colpi di tacco e dribbling irridenti: lascia solo la parte essenziale. E’ quanto basta per conquistare il mondo.

I successi con il Penarol

A ventuno anni è già un titolare inamovibile della prima squadra. Fa parte della delantera - della linea offensiva - formata da cinque giocatori: Ghiggia, Hohberg, Míguez, Schiaffino e Vidal. Il Penarol vince il titolo del 1949, in un finale quasi cinematografico che va in scena il 9 ottobre; allo stadio Centenario si gioca la sfida contro il Nacional, squadra campione in carica che da un paio di anni domina la scena. Ma il Penarol è lanciato verso il titolo, e nel primo tempo segna due reti. Gli avversari protestano in maniera vibrante in occasione del raddoppio, un calciatore lancia del fango addosso all’arbitro, un altro lo prende a calci. Entrambi vengono espulsi dal campo. L’idea che la ripresa possa trasformarsi in una sorta di massacro sportivo per i campioni in carica prende forma sugli spalti, ma non solo; alla fine dell’intervallo, i giocatori del Penarol attendono invano il ritorno in campo degli avversari che decidono di non tornare in campo, in previsione di un imminente tracollo. All’arbitro non resta che dare il segnale di chiusura: la partita passerà alla storia come “El Clasico de la fuga”. Il triplice fischio avvia i festeggiamenti: il Penarol è di nuovo campione! La rivalità con il Nacional va avanti, nei successivi cinque anni Schiaffino e compagni vincono altri tre titoli nazionali.

Eroe del Maracanazo

C’è una partita che più di ogni altra ha fotografato l’imprevedibilità del calcio, caratterizzandone la storia. Un samba già ballato, una festa già vissuta, una vittoria già celebrata. Il dramma sportivo va in scena a Rio de Janeiro, in uno stadio popolato da oltre duecentomila brasiliani. Alla Nazionale di casa basta un pareggio per vincere la Coppa del Mondo che nel 1950 si disputa in Brasile. Segna Friaça, e saltano i tappi di champagne. Ma gli undici uomini con la maglia celeste non solo hanno la pretesa di partecipare all’evento, vogliono diventarne protagonisti; Pepe Schiaffino spegne la musica, Ghiggia spegne la luce: la festa è finita, nel buio del Maracanà, c’è un intero paese in lacrime.

“Al fischio finale, piangemmo dalla gioia - dichiarò Schiaffino in un’intervista - e la tensione che accumulammo durante la partita. Fu una liberazione, pensammo alle nostre famiglie in Uruguay. I nostri avversari piangevano per l’amarezza della disfatta. Ad un certo punto provai tristezza per loro“.

In quella finale Juan Alberto Schiaffino segna il gol del pareggio con un grand destro all’incrocio dei pali. Poi serve ad Alcides Ghiggia la palla per il raddoppio. La storia ha incoronato il leggendario Obdulio Varela - il capitano di quella nazionale - ma il ct brasiliano Flavio Costa, senza esitazioni puntò l’indice contro l’uomo che fece saltare il banco: “Schiaffino fu l'imprevisto che mise a tacere ogni nostra ambizione”.

L’avventura al Milan

Da un Mondiale all’altro. Al termine della Coppa del Mondo del 1954 vinta dalla Germania, Schiaffino viene acquistato dal Milan. L’Uruguay ha provato a difendere il proprio titolo, ma è stato estromesso dall’Ungheria di Ferenc Puskás. Il passaggio di Schiaffino dal Penarol ai rossoneri si perfeziona in Svizzera, nel ritiro della selezione uruguagia. Costo dell’operazione 52 milioni di vecchie lire. Una cifra astronomica per l’epoca. Soprattutto se accostata all’età del giocatore che ha già compiuto ventinove anni. “Se nos fue el Dios del Futbol. Irreparabile perdida” titolano i giornali in Uruguay; Il Dio del pallone ci ha lasciato. Una perdita irreparabille.

Schiaffino in Italia sa farsi subito apprezzare; i rossoneri tornano a vincere lo scudetto grazie al contributo di Cesare Maldini, Nils Liedholm e del cannoniere Gunnar Nordhal. Nella sua prima stagione italiana Schiaffino segna quindici gol, un bottino clamoroso per chi non gioca abitualmente in attacco. Per fotografare la sua tipologia di gioco, prendiamo in prestito le parole di Eduardo Galeano, uno dei più celebri scrittori uruguaiani: “Con i suoi passaggi magistrali organizzava il gioco della squadra come se stesse osservando il campo dal punto più alto della torre dello stadio”.

La fine della carriera

Ma anche in Italia Pepe Schiaffino ispira i letterati italiani: l’attestato di stima di Gianni Brera oltrepassa il tempo e arriva fino ai giorni nostri: “Non insegue la palla, è la palla ad inseguire lui. Forse non è mai esistito un regista di tanto valore, Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto“. Il fuoriclasse resta al Milan fino al 1960 vincendo altri due campionati, una Coppa Latina e una coppa delle Fiere. Al tramonto della carriera gioca altre due stagioni nella Roma; sceglie di giocare come libero, guardando all’orizzonte il campo di calcio, quasi nella sua interezza; era un modo per osservare da vicino tutta la propria carriera: Montevideo, Rio de Janeiro, Roma. Pepe Schiaffino, in ogni angolo di campo, da ogni parte del mondo.

 

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