Italo Allodi, il primo top manager del calcio italiano

Italo Allodi, il primo top manager del calcio italiano

Lasciato presto il calcio giocato per intraprendere ruoli amministrativi, fu l’architetto della Grande Inter, della Juventus degli anni Settanta e del Napoli del 1987

  • Link copiato

Quando mosse i primi passi nel mondo del calcio in ruoli amministrativi, Italo Allodi era già una fuoriserie che viaggiava su strade battute solo da vetture utilitarie. Nell’ambiente ci era entrato calzando gli scarpini ma le doti migliori le raccoglieva nell’estremità del corpo diametralmente opposta a quella dove stanno i piedi. Inclinazione superiore l’aveva dimostrata sin da giovanissimo, quando fu categorico nel rifiutare l’idea di seguire le orme del padre che serviva le Ferrovie dello Stato. Calcio, giornalismo e pittura occupavano nella sua mente gli spazi proiettati sul futuro. Il pallone, a suo dire, lo scelse per esigenze di portafoglio più che per preferenza rispetto alle altre passioni. Gli servì per imparare dall’interno certe dinamiche e per scontrarsi con una realtà che, nelle spoglie di Edmondo Fabbri, gli fece capire che il calcio aveva bisogno di lui in altro modo. Si ritirò precocemente senza aver mai calcato grandi palcoscenici, cominciando a ricoprire ruoli societari in quel Mantova che, in cinque anni, dalla quarta serie arrivò in A.

La Grande Inter

Fu così abile da farsi notare da Angelo Moratti che, poco più che trentenne, lo chiamò nella sua Inter per avere un manager capace di occuparsi della direzione sportiva a trecentosessanta gradi. Il presidente nerazzurro ne aveva captato intelligenza, intuito e ambizione, che lo indirizzavano a percorrere anche le strade di una buona diplomazia per ottenere gli obiettivi che fissava. La costruzione della Grande Inter porta la sua firma, oltre che quella di Moratti ed Helenio Herrera, perché c’è il lavoro di Allodi dietro alle scelte dei migliori giocatori che di quella squadra costituisco i granelli di un rosario che ogni appassionato di calcio conosce a memoria. A cominciare da Luisito Suarez, spagnolo chiamato a Milano a progettare le giocate di un centrocampo che delle sue visioni aveva bisogno per diventare micidiale nelle transizioni offensive. Lo strappò al Barcellona grazie a una cifra astronomica: trecento milioni di lire oltre all’incasso di due amichevoli. Fu il primo colpo di una lunga serie: grazie alle capacità di analisi dei giocatori e alle strategie negoziali con le quali Allodi si sapeva destreggiare, in nerazzurro arrivarono Picchi dalla Spal e Jair dal Portoguesa. E poi Sarti, Domenghini e Peirò mentre Burgnich, scaricato dalla Juventus, fu prelevato dal Palermo per la ragguardevole cifra di cento milioni. Ma quel manager con lo sguardo da James Bond non sapeva solo far fruttare al meglio il denaro che Moratti gli metteva a disposizione. Aveva anche la capacità di puntare sui giovani migliori del vivaio interista: Facchetti e Mazzola salirono in prima squadra sotto la sua gestione.

I grandi colpi mancati

Come ogni personaggio di successo alimentava anche le male lingue: gli vennero mosse accuse di comportamenti sconvenienti nei confronti degli arbitri, che ovviamente respinse al mittente e che non furono mai acclarati in sede di giudizio. Del glorioso periodo interista, durato un decennio, oltre ai grandi acquisti si ricordano anche gli ancor più grandi colpi mancati, per sfortuna o per circostanze che non poteva governare. Ad Eusebio, la Pantera Nera, fece promettere che, ove avesse lasciato il Benfica, sarebbe approdato a Milano. Con Beckenbauer arrivò alla firma del contratto proprio nell’anno in cui la Federazione decise di richiudere le frontiere agli stranieri. Anche con Pelè arrivò a un soffio dalla conclusione del trasferimento, per seicento milioni di lire. Ma le titubanze di Moratti, che temeva la reazione dei suoi operai, e le resistenze che provenivano dal Brasile bloccarono tutto.

Gli anni juventini

Quando Moratti abbandonò la presidenza anche lui lasciò l’Inter, destinazione Torino. La Juventus aveva bisogno di tornare in alto e nessuno meglio di Allodi poteva essere più funzionale a un progetto di rilancio. Anche alla corte degli Agnelli sbagliò poco o niente: nel 1970 sistemò il centrocampo con Causio e Capello, due anni più tardi mise Zoff tra i pali e Altafini a puntellare l’attacco titolare formato da Anastasi e Bettega. In pratica definì la struttura del club che avrebbe dominato il calcio italiano fino ai primi anni Ottanta, non solo in campo ma anche a livello organizzativo. Fu sua, tra l’altro, l’intuizione di inserire tra gli osservatori bianconeri quel Luciano Moggi che, ferroviere come suo padre, in futuro ne avrebbe in qualche modo raccolto l’eredità di re del calciomercato. Torino, però, non è Milano: la sua figura è ingombrante e non può disporre dei margini di manovra allargati di cui godeva con Moratti. Entra in rotta di collisione con Giampiero Boniperti, alle dipendenze della famiglia Agnelli sin dal dopoguerra: è facile capire chi deve fare le valigie per fare spazio all’altro.

L’esperienza con la FIGC

Il passaggio successivo è con la Federazione. Assume la responsabilità del centro tecnico di Coverciano, che rimodella secondo le sue inesauribili intuizioni, rendendolo un centro di formazione all’avanguardia che fa frequentare anche a un certo Arrigo Sacchi. «Non c’è organizzazione societaria senza cultura – diceva – Qui non si insegna a vincere ma a migliorare». L’esperienza terminò nel 1982 quando Bearzot, col quale non correvano buoni rapporti per via di qualche premio non riconosciuto e di critiche che il tecnico friulano aveva mal digerito, da vincitore del Mundial ne chiese la testa.

Gli incarichi con Fiorentina e Napoli

Trovò rifugio prima nella Fiorentina dei Pontello, dove portò Lele Oriali e Claudio Gentile, e poi nel Napoli di Ferlaino, a cui serviva un manager della sua competenza per calibrare al meglio una società che, già forte di Maradona, aveva bisogno di modellare anche i dettagli organizzativi per andare a vincere il primo campionato della sua storia. Allodi dette il suo solito contributo di esperienza e intelligenza, consigliando a Ferlaino di dare la panchina a Ottavio Bianchi. Sfortunatamente non riuscì a godere appieno di quell’ennesimo successo: un ictus lo colpì nel mese di gennaio del 1987 spingendolo ad appendere giacca e cravatta al chiodo solo qualche mese prima della vittoria di uno storico scudetto.

Condividi

  • Link copiato

Commenti

Loading...

Leggi Guerin Sportivo
su tutti i tuoi dispositivi