Il cuoio

Calciomercato story: top e flop della Serie A nel terzo millennio

Dai grandi acquisti (e non) dei primi anni 2000 all'arrivo in bianconero di CR7, passando per presidenti, dirigenti e bomber di provincia

L’avvento del terzo millennio per il calcio italiano ha rappresentato l’ultimo gradino della sua evoluzione o il primo della sua involuzione, il principio di una recessione economica che per qualche stagione è stata occultata dalle prestigiose “figurine” che ancora abitavano nella nostra Serie A? Forse entrambe le cose, in un interregno di calcistici lussi e progressivi indebitamenti, di gestioni economiche la cui manchevolezza si riusciva a nascondere come cenere sotto il tappeto degli introiti derivanti da diritti televisivi ancora remunerativi e plusvalenze gestite ad arte, come se il gioco potesse durare all’infinito. Di certo c’era ancora modo per sognare e spazio per... segnare, tanti gol ancora d’autore, col prezioso inchiostro che irrorava contratti munifici. 

Il terzo millennio inizia nel nome di Roma

La congrega delle Sette sorelle, arsenico e vecchi scudetti, ma anche nuovi se pensiamo al 2000 della Lazio di Cragnotti e al Tricolore scucito nell’anno successivo alla casacca dei biancocelesti dalla Roma di Franco Sensi, il quale per il solo acquisto di Omar Gabriel Batistuta dalla Fiorentina aveva messo sul banco una fiche da settanta miliardi di lire. Settanta. Il primo decennio del ventunesimo secolo è una decade colma di paradossi, per il calcio italiano che, fra le righe, riesce a laurearsi anche Campione del mondo per la quarta volta nel corso della sua storia, con il sovrappiù costituito dal fatto che il titolo iridato arriva nel cuore dell’estate più torbida, controversa, scandalosa e svoltasi nei palazzi di giustizia dell’intero corso della nostra storia pallonara. 

Calciomercato story anni '70 e '80: la rivoluzione del pallone

Gli arrivi e le partenze dei grandi fuoriclasse

E i fuoriclasse, gli inquilini che in modo o nell’altro ancora conferivano il massimo lustro al nostro torneo? Continuano a venire, ma cominciano ad andare; basti pensare a ciò che accade a Milano, su entrambe le sponde del Ticino, dove i rossoneri continuano a vincere, anche in Europa, mentre i nerazzurri di Massimo Moratti profondono grandi sforzi economici per ritrovarsi alla fine ad averlo soltanto annusato, il benedetto o maledetto Tricolore, fino al redde rationem di Calciopoli e con il culmine, a cavallo del decennio, rappresentato dal Triplete conseguito sotto la guida tecnica di José Mourinho. Ma, per tornare all’inizio del decennio, bisogna ricordare che al termine della paradossale stagione 2001-2002, con lo scudetto più ufficiosamente vinto e più ufficialmente gettato alle ortiche della storia, ossia quello che l’Inter di Ronaldo vede svanire in casa di una Lazio – apparentemente – demotivata, il Fenomeno brasiliano decide di lasciare l’Italia alla volta di Madrid, sponda Real. Nella stagione successiva, un altro brasiliano, preso a condizioni vantaggiosissime, con un nome che potrebbe prestarsi a grossolane ironie alle quali non si sottrae Luciano Moggi per primo, arriva per fare la storia con la maglia del Milan: comincia l’era di Kakà, un compendio vivente di tutte le doti che deve avere il moderno trequartista, il tutto espresso con la massima eleganza possibile. 

Le vicende di mercato e i grandi flop

Raccontiamo, dunque, anche in questo terzo numero della nostra Calciomercato Story, vicende epocali di mercato, discussi cambi di maglia come quelli Nedved dalla Lazio alla Juventus o di Emerson, con tanto di discutibile certificato medico per depressione, dalla Roma sempre ai bianconeri. Passando per l’approdo di grandi fuoriclasse, alcuni giovani, altri più che affermati: Ibrahimovic per la Juventus, Eto’o per l’Inter più vincente di sempre nel primo decennio del duemila; poi, per la seconda decade, quando il centro della scena continentale cominciava a essere occupato in pianta stabile da altri tornei, Premier League in testa, gli acquisti juventini di Carlos Tevez nel 2013 e, soprattutto, quello di Cristiano Ronaldo nel 2018. Vi raccontiamo i blitz dirigenziali, gli stratagemmi e il tira e molle sulle cifre, a suon di clausole, premi e ingaggi il più possibile spalmati. Non potevano mancare, anche stavolta, i clamorosi fallimenti, le storie del rendimento vicino allo zero di tanti, troppi presunti campioni annunciati col neretto dei titolo, con i roboanti soprannomi e poi implosi all’ingiallire delle prime foglie autunnali: tutti quelli che ballarono una sola estate, che in cambio di ingaggi a volte principeschi hanno reso in cambio al calcio italiano soltanto qualche memorabile fotogramma per “Mai dire gol”. 

Calciomercato story anni '90: la Serie A delle Sette Sorelle

I patron, i dirigenti illuminati e i bomber di provincia

E proprio perché a un certo punto sono iniziati a scarseggiare i denari, sono saliti in cattedra i grandi, smaliziati e competenti dirigenti che il talento lo sono andati a scovare quando ancora erano pochi gli zeri della valutazione: un presidente come Giampaolo Pozzo, un direttore sportivo sui generis come Walter Sabatini, un veterano costruttore di squadre come Rino Foschi. Vi raccontiamo il loro modo di pensare e allestire calcio, parametrando competenza a risorse economiche. Già, ma perché in copertina abbiamo scelto di mettere Dario Hubner, un attaccante che ha vestito solo maglie di provincia, esclusa una breve tournée estiva con il Milan? Perché pagine a loro modo gloriose, anche se meno patinate, sono state scritte lontano dai focolai d’interesse metropolitani e perché l’area di rigore misura gli stessi passi al “Rigamonti” di Brescia come sotto le gradinate di San Siro, dove è capitato che proprio uno come Hubner abbia rubato la scena a Ronaldo, anche se solo per una domenica, così come ha costretto David Trezeguet a condividere lo scettro di capocannoniere. E come lui Totò Di Natale, che per amore dell’Udinese fece il gran rifiuto, o Cristiano Lucarelli, che per un “Deh” livornese in più ha rinunciato a qualche zero nel conto corrente. Le loro stesse carriere, grazie alla scelta calcisticamente decentrata ed esistenziale che hanno fatto, oggi le ricordiamo molto più nitidamente che se fossero finiti a fare i comprimari in un grande club. Non è un paradosso: è un capitolo di quel grande, controverso, a volte fosco ma sempre appassionante romanzo che è sempre stata la nostra Serie A.