Calciomercato Story

Calciomercato story anni '70 e '80: la rivoluzione del pallone

Dal gran rifiuto di Riva alla riapertura delle frontiere che portò in Italia frotte di campioni e bidoni, un viaggio nel tempo e nei sogni dei tifosi

Raccontare l'evoluzione del calciomercato in Italia negli anni '70 e '80 non vuol dire soltanto parlare di calcio e delle trattative che indirizzarono i destini nella nostra Serie A; sullo sfondo c'è molto di più: in controluce si può cogliere la mutazione della società tra la fine degli slanci ottimistici dell'ultima fase del boom economico e l'edonismo consumistico e disimpegnato che caratterizzò gli anni '80, con in mezzo il periodo delle tensioni sociali e della conseguente deriva terroristica. Un catalizzatore popolare qual è sempre stato il calcio nel nostro Paese non poteva non riflettere le mutazioni in atto nella nostra società, e il calciomercato, in particolare, era la cartina di tornasole di quanto e come il mondo del pallone stesse subendo una sorta di mutazione genetica. Si passava infatti da una realtà tutto sommato artigianale, laddove sul proscenio delle compravendite si alternavano personalità geniali a livello dirigenziale e figure grossolane caratterizzate da un imbarazzante dilettantismo, a una dimensione che potremmo definire già industriale, soprattutto se pensiamo ai club del circuito metropolitano.

I primi miliardi spesi 

Nel nostro speciale, in mezzo alle tante istantanee di un album delle figurine quasi infinito, che animava e agitava le notti di ogni tifoseria tra sogni e incubi, raccontiamo anche il moltiplicarsi dei soldi, letteralmente: quelli che di estate in estate erano sempre più paragonabili ai proverbiali bruscolini. Basti pensare all'estate del 1975, quella dei due trasferimenti simbolo di questo discorso: Tardelli dal Como alla Juve e Beppe Savoldi dal Bologna al Napoli per la cifra, allora davvero iperbolica, di due miliardi di lire.

Il gran rifiuto di Riva alla Juve

Dietro le grandi trattative che hanno riguardato giocatori importanti e anche autentici fuoriclasse, non abbiamo potuto non citare colui che, prendendo in prestito un verso della Commedia di Dante, fece il "gran rifiuto", reiterandolo in più di un'occasione. Ci riferiamo a Gigi Riva, al suo ripetuto "no, grazie" di fronte alle munifiche offerte degli squadroni del Nord. Un primato ineguagliabile per fascino, appartenenza, orgoglio devoluto a un intero popolo.

La riapertura delle frontiere

Ecco che allora arriviamo all'inizio degli anni '80, con la riapertura delle frontiere per i calciatori stranieri. Ve li raccontiamo tutti, ma proprio tutti, con il dettaglio delle trattative per mezzo delle quali fu reso possibile il loro arrivo nella nostra Serie A e capiranno i lettori, forse in primis i più giovani, che quell'epoca non l'hanno vissuta, quale fosse l'inarrivabile dimensione tecnica del massimo campionato di calcio nel nostro paese, a metà degli anni '80.

Campioni, bidoni e... Oronzo Canà

Già, ma perché allora in prima pagina abbiamo messo Luis Silvio, il bidone dei bidoni, che soltanto per un'estate nutrì le ambizioni dei tifosi della Pistoiese? Perché ogni medaglia ha il suo rovescio e perché alla letteratura popolare che narra l'arrivo dei tanti fuoriclasse se ne sovrappone un'altra, non meno affascinante, che "celebra" l'arrivo di giocatori a volte indiscutibilmente scarsi o addirittura tecnicamente improponibili, ai cui agenti bastò il nome esotico dei propri assistiti per gabbare dirigenti ignari e strappare ingaggi sontuosi. Non è un caso che, in più di un articolo tra quelli che troverete nel nostro speciale, venga citato "L'allenatore nel pallone", pellicola ormai mitologica in cui l'ineffabile presidente della Longobarda Borlotti tentava di convincere l'allenatore Oronzo Canà che la cessione di Falchetti e Mengoni sarebbe servita a ottenere la metà di Giordano, per poi avere i tre quarti di Zico e…buona lettura.