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Gli eroi del silenzio
Baresi, Scirea, Di Bartolomei: tre capitani carismatici, tre modi di essere leader senza il bisogno di urlare

Paolo Valenti/Edipress
Pubblicato il 4 agosto 2026, 07:52
Un bel tacer non fu mai scritto. Una frase che sui campi di calcio in pochi dimostrano di conoscere e, ancor meno, di voler mettere in pratica. Urla e grida, per dare indicazioni dalla panchina, riposizionare il piazzamento dei compagni o, nei casi peggiori, insultare gli avversari o gli dei, riempiono per novanta minuti i terreni di gioco di tutto il mondo. Sono pochi i calciatori che, trascinati dall’enfasi dell’agonismo, si sottraggono a questa consuetudine: spesso per carenza di personalità. Un comportamento, quindi, dettato da una mancanza di qualità caratteriali. Eppure, nel suo significato più alto, il silenzio è un valore positivo che la nostra società ha dimenticato. Anche allo stadio, l’esperienza dei tifosi è accompagnata da musica – spesso ottundente – che fa da prologo al fischio d’inizio. E nel quarto d’ora di intervallo, quello che un tempo veniva dedicato ai commenti sull’andamento del match con il vicino di posto, il ritorno di decibel martellanti crocifigge i timpani di coloro che siedono sugli spalti, costringendoli ad accontentarsi della lettura del display di cellulari già troppo abusati.
Il silenzio, superficialmente, viene associato solo alla preghiera o all’ascesi, alla necessità di dormire o alla riflessione. Chi conosce il calcio, però, sa bene che il silenzio può essere una delle virtù più elevate di campioni che hanno saputo esercitare la loro influenza nel club di appartenenza ricorrendo, più che a un’animata verbosità, al contenimento delle parole, abbinandolo al valore supremo dell’esempio personale. Una combinazione micidiale che oggi, nell’era dei social network sui quali è necessario “fare rumore” per essere ascoltati, è quasi sconosciuta ma che, quando il miglior calcio del mondo si giocava in Serie A, trovava spesso nei capitani delle grandi squadre dei modelli terribilmente affascinanti.

Baresi: il capitano degli Invincibili
Come quello di Franco Baresi, imperituro condottiero del Milan degli Invincibili. Kaiser Franz era uno di quei giocatori che sfoggiava la sua leadership naturale più con la forza travolgente dei suoi comportamenti, in campo e fuori, che con le parole. Che erano poche ma chirurgiche: giuste, dette nel momento appropriato, misurate alla situazione. Che fossero di rimprovero o di incoraggiamento, di rabbia o di passione. Frank Rijkaard ha ricordato che il capitano «parlava poco, ma gli bastava una smorfia, un’espressione, per rimetterci tutti quanti in riga». Il numero 6 del Milan e della Nazionale, nella ferocia agonistica dei suoi interventi, comandava determinazione e concentrazione ai compagni. Alzando il braccio chiamava il fuorigioco alla sua linea difensiva e ai guardalinee. Nelle sortite offensive che lo portavano ad attraversare il campo con passo accelerato e dribbling in velocità, urlava alla squadra coraggio e ambizione.
L’esempio del comportamento era la sua voce più penetrante, coltivata nel silenzio che infligge il dolore quando, ancora ragazzo, la vita ti priva degli affetti più cari. Un silenzio che diventa luogo di riflessione, rifugio, difesa. Un muro da elevare contro gli assalti che giungono dall’esterno, un perimetro entro il quale trasformare la parsimonia delle parole in rabbia e determinazione a raggiungere velocemente quegli obiettivi che un percorso di vita più ordinario consente di perseguire con ritmi più cadenzati. Franco aveva bisogno di mostrare in fretta il suo talento, per arrivare prima a quelle sicurezze che molti altri colleghi non avevano l’impellenza di ottenere oggi perché il domani era una promessa dolce da coltivare. Per Baresi era diverso: il suo futuro era solo un’incertezza da indirizzare subito verso la serenità di un obiettivo raggiunto. Passione e dedizione si irradiavano verso l’esterno grazie a un talento che portava all’ammirazione chi lo vedeva da vicino. Per lui le parole erano un optional elegante necessario a cesellare il lavoro con il quale dimostrava di costituire le fondamenta solide sulla quali la squadra poteva appoggiarsi.

Scirea, l’angelo campione del mondo
Diverso per stile ma ugualmente caratterizzato da una leadership estremamente silenziosa era Gaetano Scirea. Stesso ruolo di Baresi, interpretato con i crismi di un tradizionalissimo calcio all’italiana, il libero degli azzurri campioni nell’82 non alzava i toni nemmeno nei momenti più concitati. Celebre l’episodio nel quale, durante un acceso Fiorentina-Juventus, riuscì a riportare velocemente la calma dopo una rissa tra compagni e avversari, ricordando che mogli, figli e tifosi in quel momento li stavano guardando. Anche per Scirea le parole erano poche, espresse con accenti quasi mai animati, sempre risolutive. In lui ciò che colpiva era la mitezza del carattere abbinata alla qualità superiore del suo gioco, che gli permetteva di risolvere le situazioni più complicate con la semplicità di gesti che sapevano riportare all’essenza delle cose. Questo sorprendeva: la sua capacità di affrontare i momenti più tesi e difficili con l’eleganza di un lord. Metaforicamente, sapeva rimanere con la divisa intonsa anche nelle partite giocate nel fango. In un ambiente fatto di lotte e astuzie diaboliche che spesso sfociano in cattiverie, la sua diversità bastava per destare ammirazione, condivisa anche da chi le partite le giocava con armi diverse dalle sue. Un’intera carriera senza subire nemmeno un’espulsione racconta meglio delle parole chi fosse Gaetano Scirea: un angelo sceso sulla terra, tornato al cielo con la fretta sconcertante che spesso il destino riserva ai migliori.

Di Bartolomei, I silenzi del capitano
Anche la Roma degli anni Ottanta ha avuto il suo capitano silenzioso: e che capitano! Agostino Di Bartolomei era il ragazzo che ce l’aveva fatta a raggiungere il sogno che cullano tanti bambini della capitale: quello di avere successo con la maglia giallorossa e di potersi cingere il braccio con una fascia ricca di simboli. Come Baresi e Scirea, misurava le parole nella scelta, evoluta grazie agli studi compiuti, e nei toni. In campo, dirigeva i compagni in qualunque zona si trovasse: iniziò a centrocampo e finì in difesa, posizione nella quale arretrò inizialmente con poca convinzione, persuaso solo dall’intuizione di Nils Liedholm che, unico, ne aveva intravisto le doti di adattamento al ruolo di regista arretrato sulla terza linea. I suoi silenzi, combinati a lineamenti del volto che raramente inclinavano al sorriso, incutevano rispetto quando non soggezione. Indossava la maglia consapevole dei suoi significati: senso di appartenenza, proiezione di sentimenti condivisi e costanza nel lavoro. Severo e pronto ai richiami quando la situazione lo richiedeva, impose la sua autorevolezza anche in un gruppo che di leader ne aveva molti, a cominciare dal divino Falcão. Lui, rispetto agli altri, conosceva profondamente Roma e la Roma, ne trasmetteva l’essenza radicata nella gente, comunicandone, con la moderazione dell’educazione, il grande valore emotivo. Nei suoi silenzi, però, si annidava qualcosa di cupo, che nelle assenze che lo circondarono finita la carriera, annegò la sua speranza nella vita.
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