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La morte di Franco Baresi lascia il Milan senza il suo volto

Paolo Marcacci/Edipress
Pubblicato il 31 luglio 2026, 11:35 (Aggiornato il 31 luglio 2026, 13:37)
Immaginate un milanista bambino, di cinque anni o poco più; poi immaginate suo nonno anziano, più che ottantenne; entrambi con la maglia numero sei a righe rossonere, larghe o strette a seconda delle epoche. Pensate che tutti e due avrebbero attraversato Corso Buenos Aires a occhi chiusi, senza la minima esitazione, se lo avesse presi per mano Franco Baresi. E il traffico si sarebbe piantato lì, immediatamente, con tutta la sua congestione di /famiglie, freni e gas di scarico/, se solo lui avesse accennato ad alzare il braccio.
Se il Milan ha avuto tante epoche d'oro, la sua è stata un'era di platino: quella di un club che ha sublimato ogni sua precedente grandezza elevandola ed elevandosi a potenza mondiale.
Sei sillabe in tutto tra nome e cognome, scanditi rigorosamente senza soluzione di continuità; metricamente fatti apposta per essere ritmati dai tamburi della Gradinata Sud di San Siro. Uomo di poche parole e dalla solenne gestualità; un atletismo nervoso animato da fibre scattanti; un'eleganza nelle uscite palla al piede che sembrava proiettare molto più in alto il suo metro e settantasei di statura. E qualche istante prima di percorrere quella guida di velluto rosso(nero), aveva esibito uno dei suoi recuperi che partivano da dove sembrava troppo tardi e culminavano nel tackle che pareva velocizzare i frame dell'intervento difensivo.

Franco Baresi e il Milan: una storia lunga quasi vent'anni
719 presenze col Diavolo dal 1978 al 1997; il primo scudetto, quello della Stella con Rivera Capitano al passo d'addio, quando lui era ancora "Piscinin" di diciannove anni; l'ultimo nel 1996, con altri quattro in mezzo e tre Coppe dei Campioni, oltre a tutto il resto che ora appesantirebbe di pedanteria statistica il ricordo di una grandezza che prescinde dai trofei, dai numeri, da un ciclo geologico con una sola maglia, nume tutelare di quella sola gradinata; di un uomo schivo e quasi taciturno, del quale non dimenticheremo mai quel pianto accorato a Pasadena, nel 1994, dopo il rigore fallito contro il Brasile, al termine di centoventi minuti nel corso dei quali aveva diluito una prestazione monumentale, a trentaquattro anni, venticinque giorni un intervento al menisco.

Il calcio di Franco Baresi, oltre i ruoli e le definizioni
Era un difensore, un libero, un regista difensivo, il primo che impostava la manovra? No, era Franco Baresi, quindi molto di più e molto oltre ogni definizione. "Totale" come quell'altro Franz, Beckenbauer, ma in un calcio che aveva accelerato i battiti, i giri del motore e che già concedeva molto meno tempo per pensare, per battezzare l'istante giusto dell'intervento; molto meno spazio per srotolare il nastro dell'azione in avanti, dove lui riusciva a proiettarsi chiamando il triangolo per poi presentarsi con passo cronografico alla ricezione del passaggio di ritorno.

Perché il nome di Franco Baresi resterà eterno
Ha avuto, nel corso della carriera, come compagni due generazioni di fuoriclasse epocali: da Gullit e Van Basten a Savićević e Weah, tanto per fare qualche nome; eppure tutti sfilavano dietro di lui, un Milan dopo l'altro. Perché Franco Baresi, con la fascia al braccio, non era quello che portava il gagliardetto. Era lui, il gagliardetto.

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