Tennis

Quel primo squillo di Nadal nella Capitale

Gioia Rafa agli Internazionali del 2005 dopo una maratona di oltre cinque ore contro Coria. Da allora, nessuno ha vinto quanto lui sul rosso romano

E non avevano ancora visto niente. Prima del 2005 Rafael Nadal sulla terra battuta di Roma non aveva mai messo piede, ma da lì in avanti nulla sarebbe stato più come prima. Non c’era mai stato un cannibale sul rosso come il maiorchino (e chissà se ce ne sarà un altro così), che quell’anno decide di iniziare il suo dominio vincendo la prima delle nove edizioni degli Internazionali d’Italia.

Un 2005 importante

È la prima stagione che Nadal gioca per intero da quando è professionista, quella, e sembra che nella vita non abbia mai fatto altro, pur non avendo ancora 19 anni. Reduce dai trionfi in serie di Montecarlo e Barcellona non è ancora accreditato della testa di serie numero uno, ma insomma, è il grande favorito in un torneo che peraltro al primo turno vede volare via il campione uscente, Carlos Moya, battuto in due set dal nostro Potito Starace in una delle maggiori sorprese mai capitate a Roma. Capello lungo, canottiera color arancione che lascia intravedere una montagna di muscoli, Nadal lascia per strada otto game nei primi tre turni contro i malcapitati Youzhny, Hanescu e Cañas. Tutti e tre buonissimi giocatori sulla terra battuta, ma che impallidiscono davanti a questo treno che non pare voler fermarsi mai. Non si era mai visto uno così: di mancini, ok, qualcuno aveva vinto gli Internazionali, come Guillermo Vilas o Thomas Muster (tre volte), ma con tutt’altro stile. Nadal percuote la pallina facendole prendere delle traiettorie semplicemente ingiocabili, i rimbalzi, specie col dritto, sono altissimi e quasi impazziti. Resistere al gioco di Rafa è roba per braccia forti e nervi d’acciaio. Ai quarti di finale, attenzione attenzione, il ceco Radek Stepanek vince il primo set, ma nei successivi due viene asfaltato da Nadal, 6-1 6-1. Ha dato tutto per tornare a casa con niente.

 

Le maratone romane di Nadal

Il caldo romano? E dov’è il problema? Le partite si allungano? Tanto meglio. Semifinale contro David Ferrer, più esperto, più abituato di lui a questi palcoscenici e si vede. È una battaglia straordinaria in cui l’inerzia dell’incontro rimbalza da un lato all’altro, più delle palline. Break e contro-break, set che sembrano chiusi, ma che si riaprono; per due ore e mezza il pubblico del Centrale va in estasi, poi prevale Nadal 7-5 al terzo. “Ferrer mi ha sorpreso un po’ nel primo set,  gioca molto bene e mi ha costretto a tirare fuori il mio miglior tennis. Chi vorrei incontrare in finale? Agassi, è una leggenda”, è il desiderio che esprime Rafa, non accontentato. Il suo ultimo avversario è uno dei reucci della terra rossa, quel Guillermo Coria che nel 2004 aveva perso quasi senza accorgersene il Roland Garros contro Gaston Gaudio. Piccolo diavoletto, l’argentino, minuto e capace di giocate fuori dagli schemi, punta più sull’astuzia che sul fisico. La finale che disputano i due è una delle più belle di sempre a Roma: sicuramente la più lunga, 5 ore e un quarto, frantumando il precedente record, quello di Gerulaitis-Vilas del 1979, 4 ore e 53’. Si vedono colpi pazzeschi, angoli incredibili, due stili a confronto: il trionfo di Rafa è al tie-break del set decisivo, ad allungare ulteriormente un pomeriggio memorabile. La prima vittoria di una serie che è arrivata a nove in quindici anni: in attesa, chissà, della decima.