Dino Zoff, 80 anni e non sentirli: l'intervista al Mito

Dino Zoff, 80 anni e non sentirli: l'intervista al Mito

Campione d'Europa e del mondo con la Nazionale, tra i portieri più forti della storia, la leggenda si racconta ai microfoni de Il Cuoio 

Paolo Colantoni/Edipress

28 febbraio

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Il mito compie 80 anni e riceve gli auguri di tutto il mondo del calcio. Dino Zoff viene in queste ore osannato da tutto l'ambiente calcistico internazionale. Tutti ne continuano a riconoscere le doti che gli hanno permesso di trasformarsi in una vera e propria leggenda vivente. Un mix di eleganza, personalità e competenza calcistica. Dino Zoff è uno dei personaggi più conosciuti, amati e apprezzati del mondo del calcio. Probabilmente il portiere più forte e completo che il panorama calcistico italiano sia mai stato in grado di proporre. Da calciatore ha vinto quasi tutto: scudetti, coppe intercontinentali, riconoscimenti individuali e record straordinari, tutt'ora imbattuti, come quello legato all'imbattibilità (1142 minuti) con la maglia azzurra. È l'unico giocatore italiano ad aver vinto con la maglia della nazionale (indossata per 112 volte, primo uomo ad aver superato nella storia degli azzurri le 100 presenze) un Europeo e un Mondiale. Il primo, giovanissimo, nel 1968. Il secondo, a 40 anni (altro record) da capitano. “Auguro con tutto il cuore ai ragazzi che quest'estate hanno portato a casa l'Europeo di andare al Mondiale e di vincerlo. Di solito quando si ottengono risultati così prestigiosi si riesce poi anche a rimanere a livelli eccezionali e spero che l'Italia di Mancini sia in grado di fare bene agli spareggi e poi in Qatar”.

PODCAST - Dino Zoff, 80 anni tra vittorie e ricordi

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Un estratto dell'intervista in cui il portiere campione del mondo 1982 ripercorre la sua carriera e i suoi trionfi tra Juventus e Nazionale

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Zoff sulla panchina azzurra ha sfiorato un Europeo. Solo una rete segnata nel recupero della finalissima contro la Francia, lo ha privato dell'ennesima soddisfazione della sua immensa carriera. Da tecnico, come da calciatore, ha sempre lasciato il segno. Nel Mondiale spagnolo Zoff ha assunto il ruolo di portiere, leader, capitano e uomo immagine, rappresentando alla perfezione il gruppo azzurro negli incontri con la stampa.I suoi modi sempre eleganti e gentili, il suo carisma e la sua classe, ne hanno fatto un interlocutore apprezzato anche da una stampa inizialmente ostile.Tra i pali se l'è cavata con la consueta classe, regalando perle straordinarie. Sin dagli inizi. A Udine, poi a Mantova, infine a Napoli. “L'estate del 1967 ci fu la grande opportunità di andare al Napoli. Per me rappresentava una grandissima opportunità di crescita e la presi al volo. Aumentarono, e tanto, le responsabilità, ma fu l'inizio di un periodo meraviglioso”.

Cinque anni, conditi da record di presenze (143 consecutive), record di imbattibilità e una finale di Coppa Italia. “Momenti indimenticabili. Con la maglia del Napoli ho raggiunto la Nazionale e giocato 19 partite in azzurro. Non dimenticherò mai la semifinale degli Europei giocata al San Paolo con 90.000 spettatori. Un ambiente unico. Io mi sentivo di giocare in casa a tutti gli effetti. La gente ci è stata vicino in un modo incredibile. Quel Napoli era una formazione che stava crescendo. E io con loro. Un portiere deve migliorare sempre. A Napoli sono salito di livello, con una responsabilità diversa. Ma fu un momento molto bello della mia carriera, che ricordo con grande affetto. I record? Io non ho mai dato troppa importanza ai numeri. Mi fa piacere leggerli ancora oggi, soprattutto quello legato alle tante gare consecutive giocate. Vuol dire che la società, i tecnici e tutto l'ambiente aveva fiducia in me. Per quello che riguarda i record di imbattibilità o i pochi gol subiti, quei traguardi vanno divisi con tutta la squadra”.

In quegli anni arrivò la vittoria dell'Europeo. “Era una buona squadra sotto tutti gli aspetti, fatta di gente di qualità e di lotta. C'erano giocatori del calibro di Rivera, Riva, Domenghini. Eravamo una buonissima formazione e affrontammo avversari di livello assoluto. Basti pensare che la Russia era formata da giocatori di sedici repubbliche, che giocavano tutte in un'unica squadra. Stessa cosa per la Jugoslavia. La nostra fu una grande impresa. Non fu facile, ma alla fine portammo a casa la coppa”.

Memorabile la semifinale contro l’Unione Sovietica, giocata proprio a Napoli. “Il pubblico fu meraviglioso. Più di novantamila persone ci sostennero dall'inizio fino alla fine. Fu una gara molto dura perché noi dopo pochi minuti restammo in dieci per l'infortunio di Rivera. In quegli anni si poteva sostituire solo il portiere e noi resistemmo in maniera quasi eroica. Il pubblico ogni volta che la Russia si avvicinava la fischiava in maniera assordante. Non ho mai sentito niente di simile. La gara finì in parità, poi ci fu la monetina di Facchetti. Aspettammo tutti con trepidazione l'esito del sorteggio”. 

Zoff vince l'Europeo da protagonista. L'estate del 1972 passa alla Juventus. “Il primo anno fu subito scudetto, poi venimmo battuti dalla Lazio di Chinaglia e Maestrelli. Ma ci rifacemmo subito dopo. Gli anni alla Juventus sono stati bellissimi e il mio momento più alto come calciatore”.

In maglia bianconera gioca 11 campionati, vince sei scudetti, una Coppa Uefa e due Coppe Italia. Nello stesso periodo diventa campione del mondo con la Nazionale nei Mondiali del 1982. “Il momento più alto della mia carriera. Vincere un Mondiale è il sogno per ogni bambino che inizia a giocare a calcio. La massima espressione per chi vive di calcio e lavora in questo ambito. È quello che speri di raggiungere quando inizi a correre incontro ad un pallone”.

La spedizione azzurra parte tra mille polemiche legate al gruppo azzurro. Ma la squadra è in grado di lasciarsi alle spalle tutto. Anche il caos legato alle scommesse. “Qualcuno pensa che tutto ciò che ci stava accadendo intorno ci abbia caricato di più e aiutato a vincere. Non è così. Quando viaggi tra le polemiche è più difficile. Siamo stati bravi noi ad isolarci e a pensare solo al campo. E battemmo nazionali fortissime”.

Zoff vince un Mondiale da capitano e una volta appesi gli scarpini al chiodo inizia l'avventura da allenatore, prima alla guida della Nazionale olimpica, poi alla Juventus. Per chi aveva difeso i pali bianconeri per 476 partite, sembrava l'approdo più naturale. Molti si aspettavano l'inizio di un ciclo interminabile, ma la sua seconda vita da juventino dura solo due stagioni. Zoff eredita una situazione complicata. La Juventus sta provando a risalire la classifica dopo aver salutato i fasti dell'era Platini. I risultati sono dalla sua parte. Nei due anni da tecnico bianconero ottiene due quarti posti, vincendo (nella stagione 1989-90) anche due trofei: la Coppa Italia e la Coppa Uefa. Il pubblico è con lui, ma la dirigenza bianconera opta per un cambio radicale. Sono gli anni in cui l'Italia calcistica impazzisce per il calcio champagne di Arrigo Sacchi e un uomo misurato come Zoff, che allo spettacolo preferisce la concretezza e i risultati, non viene apprezzato. La dirigenza juventina saluta la sua bandiera più grande e affida la panchina a Luigi Maifredi, giovane tecnico in rampa di lancio, considerato un erede di Sacchi. “È sempre stato così. Quando ti affibbiano l’etichetta, poi è difficile togliersela. Da allenatore le mie squadre e i miei attaccanti hanno sempre fatto tanti gol. Alla Juventus per esempio lanciai Schillaci, che vinse il titolo di capocannoniere ai Mondiali di Italia ’90. Poi accadde anche alla Lazio con Signori che fu capocannoniere in Serie A”.

In biancoceleste vive anni meravigliosi, prima da allenatore, poi da presidente, infine ancora da tecnico. “Iniziammo un percorso di rinascita della Lazio, che poi esplose con l'avvento di Cragnotti. Quando mi venne chiesto di diventare presidente del club non fu facile, così come è stato complicato tornare due volte in panchina. Ogni volta si doveva ricominciare da zero, ma ogni volta riuscimmo semre a fare bene. Nel 2001 recuperammo undici punti alla Roma e il nostro cammino si fermò solo a Bari in una gara contro l'Inter, con una punizione di Dalmat in pieno recupero”.

80 anni, dei quali la stragrande maggioranza insieme ad un pallone. “Mi fa piacere leggere tanti bei ricordi legati al mio nome. Sono contento, vuol dire che qualcosa sono riuscito a trasmetterlo”.

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