L'intervista

Marco Branca, ricordi e gol tra Inter e Roma

Il Cigno di Grosseto trascorse quattro mesi sulla sponda giallorossa del Tevere, poi fu protagonista a Milano

Marco Branca ha legato il suo nome all’Inter: da calciatore prima e da dirigente del Triplete poi. In nerazzurro ha giocato una finale di Coppa Uefa e segnato 25 gol in 70 partite, prima di mettersi giacca e cravatta e conquistare nell’ordine: 5 scudetti, 4 Coppe Italia, 4 Supercoppe, una Champions e una Coppa del Mondo per club. Ma l’ex attaccante ha anche un passato fugace alla Roma dove ha militato quattro mesi sotto la guida di Mazzone e al fianco di Giannini e Totti. Due le reti: alla Samp e al Torino. Poi lo scambio con Delvecchio che ha portato benefici a tutti: Branca è andato a Milano da Roy Hodgson dove ha segnato gol a grappoli e costruito la seconda fase della sua vita legata al calcio, mentre Supermarco è diventato anni dopo uno dei simboli del terzo scudetto romanista. Oggi il Cigno di Grosseto aspetta la chiamata giusta per tornare in pista e ricorda il suo lungo Giro d’Italia. 

Marco Branca, una carriera spalmata su tutta la Penisola: da Cagliari a Udine passando per Milano, Roma, Genova, Firenze e Parma. Ha mai pensato di fermarsi un po’ più a lungo?

«La mia casa è stata Milano dove tra campo e scrivania sono rimasto 30 anni, ma mi sarebbe piaciuto arrivarci prima. Da calciatore, è vero, ho girato tanto. Per indole lavorativa io sono uno fedele, solo che le vicissitudini della vita e la voglia di giocare di più ti portano a fare alcune scelte a malincuore».

A Genova forse l’emozione più grande. Aveva la sensazione di scrivere una pagina di storia unica del calcio italiano?

«No, l’emozione più grande è stata vestire per la prima volta la maglia dell’Inter. Poi ne ho avute altre come la Coppa Uefa a Parma che non si vince tutti i giorni. Sicuramente ricordo con grande piacere lo scudetto con la Sampdoria. Eravamo un mix di giovani di grande talento e anziani di alto livello, come Vierchowod, Dossena o Cerezo».

Fine gennaio e inizio febbraio 1991 segna due gol pesantissimi contro Cesena e Fiorentina. I più importanti o ne ricorda altri? 

«Ho dato il mio bel contributo pur non giocando spesso, alla fine ne ho segnati cinque quell’anno e tutti importanti. Di gol belli, per fortuna, ne ho fatti tanti ovunque: di rovesciata, di testa, su punizione. Quelli che metto ai primi due posti sono quello in Inter-Padova, perché è stata una rovesciata al contrario, mi veniva la palla da sinistra da Fontolan e l’ho presa di destro. Il secondo con la maglia della Fiorentina a Verona su lancio di Orlando di 40 metri: l’ho messa all’angolino al volo».

A Roma è rimasto, come si dice in questi casi, il tempo di un caffè. Come mai?

«C’era il desiderio da parte di tutti di fare quello scambio con Delvecchio. Io sono stato poco nella Capitale, ma conservo ricordi molto piacevoli. Per come sono andate le cose possiamo dire di aver indovinato la mossa tutti quanti».

Poche presenze, ma ha avuto modo di giocare con un giovanissimo Totti. Uno dei due gol in giallorosso è arrivato proprio su assist di Francesco. Si vedeva che sarebbe diventato un campione?

«Non è che si vedeva, era lampante! Solo un cieco poteva non accorgersene. Restavamo spesso io, Giannini e Francesco a battere le punizioni sopra la barriera dopo l’allenamento. Lui aveva 18 anni, era timido e parlava poco, ma la battuta pronta già ce l’aveva. Ti spiazzava con la sua sincerità, proprio come adesso. Sul campo era già un fenomeno».

Vialli, Cerezo, Mancini, Totti, Batistuta, Zola, Zanetti. Tutti suoi ex compagni. Oggi quanti milioni costerebbero?

«Tanto, ma Totti era di un altro pianeta. Del suo livello c’era solo Totti, la capacità di leggere il gioco e calciare in porta era davvero fuori dal normale. Oggi potrebbe costare 250 milioni».

Più di Ronaldo?

«Forse no, diciamo che il Fenomeno era al primo posto, ma Francesco era nei dintorni, dai. Vestendo una sola maglia, ha avuto la sfortuna di non vincere tanti titoli perché la squadra non gliel’ha permesso. È stato il migliore in Italia negli ultimi 30 anni. Lo avrei visto volentieri vicino a Ronaldo».

Il passaggio all’Inter fu una scelta vincente. Al primo anno segna quanto Batistuta. Se lo aspettava?  

«Onestamente sì, perché giocavo titolare e poi avevo già fatto tanti gol all’Udinese. La verità è una: più giocavo più segnavo. Il problema è che fino a 25 anni non ero quasi mai titolare. Ma se mi davano continuità e stima io segnavo eccome».

Le stagioni dopo andarono meno bene?

«Ho avuto una serie di infortuni incredibile, quasi tutti causati da un problema alla schiena piuttosto serio. Così, dopo un anno e mezzo, ho deciso di andare al Middlesbrough, e vuoi sapere una cosa? Il mio grande rimpianto è stato quello di essere arrivato così tardi in Premier».

Come mai?

«È un altro calcio, non c’è paragone. L’atmosfera è diversa, senti il suono dello stadio come un piacere. Ad ogni tackle o stop indovinato sospirano, si esaltano in maniera incredibile quando segni, ma quando finisce la partita non ci sono problemi particolari. Tornando indietro ci andrei molto prima. Purtroppo ero a fine carriera e con tanti problemi fisici».

Oggi la differenza è ancora più marcata. Cosa serve per tornare a far brillare la Serie A?

«In Italia c’è un momento di transizione abbastanza lungo. Bisogna in primis privilegiare il settore giovanile mettendo dei maestri bravi e non per forza quelli che puntano solo a vincere i titoli per dare lustro al club o a loro stessi. Parlo di quelli che formano i giovani con dei valori di vita oltre che tecnici. E queste persone oggi sono sottopagate, vanno valorizzati e pagati di più. Oggi i calciatori hanno troppe distrazioni esterne, alcuni non sono pronti. Serve un nuovo insegnamento».

Da ex calciatore anni ’90 e da dirigente, che idea si è fatto del caos Superlega? 

«È stato un gruppo di presidenti disperati a livello economico che hanno perso di vista la dimensione del calcio popolare per provare solo a investire più soldi per loro. La meritocrazia non va mai abbandonata. Io sono nato a Grosseto, figlio di un barbiere e ho vinto tanto da calciatore e da dirigente. Se togli questo, togli tutto. Al calcio e ai tifosi».

Altra domanda d’obbligo: lei che lo ha portato in Italia, è rimasto sorpreso dall’arrivo di Mourinho alla Roma?

«Non pensavo la Roma potesse ambire subito a un tecnico così, ma non sono sorpreso dalla scelta di Josè. Sono contento, anzi, perché sono sicuro che per lui Roma è perfetta, è una città piena di stimoli e passione. E quando ci sono queste premesse lui sta bene e rende al massimo».

Lei è stato il dirigente più vincente della storia interista. Quando pensa di tornare in pista?

«Proposte in passato ci sono state, anche un paio di volte dalla Roma. Ma non si sono incastrati alcuni elementi. Io sono qua, di certo non mollo e sono aggiornatissimo, ma voglio un progetto serio».