Evander Holyfield: il campione, oltre il morso di Tyson

Evander Holyfield: il campione, oltre il morso di Tyson

Nato il 19 ottobre del 1962 ad Atmore, il pugile americano - iridato sia nei massimi leggeri che nei massimi  - viene troppo spesso ricordato per il celebre episodio con Iron Mike e non per le sue imprese sul ring

Paolo Marcacci/Edipress

19 ottobre 2022

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Non c’è niente di più ingiusto della memoria, o della portata dei ricordi: perché non osservano mai la giusta prospettiva; ingigantiscono i dettagli, a loro piacimento, così come possono relegare sullo sfondo ciò che andrebbe messo al centro della scena. Ecco perché può anche succedere che di tutto quello che hai fatto, conquistato, rimesso in palio per conquistarlo di nuovo, alla gente può essere che tu rimanga impresso per… un orecchio. Quello che ci stavi per rimettere, che per miracolo ti è rimasto appiccicato sotto la tempia. E vallo a spiegare alla gente, che hai battuto sia George Foreman che Larry Holmes, tanto per fare un paio di esempi. Loro vedono solo i denti digrignati di Mike Tyson, le mandibole che quasi hanno iniziato a maciullare cartilagine.

A Evander Holyfield queste cose non deve spiegarle più nessuno: è arrivato a sessant’anni con la forza di chi potrebbe ancora sollevare una persona di media corporatura con un solo braccio e con la consapevolezza che nulla è più effimero della gloria, ancor più volatile se parliamo di quella che si conquista sul ring, quando una qualsiasi cintura appena conquistata sembra vivere di vita propria nel tentativo di slacciarsi subito da sola, di scivolare via lungo i rivoli di sudore della sconfitta che arriverà, già nascosta dietro qualche angolo mentre hai ancora i guantoni alzati sotto i lampi dei flash. E, a proposito di Tyson, che vorremmo nominare il meno possibile per non incorrere nel medesimo errore che rimproveriamo, soltanto Holyfield è stato in grado di precipitarlo, ben più in basso del tappeto, nell’incubo di una seconda sconfitta: il 9 novembre del ‘96 la prima volta, alla MGM Grand Garden Arena di Paradise, in Nevada, a un tiro di slot machine da Las Vegas. Sarebbe dovuta essere una carneficina, nelle premesse; si rivelò uno stillicidio di disintegrazione tattica e atletica, ma non per mano del protagonista annunciato dal battage. Entrambi erano tornati a scavalcare le corde dopo aver attraversato periodi diversamente bui, Holyfield per un fermo dovuto alla commissione medica, Tyson per quello che tutti sappiamo e che molto probabilmente pagò più del dovuto. La partenza a spron battuto del Campione che difendeva la cintura WBA riconquistata fu il miglior terreno di lotta per Holyfield, che alla lunga prevalse sul piano strategico e su quello fisico: TKO all’undicesima, col giro di boa di un atterramento inflitto a Tyson per mezzo di un montante al torace che aveva la potenza d’urto di un vagone. Alla fine lo sfidante riconquistò la corona per la terza volta, come in precedenza aveva fatto un certo Muhammad Ali.

Il 28 giugno del 1997 eccoli di nuovo, sempre con Don King a fregarsi le mani per la portata e il clamore dell’evento. “The Sound and the Fury”, più che un titolo una premessa. Mai iniziato sul serio, nemmeno fino a quella fatidica terza ripresa durante la quale i denti rubarono la scena ai pugni. Per descrivere la serata bastano le parole dello stesso Iron Mike, che ha spesso ripetuto di aver odiato Holyfield e di essere arrivato a volerlo uccidere: “Perché mi dava delle testate e perché mi aveva portato fuori dal mio piano di lotta”. Fuori dal piano di lotta: non esiste forse complimento più bello da rivolgere a un avversario. Ecco che abbiamo fatto anche noi l’errore di riparlare forse troppo di quella sera, ma forse serve a rimarcare che, tra i due, quella sera Tyson voleva la vendetta, Holyfield la vittoria; l’uno fare a pugni, l’altro combattere.

Se anche noi ci siamo soffermati per qualche riga di troppo su quello che all’inizio sembrava un sussurro tra innamorati chiediamo scusa a Evander Holyfield, in occasione dei suoi insospettabili sessant’anni; perché è stato molto di più, lui che in cinquantasette incontri da professionista ne ha vinti quarantaquattro, dei quali ventinove per KO; che è diventato Campione del Mondo sia dei pesi massimi che dei massimi leggeri; che dal settembre del 1984 al maggio del 2011 ha commesso anche lui l’errore al quale sembra non riuscire a sfuggire nessuno tra gli dei del pugilato: dilatare troppo il tempo del proprio crepuscolo.

Forse è questo l’unico luogo comune al quale non si è sottratto, perché per il resto Holyfield ha saputo sistemare proficuamente ogni tessera nel mosaico dell’esistenza, basta pensare ai proventi del videogioco “Real Deal” sviluppato da ACME interactive e pubblicato da SEGA nel 1992, ispirato al suo campionario pugilistico e alle sue movenze sul quadrato. Del resto, l’abbondanza è sempre stata un qualcosa di connaturato alla sua esistenza, visto che si è concesso un numero di figli, undici, superiore a quello che avevano lasciato in dote al mondo i suoi genitori, che in eredità gli lasciarono otto fratelli, i quali c’erano già tutti, quando lui vide la luce, il 19 ottobre del 1962 ad Atmore, Alabama.

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