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Lothar Matthäus, il tuttocampista senza tempo

Paolo Valenti/Edipress
Pubblicato il 20 marzo 2026, 19:00
Che Lothar Matthäus sia stato uno dei più grandi calciatori degli ultimi vent’anni del secolo scorso è un dato indisputabile. I trofei che troneggiano nella sua personale bacheca non sono solo numerosi ma rappresentano anche l’eccellenza del livello raggiunto: da quelli vinti con la Mannschaft e con l’Inter sotto il cielo di Roma (Europeo 1980, Mondiale 1990 e Coppa Uefa 1991) agli altri conquistati sempre con i nerazzurri (2) e con il Bayern Monaco (13) fino agli altrettanto numerosi riconoscimenti individuali, tra cui spiccano il Pallone d’Oro 1990 e il Fifa World Player 1991. Le vittorie che hanno costellato il suo cammino professionale restituiscono l’immagine di un giocatore forte, determinato e longevo. Quindi, che tipo di calciatore era Lothar Matthäus?

Centrocampista duttile
La prima risposta che viene in mente a chi lo ha visto giocare è immediata: uno di quelli che riproduceva sul campo un carattere indomito, la cui spigolatura principale era rappresentata da una feroce attrazione per la vittoria. Nei contrasti, nella conduzione verso la porta avversaria, nella potenza dei tiri dalla distanza, finanche nei dribbling con cui saltava gli avversari, il centrocampista teutonico era un’esuberanza di potenza levigata da una tecnica non banale né ordinaria, più tipica dei numeri dieci che non dei giocatori che fondano le loro convinzioni sulla forza fisica che, nonostante un’altezza non da gigante (era alto 174 centimetri), era parte integrante del suo patrimonio calcistico.

Un giocatore di quelli che oggi si definiscono “tuttocampisti”, capace di esprimere peso ed efficacia nell’interpretazione di entrambe le fasi del gioco. Un’attitudine che lui stesso, pochi anni fa, ha testimoniato in un’intervista rilasciata a France Football, nella quale disse che “durante la partita, a seconda delle circostanze, giocavo da 6, da 8 e da 10”. Una duttilità tattica rappresentata al meglio dalla finale di Coppa del Mondo del 1986 disputata a Città del Messico contro l’Argentina, nella quale Lothar fece la prima parte del match marcando Maradona, spostandosi più avanti in un secondo momento quando il risultato andava recuperato. In quella partita, Diego assaggiò l’implacabilità con cui il tedesco si dedicava al suo compito, alla stregua di un umile mediano alla ricerca di una giornata di gloria. Abbandonata la marcatura, lo vide catapultarsi in avanti a guidare la riscossa dei suoi, portata fino a un pareggio che, quell’anno, la storia non contemplava. Non a caso, il Pibe lo definì “il miglior avversario che abbia avuto in tutta la mia carriera”: un complimento che valeva più di un Pallone d’Oro.

Il ripiego in difesa
Avere Lothar Matthäus in squadra significava ipotecare un successo. Non soltanto per le sue doti tecniche, che elevavano il valore complessivo della squadra. Ancora più determinanti, in questo senso, erano le sue propensioni caratteriali, quella leadership impaziente che spingeva i compagni a non accontentarsi mai, a cercare la vittoria con ogni mezzo fino a quando non veniva raggiunta. Il segreto della sua longevità agonistica è stato anche questo: il desiderio di competere ai massimi livelli per superarsi, superare gli altri, ottenere dei record. Centocinquanta presenze in Nazionale distribuite in vent’anni non si guadagnano se non con passione, dedizione e quel mix di caratteristiche tecniche, fisiche e comportamentali che definiscono il profilo di un campione, capace di sottrarsi anche alle trappole del tempo che passa ridefinendo il suo ruolo. Già, perché il Matthäus in grado di scorrazzare in mezzo al campo alternandosi tra 8 e 10, nella fase discendente della carriera seppe riposizionarsi in difesa giganteggiando come libero d’impostazione, mettendo a frutto anni di coperture, proiezioni offensive, contrasti e ripartenze. Il calciatore delle ultime stagioni è un ostacolo difensivo sul quale si infrangono i tentativi degli avversari di andare a rete: coperto nel gioco aereo da compagni più slanciati, rimane decisivo nei contrasti e nelle transizioni che, a seconda della situazione, sa condurre in modo ragionato palla a terra o accelerare con lanci precisi. La vigoria del carattere non viene meno in questa fase del suo percorso. Lothar è sempre prodigo di osservazioni: parla, urla, impartisce disposizioni. Sa dove andrà il pallone con quell’attimo di anticipo che gli permette di annullare quello scarto di reattività che gli impone l’età. Regala sicurezza tecnica e rappresenta un pungolo costante per compagni più acerbi o meno determinati. Giovanni Trapattoni gli attribuiva la capacità di parlare la “lingua dei calciatori”, riconoscendogli l’intelligenza di non aver bisogno di istruzioni per capire l'inerzia di un match.

Come giocherebbe oggi?
Con queste credenziali, un giocatore come Matthäus rappresenterebbe una risorsa preziosa anche nel calcio contemporaneo. Innanzitutto perché intelligenza tattica e dinamismo sono due tratti fondamentali per interpretare le partite dei nostri giorni, basate sulla spasmodica ricerca del recupero palla immediato in qualsiasi zona del campo. Il centrocampista tedesco, implacabile in marcatura quanto elegante nei fondamentali, saprebbe garantire efficacia nella fase di non possesso e precisione nelle ripartenze. Diversamente dall’impiego avuto nell’ultima parte della carriera, forse non sarebbe adatto, per fisicità, a giocare in difesa, potendo, però, scalare occasionalmente sulla linea arretrata per cominciare con qualità l’eventuale costruzione dal basso. La sua collocazione ideale sarebbe a centrocampo, in modo da sfruttare al meglio tutto il suo bagaglio tecnico, sia da mezz’ala che come perno centrale. Soprattutto in una disposizione a cinque, dove quel posizionamento, unito all’innato senso del gioco, gli consentirebbe di scegliere lo spazio giusto da occupare nelle varie fasi della partita. Da non mettere da parte nemmeno l’ipotesi di un impiego sulla tre quarti, sia dietro la punta nel 4-2-3-1 che più decentrato nei moduli con due uomini a supporto dell’attaccante centrale. Del resto, il tedesco ha fatto parte di quella categoria di calciatori che, essendo in possesso di doti tecniche elevate e, soprattutto, di intelligenza calcistica, non avrebbero avuto difficoltà ad adattarsi al calcio di qualunque epoca.

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