Il cuoio

Amedeo Amadei, il centenario del "Fornaretto" di Roma, Inter e Napoli

Il leggendario bomber di Frascati partì dal forno di famiglia per vestire maglie gloriose e segnare valanghe di gol. Fu il simbolo del primo scudetto giallorosso

Nella Capitale si è soliti definire ‘Ottavo Re’ quel calciatore che più di tutti gli altri sa conquistare le folle e l’anima dei tifosi giallorossi. Il primo, vero, Ottavo Re di Roma non è stato Francesco Totti, né Paulo Roberto Falcao. Dopo Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo, viene lui: ‘Amedeo il Modesto’.

Frascati-Roma-Bergamo

 

Nato a Frascati il 26 luglio 1921, Amadei cresce a pane e calcio. Questa volta, però, non è un modo di dire. Il ragazzo cresce nel forno di famiglia e per fare il provino a Campo Testaccio non dice nulla al padre: prende la bici e pedala fino a Roma. Torna la sera e vede la sorella in piazza che esclama: «Papà è nero di rabbia, corri a casa». La società lo tessera, ma niente soldi come stipendio: gli danno un impermeabile. Sigla il suo primo gol in una partita da dimenticare: Lucchese-Roma 5-1, l’unico lampo giallorosso. Va in prestito all’Atalanta ancora ‘pischello’, guadagna 1500 lire al mese e corre sulla fascia: segna quattro gol in Serie B nella stagione 1938-39 e sfiora la promozione. Con i bergamaschi realizza anche la sua prima rete in Coppa Italia, poi torna a Roma per diventare protagonista.

L'esplosione alla Roma 

 

È il 27 ottobre 1940, problemi fisici per Providente. Dalla panchina Alfred Schaffer ordina: Amedeo centravanti. Tripletta. L’allenatore austro-ungarico, durante la Grande Guerra, era la punta dell’MTK Budapest e segnava oltre 40 gol a stagione. Lo chiamavano ‘Der Fussballkönig’, il re del gol: sa riconoscere un campione. Amadei non si sposta più da lì, segna 18 gol in campionato e Providente torna in Argentina. La città si prepara al primo scudetto della sua storia e Schaffer trova il suo erede: Amedeo non è più ‘Er Fornaretto’, viene incoronato dal giornalista Bruno Roghi ‘Ottavo Re di Roma’. Purtroppo, però, è il 1942 e non si può festeggiare più di tanto. La Serie A viene sospesa per la Seconda Guerra Mondiale e finché la Capitale non viene liberata, Amadei segna in altri tornei. Arrivano gli Alleati e la Roma si prepara al nuovo campionato affrontando delle selezioni di militari britannici e statunitensi. Partite troppo facili, come quella con la Survey, in cui realizza sei gol. Diventa un simbolo e non viene più pagato in vestiti: la società, però, non dispone di molti soldi e non offre neanche 1000 lire al mese. Lo stipendio, Amedeo non lo vede: lo gira direttamente alla famiglia, rimasta a Frascati e intenta a tirar su dalle macerie il forno di Piazza del Gesù. Generoso e modesto nella vita, opportunista sotto porta: magari non tocca palla per 89 minuti, ma al 90’ parte l’agguato. Muscoli e nervi che scattano all’improvviso e arriva il gol. Bruno Roghi, sempre lui, lo definisce un "gatto soriano". La Roma, però, non può tenerlo. Lui è troppo forte e la società è condannata all’inferno della Serie B: il presidente Baldassarre ammette che i meriti di Amadei impongono l’affermazione a un livello più alto.

Amadei e il passaggio "obbligato" all'Inter

 

La Roma è costretta a cedere un simbolo come Amadei, nel settembre del 1948. Un incubo di fine estate per i tifosi e i dirigenti, che faticano a trovare un accordo con due giocatori del Bari, Tontodonati e Maestrelli. Quando firmano per i giallorossi, dopo una trattativa tesa per una questione di premi da inserire nell’ingaggio, Amadei può approdare all’Inter. Il Re arriva a Milano, rifiutando Torino e Juventus. I bianconeri fanno pressione attraverso Carlo Levi della Vida, che è stato un buon tennista oltre che amico della famiglia Agnelli. I granata propongono uno scambio con Gabetto e Menti. Ma alla fine è dell’Inter l’offerta migliore: i nerazzurri lo acquistano per 40 milioni più cinque di bonus, diremmo oggi. Amadei non dimentica la Roma, tanto che chiede ufficiosamente di non giocare contro la sua ex squadra quando è in difficoltà. Nella prima sfida disputata in nerazzurro contro i giallorossi, è praticamente nullo. Non ce la fa a superare il groviglio di emozioni di quella partita. In due stagioni, all’Inter segna più di quaranta reti. Forma un trio d’attacco formidabile con l’apolide Nyers e “veleno” Lorenzi. I tifosi, che in anni successivi hanno criticato quel suo tirarsi indietro contro i giallorossi, non possono dimenticare il derby del 1949. Il Milan illuminato dalle giocate di Liedholm e dalla volontà di giocare un calcio moderno, conduce 4-1. I nerazzurri, rappresentanti del catenaccio antico, rimontano e vincono 6-5. Merito anche del “Fornaretto” che, spostato nel ruolo di centravanti, firma la tripletta decisiva per una domenica senza precedenti. Nel giorno del centenario dell’Inter Massimo Moratti ha detto di ricordarsela bene quella partita, anche se allora era molto giovane. Ma giorni così speciali non si dimenticano. Per renderli possibili, servono campioni speciali come il Fornaretto di Frascati.

Gli anni a Napoli

 

Ha ventinove anni Amedeo Amadei quando arriva al Napoli. È l’Ottavo Re di Roma, il “Fornaretto”. Nella Capitale ha giocato undici stagioni, vinto il primo scudetto nella storia dei giallorossi e temuto di essere rastrellato e spedito come prigioniero in Germania. Ma nella confusione di quella giornata vicino all’attuale stazione della metropolitana di Porta Furba è riuscito a scappare. Napoli lo accoglie nel 1950. C’è chi lo considera un po’ agée, ma la squadra, appena promossa in Serie A, ha bisogno della sua classe. Segna già alla quarta giornata contro il Milan, che avrebbe vinto il campionato forte della miglior difesa della Serie A. In quella sua prima stagione, gli azzurri soffrono contro le milanesi ma centrano anche una serie di larghe vittorie come il 7-0 al Como in cui il bomber di Frascati segna la sua prima doppietta in Campania. Il Napoli chiude al sesto posto, posizione che confermerà anche l’anno successivo, anche grazie alle 12 reti di Amadei.

L'arrivo di Jeppson

 

Il presidente Achille Lauro non bada a spese nell’estate del 1952. Acquista infatti Hasse Jeppson per 105 milioni, una cifra per molti scandalosa che gli vale il soprannome di “Banco di Napoli”, e Bruno Pesaola che del Napoli sarà anche allenatore. Nelle prime settimane, Amadei fatica a raggiungere un’intesa convincente con il costoso attaccante svedese. Ma tutto comincia a cambiare alla nona giornata, quando al Vomero, traboccante di entusiasmo, scende in campo il Milan. Il Napoli gioca una partita praticamente perfetta, vince 4-2 ma di gol potrebbe segnarne anche sei. Amadei, più ragionatore nel primo tempo, dà spettacolo nella ripresa. Il duo con Jeppson funziona, insieme combinano perfettamente nell’azione che porta il “Fornaretto” a segnare il gol del 4-1. L’acquisto dello svedese induce Amadei ad arretrare il suo raggio d’azione. I due, il 18 gennaio del 1953, completano una rimonta rimasta nella storia e nel cuore dei tifosi contro la Juventus, che dopo nove minuti è già avanti 2-0 grazie alle reti di John Hansen e Karl Aage Praest. Ma alla mezz’ora, il Napoli ha cancellato il gap con Pesaola e Jeppson. Al 90’ Amadei piazza il gran tiro della vittoria. Sui giornali, il giorno dopo, spicca la foto di Carlo Parola, scorato e piangente, abbracciato al palo.

Giocatore e allenatore

 

Il Napoli completa un campionato entusiasmante al quarto posto, a sei punti dall’Inter scudettata. Seguiranno un quinto e un sesto posto fino al 1955. Amadei, che in quelle ultime due stagioni realizza rispettivamente 10 e sei reti, nel 1956 avvia la transizione verso la seconda fase di carriera. Sostituisce Eraldo Monzeglio e, da allenatore-giocatore, traghetta il Napoli a una faticosa salvezza. Dopo un brillante quarto posto nel campionato 1957-58, in cui gli azzurri hanno raggiunto anche la testa della classifica e battuto di nuovo la Juve con uno scintillante 4-3 al Vomero, lascia la panchina dopo il deludente settimo posto della stagione successiva. Rimane come osservatore, però. E torna ad allenare dopo pochi mesi, nel novembre del 1959, dopo il pessimo inizio della gestione di Annibale Frossi. La sua carriera da allenatore del Napoli dura fino alla fine della stagione 1960-61, anche se per le ultime due giornate viene sostituito da un altro calciatore che ha scritto la storia della squadra, il primo vero idolo del Napoli Attila Sallustro.

L'aneddoto della squalifica revocata

 

È il 23 maggio ’43, semifinale di Coppa Italia: la Roma col tricolore sul petto contro il Grande Torino: sotto 1-0 all’intervallo, i giallorossi trovano negli spogliatoi undici paia di forbici e l’invito a scucire lo scudetto dalla maglia. Dagianti segna l’1-1, ma a 7’ dalla fine Ossola parte verso la porta. Il guardalinee alza la bandierina, Pizziolo lascia proseguire. Parata in due tempi di Blason: per l’arbitro è gol. Si accende la mischia. Un calcio colpisce l’assistente Massironi, che riconosce in Amadei l’autore del gesto. Partita sospesa: la Roma si rifiuta di giocare e Amadei è squalificato a vita. Arriva l’amnistia solo dopo la confessione di Dagianti, colpevole del calcio al guardalinee.