Il cuoio

Calciomercato: l'arrivo di Baggio a Bologna e l'invasione di Sestola

Nell’estate del 1997 il presidente Gazzoni piazzò il colpo a sorpresa: l'approdo del Divin Codino mobilitò parte della tifoseria rossoblù verso l'Appennino emiliano 

Nell’estate del ’97, il presidente del Bologna Giuseppe Gazzoni Frascara ebbe una pensata geniale che diventò realtà: perché non andare a prendere Roberto Baggio? Tre anni prima, il Divin Codino aveva guidato la Nazionale di Sacchi fino alla finale del Mondiale americano persa ai rigori contro il Brasile, con l’errore di Baggio che mise fine al sogno. Ma il numero 10 era nel pieno della carriera, altro che giocatore finito: fino a poche settimane prima dell’interesse rossoblù giocava nel Milan, ma sentiva che era il momento di cambiare ancora. Aveva il cappellino in testa, nel giorno della conferenza stampa, e c’è una frase che i tifosi rossoblù ricordano come fosse ieri anche se sono passati oltre 20 anni: «Ho scelto Bologna». La città impazzì: record di abbonamenti, si vendeva soltanto la maglia numero 10. Quando andò in scena la conferenza stampa di presentazione di Baggio, il Bologna era già in ritiro a Sestola, sull’Appennino emiliano. È un comune di poco più di duemila anime, in provincia di Modena: in quei giorni raddoppiarono. Per la prima amichevole del Bologna di Baggio (sì, perché fu di Baggio più che di Renzo Ulivieri, che quella squadra guidava), la piccola tribuna del campo di Sestola si riempì ore prima dell’inizio della partita. Aveva ancora il codino, Baggio, ma lo avrebbe tagliato a breve, tenendosi addosso soltanto il soprannome, Divin Codino: perché quello resta. I tifosi che c’erano raccontano come il suono del pallone fosse diverso, a seconda se il pallone lo toccasse Baggio o gli altri giocatori. 

I dettagli e la presentazione 

Il mercato di fine anni '90 aveva regole diverse rispetto a quello attuale: a luglio chiudeva, ad agosto riapriva. Così Baggio fu tesserato in prestito fino all’11 agosto e poi ufficializzato a titolo definitivo. La scelta di ripartire da Bologna non fu casuale. A 30 anni, dopo la parentesi delle due stagioni milaniste con relativa trasformazione in comprimario, si cimentò nella risalita più difficile della sua carriera: tornare ad essere il migliore rifinitore, per meritarsi la convocazione ai Mondiali di Francia. Niente Derby County, per evitare problemi d’ambientamento a moglie e figli, e perché all’estero sarebbe stato più difficile farsi notare da Cesare Maldini, anche se il club inglese in cui giocava il suo amico Eranio fino all’ultimo non si arrese, forte di un’offerta d’ ingaggio che sfiorò i 5 miliardi l’anno. E niente rivincita al Milan, perché è vero che pochi giorni prima al Forum di Assago diecimila tifosi lo avevano implorato di restare, ma i primi due giorni di ritiro a Milanello gli erano bastati per sentirsi un corpo estraneo nella squadra progettata senza di lui da Capello. Non restava che Bologna, città propizia alle resurrezioni dei campioni scartati dagli altri. Nella conferenza stampa di presentazione, inusualmente ospitata nella sede del Milan, il suo nuovo presidente Gazzoni lo fece di nuovo l’eroe nazionale che fu a Usa ‘94. «Baggio non è un giocatore qualsiasi, rappresenta l’italianità, la fantasia, il bel calcio. Dà lustro alla città e a una società che in teoria non poteva permetterselo, perché appartiene ai cosiddetti club di seconda fascia. Ma il tempo del calcio padronale è finito: Baggio servirà anche per estendere la notorietà del marchio Bologna. Sarà utile commercialmente, per sfruttare lo stadio, per avere più soldi dalla pay-per-view. Dopo 35 anni da Bulgarelli torna un grande campione».