Bruno Pizzul: «A Wembley l'Italia nel segno di Mancini e Vialli»

Bruno Pizzul: «A Wembley l'Italia nel segno di Mancini e Vialli»

Lo storico telecronista Rai ricorda le avventure della Nazionale agli Europei: «Rivedo l’entusiasmo e lo stesso spirito che i due erano capaci di trasmettere da calciatori»

Paolo Colantoni/Edipress

11 luglio

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«Capire il perché la nazionale italiana non sia riuscita a portare a casa un titolo Europeo dal 1968 è quasi impossibile. Bisognerebbe riuscire a trovare una spiegazione logica ad aspetti agonistici che non sono codificabili. E spesso ci si è messa anche la malasorte». Bruno Pizzul, cantore delle gesta azzurre dal 1986 al 2002 ha raccontato quattro edizioni dei campionati europei. Ha vissuto la scalata dell’Italia di Azeglio Vicini nel 1988, che arrivò ad un passo dal trionfo; ha raccontato con amarezza l’eliminazione agli Europei inglesi del 1996 ed ha accompagnato la cavalcata della squadra di Dino Zoff, che perse la finale con la Francia al Golden gol, dopo aver sfiorato il successo. Ha chiuso la sua carriera di telecronista senza aver mai raccontato un successo azzurro. Lo ha sfiorato ai Mondiali del 1994 e negli Europei del 2000. «Ma mi sono rifatto con le vittorie delle squadre di club». ?Pizzul ha raccontato gioie e dolori della nazionale italiana, che con Roberto Mancini è tornata ad entusiasmare i tifosi. «Questo è il suo più grande merito. Aver ricreato entusiasmo, tra il pubblico e nei suoi giocatori. Ha creato quel senso di amicizia, la voglia di stare insieme. Quella ricerca del calcio gioioso che ha riportato la gente nelle strade. Tutto è stato corroborato dalla capacità di esprimere un calcio propositivo, che si è permeato nel possesso palla. Mancini, alla vigilia dell’Europeo, aveva indicato la strada da seguire e aveva detto che l’Italia era pronta per arrivare lontano. È stato di parola».

Mancini da allenatore è riuscito ad ottenere con la nazionale, ciò che ha solo sfiorato da calciatore.

«In campo era un piacere vederlo e raccontarlo. Forse uno spirito bizzarro, con un bel caratterino e poco propenso a rientrare in schemi tattici troppo restrittivi. Ma ha sempre amato le giocate individuali. Probabilmente il suo momento migliore in azzurro fu l’Europeo del 1988 che si giocò in Germania. Una nazionale, quella di Vicini, che in parte somiglia all’Italia di oggi».

Quali sono i punti in comune?

«Ce ne sono tanti. In questa squadra ci sono molti elementi giovani, come quella che nacque dal blocco dell’Under 21. Un altro aspetto importante è la voglia di stare insieme. Di colloquiare, di fare gruppo. Ricordo quell’Italia di Vicini come una piccola famiglia fatta di tanti ragazzi che amavano stare insieme. Traspariva il senso della condivisione, che portava ad aiutarsi in campo. Tutte cose che rivedo anche nell’Italia di Roberto Mancini».

Nel 1988 il sogno si infranse in semifinale.

«Fu una grande delusione. Soprattutto per Vicini che era un ottimo allenatore e una bravissima persona. Era come un padre di famiglia per tutti. Di quegli anni ricordo la bellezza dei momenti extra calcistici. Le interviste nei ritiri dove ti fermavi a parlare con gli allenatori e i calciatori. Le partite a biliardo. Tanti momenti da ricordare. Credo che Mancini sia stato in grado di ricostruire quell’ambiente all’interno del suo gruppo. Diciamo però che mentre Vicini era un padre per tutti i suoi ragazzi, Mancini è una sorta di fratello maggiore». 

Aiutato da un altro “fratello” calcistico: Gianluca Vialli.

«Insieme hanno fatto grande la Sampdoria, che in quegli anni ha scritto pagine bellissime di storia. Mi danno l’impressione di aver mantenuto lo stesso spirito che avevano da calciatori. Ed è una cosa che si percepisce da come i componenti del gruppo azzurro li seguono».

Se Mancini ricorda Vicini, c’è qualche calciatore della rosa attuale che può essere accostato all’attuale commissario tecnico?

«Il Mancini giocatore era un ragazzo votato alla giocata spettacolare, al colpo ad effetto. Talvolta esagerava nel cercare la giocata, ma era sempre un bel vedere. Direi che Barella potrebbe essere uno che gli somiglia. Non nel ruolo, né nelle caratteristiche tecniche, ma nella ricerca della bella giocata, anche in zone del campo dove si può rischiare». 

Nel 1992 l’Italia non si qualificò per la fase finale del torneo. Nel 1996 invece ci fu l’eliminazione al primo turno.

«Di quell’Europeo ricordo però soprattutto il dramma che gli inglesi, organizzatori del torneo, hanno vissuto quando vennero eliminati in casa. Erano certi di arrivare fino in fondo. Giocare un Europeo in casa ed essere sottoposti ad una grande pressione popolare può essere un boomerang. Nel 1996 lo è stato, l’augurio è che anche oggi possa accadere la stessa cosa in finale. La nazionale inglese di oggi ha individualità singole pericolose, ma quella del 1996 era più squadra e aveva più talento».

Nel 2000 la squadra di Dino Zoff arrivò ad un passo dal titolo.

«Sarebbe bastato gestire meglio l’azione conclusiva. Avere più freddezza e attenzione, evitando di lasciare alla Francia quell’ultima azione. Sembrava davvero fatta. In quell’occasione mi dispiacque per i tifosi, per il sottoscritto, che è arrivato ad un passo dal raccontare un successo azzurro, ma soprattutto per il mio amico Dino Zoff. Si sarebbe meritato quella soddisfazione. Venne poi massacrato da critiche ingiuste, che non meritava». 

La nazionale azzurra ha vinto quattro titoli mondiali, ma in bacheca, almeno fino ad oggi, resta solo un Europeo, portato a casa nel 1968. Bruno Pizzul si è spiegato perché gli azzurri hanno sempre palesato queste difficoltà nella competizione continentale?

«Impossibile dirlo. A volte abbiamo la pretesa di dare delle risposte logiche al calcio che resta invece un grande mistero agonistico. Accadono cose alle quali, anche a distanza di anni è impossibile dare una spiegazione logica. A volte i risultati dipendono dalla volontà imperscrutabile degli dei del pallone che mantengono le sorti di tutte le squadre nel loro grembo. E spesso e volentieri finiscono per dare una mano ai protagonisti».

Eventi impronosticabili?

«E che si ripetono con grande frequenza. Molte volte noi italiani ne abbiamo subito le sorti proprio nei campionati europei. Ma tutto questo finisce poi per essere il grande ingrediente che aumenta il fascino del mondo del calcio. E che porta, molto spesso a creare dei veri e propri protagonisti inattesi dei grandi eventi». 

Si può essere un protagonista inatteso della finale?

«Più che inatteso, sarei davvero contento se in finale si sbloccasse Ciro Immobile. È stato criticato ingiustamente. Ne ho visti tanti di calciatori che, in queste manifestazioni, sono stati colpiti dalle critiche e poi hanno trascinato le loro squadre nel momento decisivo. Immobile è un ragazzo che ha bisogno di un evento positivo per rilanciarsi. Nelle dichiarazioni, Mancini non solo ha dato la sensazione di volerlo ricaricare, ma ha fatto capire che ci punta tantissimo. Se dovesse giocare spero che possa essere decisivo»

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