Italia-Spagna: Franco Baresi apre il suo album dei ricordi in azzurro

Il leggendario difensore del Milan ha vissuto anche con la Nazionale una lunga storia d’amore: dal trionfo Mondiale del 1982 fino alla rassegna americana del 1994

Jacopo Pascone/Edipress

6 luglio

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Venti campionati giocati con la maglia del Milan, di cui 15 da capitano. 81 presenze con la Nazionale tra il 1982 e il 1994, 31 con la fascia al braccio. Un Mondiale vinto nel 1982 – anche se non giocò mai –, un terzo posto nel ’90 e un argento amaro a Usa ’94. Scrivi Franco Baresi e leggi leggenda del calcio italiano e mondiale. Icona assoluta del Milan di Sacchi e Capello, primo calciatore rossonero a cui è stata ritirata la maglia, la mitica numero 6, che nessuno potrà più indossare perché appartenuta a un’irripetibile bandiera. Classe 1960, ha affrontato la Spagna due volte agli Europei – nel 1980 giovanissimo non scese in campo, mentre nel 1988 era un uomo simbolo – e una ai Mondiali, quando dovette saltare la gara dei quarti per via di un infortunio, recuperando in tempo record per la finale. In occasione della sfida di stasera ci ha rilasciato un’intervista esclusiva in cui ricorda i suoi anni in azzurro.

Domanda d’obbligo, gli azzurri possono vincere l’Europeo?

«Questa Nazionale sta facendo un percorso straordinario. Sta meritando tutti gli elogi: credo che sia raro vedere una Nazionale che gioca bene ed è vincente. Da quando Mancini ha iniziato il suo lavoro, la squadra è cresciuta sempre di più, è consapevole, ha giocatori importanti in ogni reparto che magari non hanno vinto a livello internazionale, ma è un gruppo che può fare veramente il colpo. Adesso sono in semifinale, hanno fiducia e possono realmente arrivare fino in fondo».

Ricorda l’Europeo del ’68, l’unico vinto dall’Italia??

«Poco... la prima esperienza che ricordo sono i Mondiali del 1970, lo racconto anche nel mio libro in uscita (30 settembre 2021, ndi). Chiaramente conosco la storia del 1968... Credo che sia arrivata l’ora di rinnovare quel successo».

Fu convocato già per l’Europeo del 1980.?

«Fu la mia prima esperienza, avevo vent’anni ed ero reduce dai miei primi due campionati in Serie A (esordì già nel 1977-78, ma giocò una sola gara, ndi), fu una bella esperienza, la vissi al fianco di grandi campioni che facevano parte di quel gruppo, che poi è quello che vinse il Mondiale nel 1982. Vivere dietro a Gaetano Scirea per me è stato un onore, vederlo lavorare da vicino, vederlo giocare... partecipare a quell’avventura è servito molto per la mia carriera».

Quindi studiava proprio da Scirea?

?«Per me era un esempio, ero giovanissimo e lui era nel boom della sua carriera e della sua maturità. Ricordo che in quel gruppo c’era una forte presenza juventina. Sappiamo tutti quello che Scirea ha dato al calcio italiano e internazionale. È stato un esempio per tutti».

Ricorda la gara contro la Spagna a Euro ’80?

?«La Spagna era una squadra ostica. Peccato, perché speravamo di arrivare in finale, ma siamo riusciti solo a disputare la finalina per il terzo e quarto posto. Non fu una partita spettacolare ci furono poche occasioni».

Che cosa provò il 4 dicembre 1982, giorno del suo esordio in Nazionale?

«Fu una grande emozione quella di esordire con il gruppo campione del mondo, facemmo solo 0-0 nella partita di Firenze e infatti poi non riuscimmo a qualificarci per l’Europeo francese». 

Il 14 giugno 1988 la sua unica partita giocata contro la Spagna nell’Europeo tedesco...

«Quell’Europeo fu bello. La Nazionale era composta dal gruppo dell’Under 21 di Vicini arrivato dopo il ciclo di Bearzot. Vicini costruì quella squadra che poi giocò i Mondiali del 1990. Era un gruppo di qualità, giovane ma di spirito».

Poi cosa successe nella semifinale contro l’Unione Sovietica?

«Sarebbe stato bello poter affrontare in finale i miei compagni olandesi del Milan, Gullit e Van Basten. Peccato, ma l’Unione Sovietica andava a mille, noi non facemmo benissimo, loro fisicamente stavano meglio e meritarono la vittoria».

Un altro incrocio con le Furie Rosse al Mondiale ’94, ma lei era infortunato... Ricorda quel match?

«Quel Mondiale fu una sofferenza in un clima tremendo. Contro la Spagna facemmo una bella partita, ma soffrimmo ingiustamente, oro crearono poche occasioni... Era una squadra abbastanza esperta composta da tanti calciatori del Barcellona che avevamo battuto poco prima nella finale di Atene con il Milan. Tra l’altro c’era Luis Enrique, protagonista di quell’episodio con Tassotti. Meritammo di vincere».

Poi l’errore dal dischetto nella finale di Pasadena, è quello il più grande rimpianto della sua carriera?

«No, non è un rimpianto. Giocai con la Nazionale il mio ultimo Mondiale che sentivo tantissimo. Riuscire a essere disponibile per una finale Mondiale non capita spesso (a maggior ragione dopo aver recuperato da un infortunio, ndi). I rigori sono sempre una lotteria, non ho da rimproverarmi: si può segnare o sbagliare».

Ci parli di Bearzot.

«Bearzot ha sempre avuto fiducia in me, lo ha sempre dimostrato nelle convocazioni. Nonostante avessi disputato il campionato di Serie B nel 1980 e fossi retrocesso nel 1982 – due avvenimenti incredibili della mia carriera – ha sempre creduto in me, dandomi la possibilità di fare parte di quel gruppo importante, di diventare campione del mondo. L’unico rammarico risale al 1984 prima del Messico, quando tentò di farmi giocare a centrocampo, gli dispiaceva che io non potessi giocare essendoci Scirea nel mio ruolo, desiderava che giocassimo insieme. Purtroppo il ruolo di mediano non era nella mia indole, non riuscivo a essere me stesso e così persi i Mondiali del 1986. Non ero ancora titolare, ma ci sarei andato volentieri, anche perché quel gruppo finì nel 1986. Però non mi lamento: tre Mondiali terminati sempre sul podio, gli Europei... Nella mia carriera ho dato tanto e ho ricevuto tantissimo, sia a livello di Nazionale che di club».

Come mai lasciò la Nazionale nel 1992? Cosa la spinse a tornare?

«Nel 1992 non ci qualificammo per gli Europei, avevo 32 anni e pensavo di non poter dare il massimo sia all’Italia che al Milan, quindi lasciai per rispetto di entrambe le casacche. Poi mi chiesero di tornare e non potevo dire di no. Andai avanti fino ai Mondiali del ’94».

Era più forte la Nazionale del 1982 o quella del 1994?

«È sempre molto difficile fare paragoni, sono stati cicli diversi vissuti da calciatori differenti. La vittoria del 1982 rimarrà sempre nel cuore dei tifosi, quella Nazionale dopo le prime partite giocò anche un calcio piacevole con dei giocatori straordinari. Quella del ’94 forse non era a quel livello, ma era un gruppo straordinario: arrivare in fondo a quel Mondiale è stata un’impresa». 

Racconti il suo rapporto con Sacchi in Nazionale...?

«In Nazionale tornai anche per lui, mi conosceva bene e sapeva il contributo che potevo dare. Con lui c’è sempre stato un rapporto molto sincero, molto fiero. Con gli azzurri non è riuscito a portare quel calcio spumeggiante perché in Nazionale è più difficile, non lavori tutti i giorni con i calciatori e vai a scontrarti con i migliori in assoluto. È un altro tipo di lavoro...».

Come ci si sente a essere stato il primo calciatore del Milan a cui è stata ritirata la maglia?

«Quell’anno sorpresero anche, Berlusconi, ancora una volta, riuscì a sorprendermi dimostrandomi con quel gesto tutta la stima e la gratitudine per gli anni che ho vissuto al Milan. Fu un gesto che mi riempì d’orgoglio».

Da piccolo era già derby in casa con suo fratello Beppe?

«In famiglia eravamo più filo rossoneri. Tra di noi c’è sempre stata una grande stima che è continuata negli anni anche quando giocavamo contro nei derby, eravamo avversari in quei 90 minuti ma poi si tornava fratelli (ride, ndi). È stata una bella esperienza, è difficile trovare due fratelli capitani avversari in squadre come Inter e Milan. C’era una competizione leale, non c’è mai stata invidia: io speravo che lui andasse bene e viceversa. Poi, ovviamente, io speravo di batterlo e viceversa». 

Un ricordo di Euro ’88?

«Pensando a quell’Europeo, ricordo con piacere Vialli e Mancini, che oggi sono i responsabili della Nazionale. Erano due attaccanti fortissimi, che proprio in quegli anni stavano mettendo le basi per le vittorie con la Sampdoria. Li ricordo con grande affetto, sono stati due grandissimi compagni di Nazionale, anche nel ’90. Abbiamo vissuto due grandi avventure. Le Notti Magiche stanno tornando oggi proprio con loro».

 

 

 

 

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