Il cuoio

Armando Picchi, 50 anni fa l'addio al capitano della Grande Inter

Leader dei nerazzurri di Herrera, con la Juve stava per aprire un ciclo da allenatore: il 26 maggio 1971 ci lasciò uno dei più grandi difensori del calcio italiano

"Giocavamo tranquilli, sereni, perché le colpe le prendeva sempre lui, dietro". Ecco, di colpe, alla fine, Armando Picchi ne ha prese poche. Di coppe, invece, quelle sì, se n’è prese tante. Le ha vinte tutte indossando la maglia dell’Inter, il club a cui il suo nome è legato, ma ha saputo ritagliarsi un posto speciale anche nel cuore di due squadre come Livorno e Juventus. Una caratteristica riservata solo ai grandi del nostro calcio. E lui, grande, lo è stato per davvero: ancora oggi, a 50 anni dalla sua scomparsa, quando si elencano i tre liberi più forti della storia del calcio italiano il suo nome, assieme a quelli di Gaetano Scirea e Franco Baresi, è sempre presente.

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Picchi, da Livorno con furore

Armando nasce a Livorno, e questa caratteristica peculiare della sua carta d’identità lo accompagnerà per tutta la vita. Come la maggior parte di chi nasce in quella città, ha un carattere forte e deciso, quasi insofferente, di certo ribaldo. Sin da giovane mostra però la capacità fondamentale di saper unire a quella scorza una sorta di dolcezza, l’abilità di unire carota e bastone, pugno duro e cuore tenero. Le doti di chi nasce per utilizzare il proprio carisma.
Dal 1954 al 1959 gioca per il suo Livorno. È un terzino, e da tale non disdegna le discese in attacco. Viene acquistato dalla SPAL, dove si mette in mostra in Serie A nella stagione 1959-60. Più a nord, a Milano, c’è un industriale del petrolio chiamato Angelo Moratti, che coltiva sogni di gloria per la sua Inter. Per quel ragazzo livornese di 25 anni è arrivato il tempo di mettersi alla prova in un grande club.

Il capitano della Grande Inter di Herrera

Arriva nell’Inter che non è ancora la Grande Inter. I primi due anni sono di "apprendistato", utili a far vedere a tifosi e staff tecnico le sue doti di leadership. L’allenatore Helenio Herrera nota come Armando riesca a essere una sorta di allenatore in campo: guida i compagni, dà loro indicazioni, li sprona e li rimprovera. Arriva l’intuizione: il ragazzo dovrà giocare in mezzo. Ma non a centrocampo, bensì in difesa. Herrera gli cambia così il ruolo: da terzino Picchi si trasforma in libero. Ultimo muro davanti al portiere, ultimo baluardo difensivo, dietro ai compagni, quasi a proteggerli, rassicurarli. Lo farà molto spesso, e sarà lo stesso Burgnich, come abbiamo scoperto, ad ammetterlo.
Quando Bolchi lascia l’Inter nel 1962, la scelta è fatta. Picchi diventa il capitano, ma presto diventerà "il" capitano. Quello di una squadra che si basa sulla sua leadership, sulla spinta di Facchetti, sulle geometrie di Suarez, sulle sgroppate di Jair, i gol di Mazzola, il sinistro di Corso.
È la Grande Inter di Helenio Herrera, la regina degli anni ’60. Difesa rocciosa, ripartenza letale. I nerazzurri vincono scudetti e trionfano in Europa e nel mondo. È Picchi ad alzare al cielo di Vienna la prima Coppa dei Campioni della storia dell’Inter, vinta nel 1964 ai danni del Real Madrid. È lui ad alzarla a San Siro l’anno dopo, è lui che si prende la responsabilità, bellissima, di farlo anche con le Coppe Intercontinentali.

L'addio a club e Nazionale

La favola si interrompe nel 1967. L’Inter in pochi giorni ha perso lo scudetto a Mantova e la Coppa dei Campioni a Lisbona. L’insofferente livornese si scontra con Herrera - per la verità, una prassi comune a molti protagonisti di quella Inter -, il tecnico argentino è inflessibile: o va via lui o vado via io. Picchi capisce che è il momento di fare le valigie, e lascia i nerazzurri dopo 257 indimenticabili partite.
Chiude la carriera nella vicina Varese nel 1969. Un anno prima aveva giocato la 12a e ultima partita con la Nazionale italiana: un rapporto mai sbocciato, vuoi per le idee dei ct, vuoi soprattutto per alcuni gravi infortuni che gli hanno impedito di eccellere anche in azzurro.

Da allenatore: exploit a Livorno

Nel suo ultimo anno varesino, Picchi ricopre in realtà il doppio ruolo di giocatore e allenatore. Con i biancorossi sfiora per un punto la promozione in A. Che ci sia del talento anche dalla panchina?
Provano a scoprirlo a Livorno. Nel 1969-70 gli amaranto sono in piena zona retrocessione, esonerano Aldo Puccinelli e chiamano proprio il figliol prodigo. Non tutti, siccome comandavano in campo, riescono a farlo dalla panchina. Picchi sì. Sotto la sua direzione, il Livorno passa dalla quasi Serie C a un incredibile 9° posto finale. Il risultato attira le attenzioni del nord Italia, stavolta a Torino.

Sulla panchina della Juve

Giampiero Boniperti e Italo Allodi stanno ricostruendo la Juventus. Lo fanno acquistando i giovani più promettenti sul mercato. Arrivano Fabio Capello, Franco Causio, Roberto Bettega. A guidarli, chiamano Picchi.
Non è una Juve che può ancora giocarsi lo scudetto, ma la squadra convince, attestandosi ai piani medio-alti della classifica. La stagione 1970-71 getta i prodromi della Juve protagonista degli anni Settanta. E Picchi, che ne è alla guida, sente di poter essere protagonista di un ciclo vincente.

Il male oscuro

C’è però un elemento contro cui nessuno ha fatto i conti. Picchi da tempo, e senza dirlo quasi a nessuno, soffre di mal di schiena atroci. Se ne accorge una prima volta durante Juventus-Lazio del 3 gennaio '71. Solo che quel giorno, al Comunale di Torino, c’è una temperatura quasi polare. "Sarà il freddo", pensa Armando. No, non è il freddo.
I dolori continuano anche nelle settimane successive, sempre più acuti, e nessuna cura li diminuisce. Il 10 febbraio dirige il suo ultimo allenamento con la squadra. I giornalisti lo vedono più stanco del solito in volto, gli fanno domande. Lui è vago, risponde con la solita educazione. Nessuno sa nulla, neanche i giocatori. Quattro giorni dopo viene annunciato il cambio in panchina: la Juve viene affidata a Cestmir Vycpálek. I medici non hanno diagnosi positive. Armando, probabilmente, ha già capito tutto.

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L'ultimo saluto

Da Torino verrà presto trasferito in una clinica a San Romolo, vicino Sanremo, in una villa immersa tra i boschi. Prima di andare in Liguria, si reca a Villar Perosa a salutare i suoi ragazzi. Ha 36 anni, e probabilmente sa che non li rivedrà mai più.
Armando Picchi abbandona questa Terra il pomeriggio del 26 maggio 1971, inghiottito da un male oscuro.
La famiglia decide di non dire nulla fino al 28, perché il 26 la Juventus è impegnata nella sfida di andata della finale di Coppa delle Fiere contro il Leeds. La moglie Francesca, assieme ai figli Leo e Gian Marco, non vuole destabilizzare la squadra. I bianconeri lo verranno a sapere due giorni dopo, tramite i giornali. Quando tutto il calcio italiano si rese conto di essere rimasto, inesorabilmente, più povero di prima.