Il cuoio

Juventus-Inter, grazie a Gianni Brera è il Derby d'Italia

L’accesa rivalità tra bianconeri e nerazzurri ha portato il più grande giornalista sportivo italiano a coniare un termine per questa partita

Quella del 15 maggio 2021 è la 241esima gara, considerando tutte le competizioni, che vede contrapporsi Juventus e Inter. Finora sono 109 le vittorie dei bianconeri, 72 quelle dei nerazzurri e 59 i pareggi. Una partita dall’accesa rivalità, così tanto da essere definita Derby d’Italia, allargando l’antagonismo tipico delle stracittadine (gare tra squadre della stessa città) a tutta la penisola. Questa espressione ha un anno di nascita, il 1967, e un padre, Gianni Brera, che in realtà di parole in ambito sportivo ne ha partorite davvero molte, fino a creare un suo glossario.

La rivalità negli anni ‘60

“Derby d’Italia” è la diretta conseguenza del sentimento di contrapposizione tra le squadre, esploso soprattutto a inizio anni ’60 con partite come quella del 16 aprile 1961 vinta a tavolino dall’Inter per invasione di campo, vittoria poi annullata dalla Commissione di Appello Federale: la Juventus vince lo scudetto, la gara viene fatta rigiocare a campionato finito (termina 9-1 per i bianconeri) e il presidente dell’Inter Angelo Moratti, per protesta, chiede a Helenio Herrera di mandare in campo i giocatori della Primavera. Da quell’episodio di anni ne sono passati parecchi, ma la rivalità tra le due squadre e le tifoserie non si è mai spenta. Ed è per questo che ancora oggi i loro incontri vengono chiamati Derby d’Italia, espressione ormai entrata nel linguaggio comune.

Il calciolinguaggio di Gianni Brera

Ma Derby d’Italia non è l’unica espressione coniata da Brera. Goleador, centrocampista, melina, rifinitura, palla gol. E potremmo andare avanti fino a comporre un vocabolario: il suo “calciolinguaggio”. Il più noto giornalista sportivo italiano, oltre che padre della critica sportiva, ha sfruttato la vena narrativo-letteraria e la vasta cultura, unite a uno stile innovativo e originale, per colmare il bisogno di fornire al giornalismo sportivo, e al calcio in particolare, un proprio linguaggio. Scrive sul Guerin Sportivo, il 28 ottobre 1963: “El por Gioânn non ha mai preteso di far letteratura. Se ha dovuto inventarsi un linguaggio, non già una lingua (scherzèm minga), lo ha fatto perché non esisteva. A scrivere di sport erano letterati minori, senza gran nerbo, o tecnici di sport che non sapevano di letteratura. I pirletta sghignettavano molto leggendo neologismi ad ogni pezzo: ma se non esistevano i termini?”.

Un regno, quello dei suoi racconti, i cui abitanti vengono battezzati con epiteti caricaturali (abatino, ciolla, mutargnone...), o elevati al rango di divinità, quasi mitizzati (rombo di tuono - Riva, deltaplano - Zenga…), alternando stile alto e basso, esaltazione e presa in giro: attraverso il comico e il grottesco, Brera tormenta i suoi personaggi, mentre con il tragico ne rende manifesta l’umanità. L’atleta, secondo il giornalista, ha come una sorta di impegno morale nei confronti di se stesso e del suo Paese: ne è un rappresentante ideale e permette a chi lo guarda di identificarsi quasi spontaneamente in lui, poiché rappresenta alcuni istinti fondamentali dell’essere umano. Istinti che Brera mostra, sfruttando la forte carica espressionista della sua scrittura: forza le linee del discorso in un punto e le sgonfia in un altro, come un muscolo che si flette e si stende. Mescola costrutti classici e gergo popolare, citazioni in latino e in dialetto "redefossiano" (dal Re de' fossi, antico canale milanese della Bassa padana, sua terra natìa). Lascia un’eredità che non è quantificabile, della cui grandezza spesso non ci rendiamo conto perché è andata a comporre il linguaggio comune, e così l’abbiamo fatta nostra.