La prima stella di Marotta

La storia dell'archittetto di sette (e mezzo) scudetti della Juventus e di due dell'Inter, iniziata facendo il raccattapalle a Varese...

La prima stella di Marotta
© Getty Images

Roberto BeccantiniRoberto Beccantini

Pubblicato il 26 aprile 2024, 11:04

Colui che era il grande vecchio ed è diventato il vecchio grande, nacque a Varese il 25 marzo 1957, giorno di fresca primavera, e andava all’asilo con il grembiulino azzurro e il cestino della merenda. Giuseppe Marotta detto Beppe. Il dirigente alfa - e un po’ omega - del nostro circo. Lontano dalla letteratura chic di Italo Allodi e dalle narrazioni choc di Luciano Moggi, dentro le pagine dello sport, della vita, dei giri e raggiri che il calcio semina come chiodi, in attesa che qualcosa, o qualcuno, buchi o scoppi. Dalla Continassa alla Pinetina, da Stellantis a Suning, dalla Juventus all’Inter: la carriera gli è esplosa addosso, dopo che, bambino, pregava Angelino, il magazziniere del Varese, di poter assistere agli allenamenti.

Il 4 febbraio del 1968, raccattapalle a Masnago, fu testimone di un memorabile 5-0 alla Juventus, tripletta di Pietro Anastasi. Un picciotto dall’istinto selvaggio che Madama reclutò quando sembrava ormai dell’Inter. Prendete Beppe e rovesciategli le strisce. Studi classici al Cairoli, tra versioni di greco e grasso (che colava) sulle scarpe dei suoi idoli; piano piano, l’arrampicata. Monica Colombo ne ha raccolto le verità e le volontà sul «Corriere della Sera» del 27 gennaio 2023. Una sorta di manuale delle giovani Mar(m)otte. Beppe si piace e comincia a piacere; diciannovenne, è già responsabile della cantera del Varese. Il Varese di Mario Colantuoni; di Enrico Arcelli, pioniere della scienza applicata all’agone; di Eugenio Fascetti, l’inventore del casino organizzato, che non era una casa chiusa e ordi-nata, ma un modo di giocare che Jurgen Klopp avrebbe trasportato nel futuro e trasformato nel «gegenpressing».

Beppe. Fece anche il giornalista. Un «piccolo Mario Sconcerti», dedito ai commenti tecnici e, zelo per zelo, a spulciare i giocatori. Primo acquisto, nel 1980, Michelangelo Rampulla dalla Pattese. A Monza affina il fiuto, a Como e Ravenna lucida la pazienza, arma non meno letale della competenza. Marotta, l’hombre «diagonal», si sposta a Venezia, e per celebrare la promozione in A si fa il Canal Grande sul Bucintoro. Con Alvaro Recoba e Maurizio Zamparini capì il valore del talento e il prezzo della bramosia dell’ufficiale pagatore, se così smodata, così viscerale. L’Atalanta è una tappa di trasferimento che lo aiuta ad affilare le unghie che sempre meno nasconderà sotto i riccioli in fuga dalla gioventù canaglia e mitraglia.

E fu Sampdoria. Maggio 2002. L’euro ha sfrattato la lira. Precettato da Riccardo Garrone, eccolo sulla tolda di uno scafo traballante. Con Walter Novellino in panca si libera dalle catene della B per approdare nell’élite. Lo accompagna un tizio che, lì per lì, solo i topi d’archivio e gli esperti di mercato conoscono, un tipo dongiovannesco e strampalato, che veste alla moda e draga le periferie. Fabio Paratici. Ne risentiremo parlare. Con il Doria, Beppe diverte e si diverte. Preleva Antonio Cassano dal Real, e lo affianca a Giampaolo Pazzini, beccato a Firenze. La coppia strappa lo scudetto dal cuore della Roma di Claudio Ranieri per consegnarlo, papale papale, all’Inter di José Mourinho. Inoltre, il quarto posto del 2010 spalanca addirittura i preliminari di Champions.

Roberto Beccantini (l'articolo completo sul Guerin Sportivo numero 5 del maggio 2024)

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