Calcio

Brasile, a un anno dalla disfatta, a che punto è la ricostruzione

A un anno dalla disfatta del Brasile contro la Germania, cerchiamo di capire cosa è cambiato nella Seleçao, osservando quali uomini sono stati “potati” e quali sono rimasti nei ranghi della formazione titolare, e dando un’occhiata ai risultati ottenuti da Dunga, richiamato sulla panchina verdeoro e subentrato a Scolari, nonostante i risultati del secondo siano superiori a quelli del primo. Felipão ha vinto un Mondiale e concluso in semifinale l’altro. Il modo drammatico con cui si è concluso il torneo casalingo, forse la pagina più nera della storia del calcio brasiliano, ha fatto gridare al fallimento (e in effetti lo è stato, tanto da coniare il termine Mineirazo, che richiama il Maracanaço del ‘50), ma nelle due edizioni precedenti, con Carlos Alberto Parreira (vincitore nel 1994: in Brasile amano i grandi ritorni) e con Dunga, la corsa si era fermata ai quarti di finale, dunque un passo prima rispetto al 2014. Ad ogni modo, mai i verdeoro avevano subito sette gol in una sola gara, non perdevano in casa da dodici anni e mai una semifinale si era risolta con uno scarto simile.

Julio Cesar in porta; Maicon, David Luiz, Dante e Marcelo in difesa; Fernandinho e Luiz Gustavo in mediana; il trio Hulk-Oscar-Bernard sulla trequarti; Fred di punta. Questa la formazione scelta un anno fa da Scolari nel match contro Lahm e compagni. Decisioni piuttosto obbligate, alla luce delle assenze di Neymar (sostituito da Bernard) per infortunio e di Thiago Silva (rimpiazzato da Dante) per squalifica. La pietra dello scandalo era la presenza di Fred, fedelissimo del tecnico e non amato invece dai tifosi brasiliani (l’alternativa sarebbe stata comunque Jô, non esattamente Romario). E già alla vigilia del torneo, avevano fatto parecchio discutere le assenze di Miranda e Luis Filipe, difensori titolari dell’Atlético Madrid appena laureatosi Campione di Spagna e arrampicatosi fino alla finale di Champions League. Il Mondiale casalingo era stato vissuto intensamente dai giocatori, carichi di pressioni e quasi alle lacrime durante le esecuzioni degli inni nazionali, un po’ in tutte le partite. Più che togliersi le tensioni di dosso, i brasiliani si caricavano sempre più di responsabilità e la testa era sgombera sola a sprazzi. Sul campo si procedeva avanti tra aiutini arbitrali (vedi l’esordio con la Croazia) e colpi di fortuna (come il legno colpito dal cileno Pinilla all’ultimo secondo dei supplementari, all’altezza degli ottavi). Il gioco latitava, ma in un modo o nell’altro, di strada se ne era percorsa. La sfida dei quarti contro la Colombia aveva estromesso poi dalla rassegna Neymar, per una forte botta alla schiena dopo un contrasto con Zuñiga, e Thiago Silva. Due elementi imprescindibili in un undici balbettante, soprattutto perché in semifinale arrivava una Germania in forma smagliante e al massimo della sua lucentezza. Felipão aveva fino a quel momento un dolce ricordo della squadra tedesca: al Mondiale del 2002 la sconfisse in finale. Ma se in quell’occasione la sua squadra arrivava a Yokohama con una formazione stellare (c’erano Ronaldo, Roberto Carlos, Ronaldinho, Rivaldo e Cafu) e i teutonici come una rivelazione, questa volta i rapporti di forza erano invertiti: l’undici di Löw si presentava da favorito all’appuntamento, forte di un organico  privo di punti deboli. Il Brasile, pieno di dubbi, nascosti sotto il tappeto nelle uscite precedenti. Merito dei futuri Campioni del Mondo fu quello di smascherarli tutti, premendo sull’acceleratore sin dalle prime battute di gioco. I verdeoro, non aspettandosi forse tale veemenza, si sciolsero immediatamente ed entrarono nella storia, ma in senso negativo. All’11’ Müller sbloccò la gara, al 23’ Klose raddoppiò soffiando il record di reti nella storia dei Mondiali a Ronaldo (beffa nella beffa), poi toccò a Kroos entrare nel tabellino dei marcatori con due reti in due minuti, e al 29’ ecco la gloria personale per Khedira. Dopo mezz’ora, il punteggio recitava implacabilmente: Brasile 0, Germania 5. Partita finita. Tedeschi in giubilo, brasiliani con sentimenti misti tra pianti e rabbia. Il sogno di archiviare il Maracanaço lasciò posto a un incubo ancor più spaventoso. Nella ripresa, la Germania troverà altre due reti con Schürrle, si mangerà l’8-0 con Özil e subirà nel capovolgimento di fronte la rete della bandiera di Oscar. Brasileunogermaniasette. Saltò subito la testa di Scolari, destinato a un altro capitombolo nella finale del terzo posto. I giornali uscirono con titoli luttuosi o pagine bianche come a dire: “Siamo senza parole”. Il 22 luglio, venne presentato il Dunga-bis. All’ex regista di Pisa, Fiorentina e Pescara, fu assegnato il compito di ricostruire un nuovo gruppo sulle macerie di un ciclo chiuso in modo tragico. Dopo un anno, possiamo già intravedere cosa è cambiato, anche se nella Copa América da poco conclusa, è andato in scena di nuovo un Brasile a tinte fosche, poco spettacolare, imperniato sulla classe di Neymar, tanto da uscire di scena ancora una volta a seguito dell’assenza del suo fuoriclasse (espulso dopo il match con la Colombia, quando nella prima gara, contro il Perù, aveva segnato e offerto l’assist del gol-vittoria a Costa). Non è cambiato il modulo, Dunga si sta ancora affidando al 4-2-3-1. Sono cambiati invece molti interpreti. In porta, Julio Cesar è stato avvicendato da Jefferson. In difesa, sono stati finalmente scelti Miranda (al posto di David Luiz) e Filipe Luis (per Marcelo), schierati rispettivamente al centro e a sinistra; Thiago Silva, assente con la Germania ma ovviamente imprescindibile già ai tempi di Scolari, è stato confermato il leader del reparto arretrato, mentre a destra si è riappropiato della fascia Dani Alves. In mediana, sarebbe stato confermato il duo Luiz Gustavo-Fernandinho, che tutto sommato non naufragò agli scorsi Mondiali, ma il primo, amato già da Scolari, non ha preso parte alla competizione cilena per infortunio. Al suo posto, ha giocato il trentenne Elias, centrocampista del Corinthians. In avanti, la sorpresa maggiore arriva dalla presenza di Robinho. Un vero punto interrogativo. Dopo il forfait di Neymar, l’ex milanista si è preso pure una maglia da titolare, venendo usato a sinistra nel tridente, comprensivo anche di Willian e dell’ex nerazzurro Coutinho, altro volto nuovo della gestione. Tagliati rispetto a un’estate fa i trequartisti Oscar (per un infortunio un po’ sospetto) e Hulk (scelta tecnica). Quest’ultimo in particolare sembra poco gradito a Dunga, che pare snobbarlo. Così come sono stati snobbati alcuni elementi forse meritevoli di considerazione, tra cui il laziale Felipe Anderson. In avanti restano i problemi. Silurato Fred (quello che ha giocato pochi scampoli in Copa América era un altro), non si riesce a trovare una punta pura. L’attaccante del Fluminense è stato rimpiazzato da Firmino, altro volto del Liverpool - al pari di Coutinho - a cui è approdato questa estate per 40 milioni di euro. All’Hoffenheim si alternava tra attacco e trequarti, in Copa América è stato sempre utilizzato come riferimento offensivo, venendo preferito a Diego Tardelli, anche lui non un vero 9. Il torneo concluso con l’eliminazione ai rigori contro il Paraguay (come nell’edizione precedente e allo stesso turno, i quarti) ha alimentato i malumori, ma almeno questa volta non ci sono stati drammi e non solo perché i giochi sono finiti con punteggi umani. Dopo un crollo come quello del 2014 è lecito dare un po’ di tempo a un nuovo Ct. E soprattutto, al Mondiale si arrivava carichi di aspettative, in Copa América con una rassegnazione che un intero Paese vuole dimenticare. Giovanni Del Bianco @g_delbianco