Giacinto Facchetti: il bello del calcio

Giacinto Facchetti: il bello del calcio

Una vita per l’Inter, quella del terzino con il numero 3, protagonista anche in Nazionale. Ha rappresentato, in campo e da dirigente, la parte pulita di questo sport

Daniele Drago/Edipress

18 luglio

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Si dice che il viso sia il primo biglietto da visita di una persona. Nel suo, a spiccare erano gli occhi chiarissimi, di una dolcezza difficile da quantificare. Si muovevano all’unisono con la sua voce, di un tono caldo e affettuoso. Una voce che oggi si può ancora sentire. Sì, si può ancora ascoltare Giacinto Facchetti “parlare piano, anche adesso, adesso che è lontano”, come cantava Gaetano Curreri. Facchetti, figlio di una generazione cresciuta nell’immediato dopoguerra, che ha imparato a rimboccarsi le maniche e a ripartire con umiltà e sacrificio. Proprio le doti che Giacinto metteva in campo, e che lo hanno fatto diventare Facchetti. 

Due vizi: fare gol e correre

Per lui un numero. Il 3. E due colori. Il nero e l’azzurro

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