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Stadio Renato Dall'Ara di Bologna, antico è bello

Alessandro Ruta/Edipress
Pubblicato il 9 aprile 2026, 16:07
L'iconicità di alcuni stadi italiani è assoluta e in tal senso il Renato Dall'Ara di Bologna non fa eccezione. Nel contesto di una città speciale come quella emiliana non sfigura affatto in mezzo ad altri monumenti che hanno reso il capoluogo emiliano una tappa fondamentale di un ipotetico Grand Tour italico.

Statua di Mussolini con attentato
Già il nome attuale, Renato Dall'Ara, ci fa pensare subito al Bologna, la squadra per cui il presidente Dall'Ara, appunto, diede letteralmente la vita. Pochi eventi sono stati più tragici della morte del massimo dirigente rossoblù alla vigilia dello spareggio-scudetto del 1964 contro l'Inter, poi vinto 2-0 appunto dagli emiliani. Un infarto, praticamente tra le braccia di Angelo Moratti, presidente nerazzurro. Il Dall'Ara prima si chiamava Littorio, anzi è con questo nome che inizia la sua avventura nella città che più ancora del Bologna durante il Fascismo è del gerarca Leandro Arpinati, podestà della città e soprattutto deus ex machina del calcio italiano dell'epoca. Compreso il passaggio al girone unico della Serie A, nel 1929. Il 29 ottobre del 1926 in realtà c'era stata l'inaugurazione ufficiale dello stadio Littorio, con due giorni dopo entrata a cavallo nientemeno che di Benito Mussolini in persona. Un'entrata a cavallo rappresentata poi in una statua collocata sotto la Torre di Maratona che, non ce ne vogliano i tifosi del Bologna che magari hanno altri punti "del cuore", ma rappresenta il simbolo di questo impianto. Di fronte al punto da cui si commentano le partite, compare praticamente sempre, seppur tagliato a volte dalla telecamera. Mussolini che, simpatizzante (pare) del Bologna, venne fatto oggetto di un attentato proprio il 31 ottobre 1926, da parte del quindicenne Anteo Zamboni, un anarchico che gli sparò mancandolo e che finì ucciso seduta stante dagli squadristi. In occasione dell'inaugurazione dello stadio Littorio comunque il poeta Giuseppe Ungaretti compose un'ode: "Or dunque che è? / Mutata tu sei civiltà? / Questa palestra novella / è la sede più bella / di te, Verità?".

Due Mondiali
Quella statua di Mussolini naturalmente non esiste più dal 26 luglio 1943, quando venne abbattuta il giorno dopo la caduta del Duce: la folla la buttò giù, mentre il cavallo dovette aspettare altri due anni per essere rimosso. Successivamente riutilizzato dallo scultore Luciano Minguzzi, venne trasformato in due statue di giovani partigiani, forgiate a ricordo della battaglia di Porta Lame e quindi lì collocate, nel centro di Bologna. Il Dall'Ara invece si chiama così dal 1983, dopo una parentesi come "Comunale", semplicemente. Profuma ancora chiaramente di antico, incluso l'ampio spazio verde dietro le porte che era prerogativa di tanti impianti di una volta (Firenze ad esempio) e che ora non si vede praticamente più all'interno di uno stadio "moderno". Posizionato in un quartiere che più bolognese non si può (anche qua, ci scuseranno i tifosi), il Porto-Saragozza che occupa una parte del centro storico e va già verso i colli, ha ospitato sia i Mondiali del 1934 che del 1990.

Con quel pizzico di romanticismo, in entrambi i casi, per le nazionali che ci hanno giocato: l'Austria decadente del 1934 e la Jugoslavia in via d'estinzione nel 1990. In Via Andrea Costa, poi, uno dei padri del socialismo in Italia: nato a Imola, ma legatissimo alla città "dotta, grassa e rossa", appunto. Oltre, naturalmente, ad essere la casa del Bologna "squadrone che tremare il mondo fa" appena prima della Seconda Guerra Mondiale, e quello campione d'Italia del 1964 di capitan Bulgarelli, omaggiato con l'intitolazione di una delle due curve, la nord. Un prato su cui hanno giostrato tantissimi campioni, anche quelli ritenuti già stagionati, come Roberto Baggio o Beppe Signori. Passando dall'inferno della Serie C e da tanti bocconi amari in Serie B. Orgoglioso di una certa nobiltà, del non avere la minima copertura anti-pioggia, per dire, tipo i vari colossi europei. Altrimenti non si vedrebbe tutto il panorama attorno, una chicca ulteriore che altrove sarebbe impensabile.
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