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Alessandro Bianchi, l’esterno che metteva d’accordo Trapattoni e Sacchi

Paolo Valenti/Edipress
Pubblicato il 7 aprile 2026, 16:03
Alessandro Bianchi è stato uno di quei giocatori che ha segnato un passaggio importante nella trasformazione del ruolo dell’esterno avanzato, quello che, fino agli anni Ottanta, veniva riconosciuto come ala e che, a partire dal decennio successivo, cambiò i connotati, andando a sfuocare le doti legate alla tecnica individuale e aumentando le caratteristiche di corsa e resistenza. Esterno destro di rara intelligenza e dinamismo, Bianchi ha incarnato l'ideale del tornante funzionale, capace di unire la fase di spinta a una copertura difensiva metodica, qualità che lo rese indispensabile sia al pragmatismo di Giovanni Trapattoni che al pressing ossessivo di Arrigo Sacchi.

La gioventù a Cesena
Bianchi nacque a Cervia il 7 aprile 1966, in una famiglia legata alla gestione dei servizi balneari, nella quale il padre fu determinante nell’instillargli l’etica del lavoro. Votato al calcio fin dalla più tenera età, approda a tredici anni nel settore giovanile del Cesena, all’epoca uno dei più validi a livello nazionale. La sua ascesa non fu priva di ostacoli, legati principalmente a una struttura fisica inizialmente giudicata troppo gracile per il calcio professionistico. Per questo motivo, durante la permanenza nella categoria Berretti, non veniva utilizzato con frequenza. Tuttavia, la capacità di Alessandro di sopperire alla mancanza di massa muscolare con una resistenza organica fuori dal comune attirò l'attenzione dei tecnici cesenati, che lo promossero direttamente in Primavera. In questa categoria, Bianchi divenne il perno di una formazione destinata a fare la storia del club romagnolo: sotto la guida di Paolo Ammoniaci, infatti, il Cesena vinse il Campionato Primavera nel 1986.

Il debutto tra i professionisti
Il debutto in Serie B avviene nella stagione 1985-86, dove colleziona 12 presenze. Fu, però, la decisione di andare a Padova nel 1986-87 a rivelarsi fondamentale. In Serie C1, Bianchi trovò la continuità necessaria per maturare ed essere pronto all’esordio nella massima divisione, momento che arriva la stagione seguente con il ritorno a Cesena. Il debutto gli viene comunicato due ore prima della partita, il 13 settembre 1987, quando il Napoli campione d’Italia, guidato da Diego Armando Maradona, si presenta in Romagna. Nonostante l’emozione, Bianchi arriva a colpire un palo che avrebbe potuto cambiare la storia del match. Sotto la direzione tecnica di Alberto Bigon, Bianchi trovò le condizioni ideali per esprimersi. In una compagine giovane, composta da molti esordienti, anche la presenza di una figura carismatica come Di Bartolomei lo aiutò a crescere e a migliorare la conoscenza dei suoi mezzi. Agostino, agendo da regista arretrato, trovava in Bianchi uno sfogo naturale sulla fascia destra: un riferimento capace di allungare le difese avversarie e di rientrare a proteggere quando la situazione lo richiedeva. La stagione si concluse con la salvezza del Cesena e con l'affermazione personale di Bianchi, autore di 3 reti in 28 gare. La sua capacità di percorrere la fascia senza trascurare i ripiegamenti lo configurava come il prototipo del tornante moderno, un esterno destro dotato di eccezionale dinamismo e gran senso tattico. Sebbene egli stesso ammettesse una certa carenza nell'uso del piede sinistro, la sua abilità nel servire cross precisi e la sua intelligenza nel posizionarsi in campo avevano attirato l’attenzione dei grandi club.

Il trasferimento all'Inter
Nell'estate del 1988, Bianchi si trovò al centro di una disputa di mercato che coinvolse Juventus, Napoli e Inter. Nonostante un accordo quasi raggiunto con il club di Maradona, fu la determinazione di Giovanni Trapattoni a dirottare il giocatore verso Milano. Un giorno il tecnico chiamò l'abitazione del calciatore a Cervia. Rispose la madre, sorpresa che un allenatore così blasonato cercasse il figlio. Trapattoni assicurò a Bianchi un posto da titolare nel nuovo progetto nerazzurro, vedendo in lui l'elemento d'equilibrio necessario per sostenere una squadra a trazione anteriore. L'operazione costò all'Inter circa 4,5 miliardi di lire, una cifra considerevole che testimoniava la fiducia nelle potenzialità del giocatore. Il passaggio dalla tranquillità di Cervia e Cesena alla pressione mediatica di Milano non creò confusione nella vita del ragazzo. Di indole introversa e riservata (egli stesso si definiva la "personificazione della normalità"), anche nella metropoli lombarda Bianchi mantenne un profilo basso, evitando interviste e preferendo una vita tranquilla lontano dai riflettori, completamente diversa dallo stile decisamente più “espansivo” di molti compagni di quella grande squadra. Questo carattere, apparentemente in contrasto con le esigenze dello show-business calcistico, fu in realtà la sua forza, permettendogli di mantenere una costanza di rendimento elevata senza essere distratto da sollecitazioni esterne.

Lo scudetto dei record
La stagione 1988-1989 si rivelò una pietra miliare nella storia dell'Inter. La squadra di Trapattoni riuscì nell'impresa di conquistare 58 punti in 34 giornate, un record per il campionato a 18 squadre con i due punti a vittoria. Di quella squadra, Alessandro fu una delle colonne portanti, disputando 31 partite e segnando 3 reti: agiva sulla fascia destra, garantendo la copertura necessaria affinché Andreas Brehme spingesse sulla sinistra e Lothar Matthäus potesse dominare la zona centrale del campo. Il suo lavoro dava equilibrio ed era vitale per permettere a Berti di inserirsi in area di rigore e a Serena di sfruttare i cross che arrivavano con regolarità proprio dal piede destro di Bianchi. Dopo quello scudetto, l'Inter non riuscì a ripetersi in campionato ma continuò a eccellere nelle competizioni continentali. Nel cammino che portò alla vittoria della Coppa UEFA 1990-1991, Alessandro si erse a protagonista decisivo nella sfida di ritorno contro l'Aston Villa del 7 novembre 1990 quando, su un campo reso difficile dalle condizioni atmosferiche e dal pessimo stato del manto erboso, segnò il gol del 3-0, risultato che permise ai nerazzurri di ribaltare il 2-0 dell’andata. Quel gol fu un capolavoro di coordinazione e tempismo rimasto impresso nella memoria collettiva del tifo interista: su un cross dal fondo che sembrava destinato a uscire, Bianchi si lanciò in scivolata superando il portiere Spink. Una rete che racchiudeva molte delle capacità del giocatore: dal senso della posizione alla puntualità nell’accompagnare le azioni della squadra fino alle doti di resistenza fisica (quella marcatura arrivò a un quarto d’ora dalla fine). Con l’Inter, Alessandro vinse nuovamente la Coppa Uefa tre anni più tardi, anche se il suo contributo, in quella stagione, fu meno significativo.
La parentesi azzurra
Nonostante Bianchi fosse definitivamente esploso col calcio di Trapattoni, Sacchi lo ritenne adatto al gioco che voleva far esprimere alla Nazionale. Il tecnico di Fusignano vedeva in lui l'esterno capace di coprire la fascia in entrambe le direzioni senza perdere intensità. L’esterno riuscì a collezionare 9 presenze in maglia azzurra, partecipando alle qualificazioni per il campionato del mondo 1994. Probabilmente, se non fosse arrivato un maledetto imprevisto, avrebbe preso parte alla fase finale di quel mondiale. Invece, un infortunio di particolare gravità, patito durante la stagione 1992-1993, interruppe bruscamente il suo rapporto con l’Italia. Quello che inizialmente sembrava un normale guaio muscolare, si rivelò una lesione profonda che compromise definitivamente l'elasticità delle sue fibre. A ventisette anni, nel pieno della maturità atletica, Bianchi dovette affrontare un lungo percorso riabilitativo. Nonostante gli sforzi dei medici e la sua abnegazione, il giocatore che tornò in campo non era più la gazzella capace di dominare la fascia per novanta minuti. Sacchi lo tenne in considerazione fino all'ultimo, convocandolo persino in uno stage per testarne le condizioni, ma, suo malgrado, dovette constatare che il calciatore pre-infortunio non esisteva più.
La trasformazione tattica
Bianchi rimase all'Inter fino al 1996. In conseguenza delle sue mutate condizioni fisiche, iniziò a giocare più in mezzo al campo, agendo da mediano o da interno di centrocampo, adattando il proprio contributo a ciò che le gambe ancora gli permettevano. Alla scadenza del contratto con l’Inter, preferì tornare al Cesena. «Mi ero stancato di stare lontano da casa» disse per spiegare quella scelta. I bianconeri puntano al ritorno in Serie A con Marco Tardelli in panchina, ma la stagione si rivela difficile e la squadra scivola in C1. Bianchi, però, rimane e contribuisce alla risalita. Nel 1997-98 vince la C1 con i bianconeri prima di chiudere la carriera professionistica nel 2001, a trentacinque anni. Oggi non sono in molti a ricordare la figura di Alessandro Bianchi: normale per un uomo che non ha mai cercato le copertine dei giornali, i titoli a effetto e le polemiche, perché pago di una vita fatta di soddisfazione sul lavoro e di un legame con le origini mai sciolto. Se se ne chiede, però, un parere ai tecnici che l’hanno allenato o ai compagni con cui ha giocato, si capisce quanto fosse confortante poter fare affidamento sulla sua presenza, silenziosa e puntuale in ogni momento della partita. Uno di quei giocatori che non avrebbe avuto difficoltà a inserirsi nelle dinamiche del calcio contemporaneo, nel quale intelligenza tattica e resistenza alla fatica sono le prime doti che vengono richieste a un professionista.
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