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Emerson, il passo felpato del "Puma"

Alessandro Ruta/Edipress
Pubblicato il 3 aprile 2026, 15:18
Un uomo chiamato "Puma", Emerson Da Rosa. Un nome talmente comune che bisognava trovare un modo per distinguerlo da altri, omonimi. Un grande soprannome, allora, perfetto per fotografare il suo stile, il passo felpato di un centrocampista che soprattutto in Italia si è dimostrato superiore alla media. Scudetto alla Roma, alla Juventus (poi revocato da "Calciopoli"), una chiusura un po' triste e decadente al Milan: mediano e incursore, grande senso della posizione, un leader con poca fortuna nella nazionale brasiliana.

Leader della Roma
Cresciuto nel Gremio, Emerson sbarca in Europa al Bayer Leverkusen, una squadra che ha saputo accogliere negli anni tanti sudamericani e acclimatarli a un altro tipo di calcio. Ad esempio Paulo Sergio e Juan, per parlare di giocatori passati dalla Roma, come farà il Puma, che indossa la maglia numero 10 pur non essendo un fantasista, quantomeno per gli stereotipi brasiliani. Patisce in pieno la beffa della stagione 1999-2000, quando il Bayer si suicida, sportivamente parlando, in casa dell'Unteraching. Basterebbe un pareggio all'ultima giornata contro una squadra senza nulla in gioco e invece perde 2-0, lasciando il titolo della Bundesliga al Bayern Monaco. Di scudetti comunque ne vincerà altrove. Alla Roma arriva pochi mesi dopo quella partita, ma sembra che il destino si accanisca su di lui. Rottura del crociato del ginocchio e mezza stagione ai box. Fa in tempo a rientrare e a disputare una dozzina di partite, quelle buone per il decisivo rush finale. La sua presenza irrobustisce un centrocampo che aveva disperatamente bisogno di un leader. Fabio Capello ne fa il perno della mediana e i risultati si vedono: il tricolore è il giusto premio per una squadra che con l'arrivo di Emerson, Samuel e Batistuta, un colpo per reparto, sbaraglia la concorrenza.

La fiducia di Capello
Saranno quattro anni forse con meno trionfi di quelli sperati. Emerson è nel pieno della maturità e diventa inevitabilmente un pezzo pregiato del mercato, specie quando la Roma inizia ad avere problemi economici. Capello si ricorda di lui nel momento in cui va alla Juventus. Anche a Torino avrà bisogno del Puma, in un trasferimento che non manca di provocare polemica. Assieme a Vieira forma in bianconero una delle coppie più complete del campionato, fatta di forza fisica e fosforo: sul campo arrivano due scudetti, che però le sentenze di "Calciopoli" azzerano. Costretto a cambiare aria con la Juventus in Serie B, spunta il Real Madrid. Il chilometraggio che ha già sul groppone però comincia a farsi sentire, Emerson ha 30 anni e in Spagna finisce messo in disparte, anche se vince la Liga, ovviamente con Capello in panchina. Fase calante che viene acuita al Milan, dove disputa due stagioni veramente a scartamento ridotto, lontano parente del dominatore di poco tempo prima. Fa in tempo a mettersi in tasca una Supercoppa Europea e un Mondiale per Club, ma da pura comparsa.

Brasile, che beffa
Un grande rimpianto Emerson forse ce l'ha, con la nazionale brasiliana. Giugno 2002, mancano pochi giorni all'inizio del Mondiale in Corea del Sud e Giappone, e il centrocampista si mette per gioco a fare il portiere in un allenamento. Tira Rivaldo, l'atmosfera è rilassata, forse troppo; il Puma si tuffa sulla destra e cadendo grida di dolore. Lussazione alla spalla. Addio Mondiale, addio fascia di capitano, il suo posto in rosa viene preso da Ricardinho, in campo da Kleberson, che forma una cerniera notevole in mezzo con Gilberto Silva. Il Brasile vincerà quel Mondiale senza mai né perdere né pareggiare: 7 partite, 7 successi, Ronaldo incontenibile con doppietta in finale alla Germania. Il trofeo lo solleva Cafu, suo compagno alla Roma, la dedica è per Emerson che però non avrà più un'occasione del genere, con i Verdeoro. Nel 1998 c'era stato, al Mondiale, ma era terminato con un'amara sconfitta in finale contro la Francia. Il campo Emerson l'aveva visto nei quarti di finale con la Danimarca e in semifinale con l'Olanda, però le gerarchie erano chiarissime: in mezzo, Dunga e Cesar Sampaio. Nel 2006 infatti già abbastanza logorato andrà incontro a una magra figura, così come tutta la squadra del resto, fuori nei quarti con la Francia. Poteva andare meglio, questo sì. Ciò non toglie nulla al valore assoluto del Puma.
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