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Tovalieri, tra passato e presente: Roma-Cagliri vista dall'ex bomber

Lorenzo Scalia/Edipress
Pubblicato il 9 febbraio 2026, 17:30
Gli bastava guardare il mare, averlo vicino. Già, aveva bisogno di respirare l’odore di salsedine per segnare a raffica. Perché lui è partito da Ardea, vicino Pomezia, dove tuttora vive, per conquistarsi il suo spazio nel mondo: dal litorale sud di Roma all’Olimpico, la culla da dove è iniziato un lungo viaggio. Sandro Tovalieri - soprannominato il “Cobra” per la sua capacità di fare gol dentro l’area di rigore - è romanista nell’animo e nel corso della sua carriera ha giocato (e lasciato il segno), tra le altre, anche con le maglie di Ancona, Bari, Sampdoria e appunto Cagliari. Come un serpente pizzicava il pallone e correva ad esultare verso i suoi tifosi. Una costante. Come un’onda nel mare in tempesta.
Cosa è per lei la Roma?
«Casa. Ancora oggi, quando posso, vado a Trigoria dal mio amico Bruno Conti. E sì, un po’ mi manca, però ti abitui alla fine, come quando appendi le scarpette al chiodo. Ho allenato nel settore giovanile: ho visto crescere tanti ragazzi, come per esempio Pellegrini e Romagnoli, ma anche Verre, Calabresi, Capradossi e il figlio di Marchegiani».
Si rivedeva in loro?
«Erano altri tempi, però io sono stato fortunato. Ho avuto la chance di allenarmi e crescere in maniera prematura al fianco di campioni come Di Bartolomei e Pruzzo, che era come un papà per me. Liedholm mi convocò per Roma-Genoa all’Olimpico: quel giorno allo stadio c’erano forse 90.000 tifosi. Rimasi in panchina. Se mi avesse fatto esordire, l’avrei fatto a 16 anni, prima di Totti».
Però le soddisfazioni sono arrivate.
«Segnai tre gol con l’Ascoli, leggevo il Corriere dello Sport e non ci credevo. Ho vinto in giallorosso una Coppa Italia ma non lo scudetto. Lo sfiorammo al termine di un campionato bellissimo nel 1986. Lo meritavamo».
La parola fine arriva dopo Roma-Lecce.
«Novanta minuti maledetti. Vincere uno scudetto a Roma ti cambia la carriera, magari sarei rimasto tutta la vita, 15 anni e forse più. Ma bisogna accontentarsi, non era facile per noi gregari mettersi in mostra con questi mostri sacri. Comunque Roma-Lecce non è l’unica partita che rigiocherei».

L’altra?
«Piacenza-Cagliari, lo spareggio salvezza giocato al San Paolo nel 1997. Perdemmo e scoppiai a piangere perché il mio gol non bastò per restare nel massimo campionato. Mi sarebbe piaciuto regalare una gioia a un popolo meraviglioso come quello della Sardegna».
Cosa ricorda di quella mezza stagione passata a Cagliari?
«L’affetto dei tifosi, poi rivissuto nella festa del centenario con un giro di campo emozionante. Ma anche i gol e l’epilogo sfortunato. E poi c’era Mazzone, l’unico allenatore che quando mi ha messo in panchina non mi ha fatto arrabbiare. Facevamo spesso Roma-Cagliari e Cagliari-Roma insieme, parlavamo molto. Era un sergente di ferro dentro il campo, ma fuori ti coccolava, ti difendeva e ti faceva stare bene. La sua scomparsa è stata traumatica per me, ero molto legato a lui».
Che rapporto aveva con Mazzone?
«Schietto, ci capivamo, parlavamo la stessa lingua. Mi rivoleva alla Roma prima dell’esperienza a Cagliari. Era tutto fatto per il mio ritorno a casa, ma si giocava Bari-Atalanta in quella settimana. Segnai da ex una doppietta e Mondonico mi tolse dal mercato. Ho fatto il professionista, ma tornando indietro… (ride)».
Perché non è rimasto a Cagliari?
«Avrei voluto riportare la squadra in Serie A ma non è stato possibile. Avevo parecchio mercato e mi voleva la Sampdoria, così andai a Genova».
Da attaccante chi soffriva di più?
«Brio e Montero erano due animali sportivamente parlando, era tosto Vierchowod e poi lo stesso dico di Pasquale Bruno che ti menava pure nel sottopassaggio. Couto, Stam, Baresi, Cannavaro: ho giocato contro i più forti difensori al mondo. Però, ecco, non mi posso lamentare, soprattutto dei 17 gol realizzati con la maglia del Bari. Ora però è cambiato tutto».
Cioè?
«Oggi se sei giovane e fai due reti vali già 20 o 30 milioni di euro. Prima dovevi sudare, crescere, confermarti e comunque eri sempre in bilico anche se andavi in doppia cifra». Capitolo presente. Roma-Cagliari che sfida sarà? «Una partita complessa. Il Cagliari si è rilanciato con tre vittorie di fila, ma la Roma non può perdere contro le cosiddette piccole se vuole restare nel giro delle prime in classifica».
Si è fatto un’idea di Malen?
«Un ottimo attaccante, ma è chiaro che deve essere servito meglio dai compagni. Avere vicino Dybala sposta gli equilibri lì davanti».
Promuove il mercato della Roma?
«Qualche giocatore più adatto al calcio di Gasperini lo vedo. Ma il percorso è lungo e darà i suoi frutti nell’arco di qualche anno. L’importante è non mettere in croce l’allenatore: fai tre partite e sei un genio, magari poi passi da due sconfitte e tutti dicono che non capisce niente. Ci vuole equilibrio, c’è un modulo nuovo e il dispendio energetico è notevole. Quando la Roma sta bene è una miccia, quando cala si vedono dei limiti. La trasferta di Udine dice questo. Però mi fido del progetto».
In che senso?
«La Roma ha una proprietà ricca e forte, i soldi li mettono. I Friedkin hanno portato a Roma i vari Dybala, Lukaku, Paredes e Mourinho. Le basi per costruire qualcosa di importante ci sono con Gasperini. Davanti non è facile superare Napoli, Milan, Inter e Juventus. Ma c’è una visione. La strada giusta è stata già imboccata».

Ha un consiglio per Pellegrini, un giocatore romano e romanista che ha allenato?
«Lorenzo sente la responsabilità. Se non giochi bene la gente si dimentica delle cose belle, dei gol nei derby e delle grandi nottate in Europa. È un giocatore che può stare benissimo nella Roma, anche se qualche infortunio l’ha fermato. Gioca con la paura di sbagliare. Io gli consiglio di non avere paura. E spero possa restare alla Roma anche in futuro».
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