Peiró-Italia, grande amore

Dopo il Torino, i trionfi con l’Inter (Coppa Campioni), scelse la Roma per continuare la sua avventura nel nostro Paese
Peiró-Italia, grande amore

Paolo Marcacci/EdipressPaolo Marcacci/Edipress

Pubblicato il 29 gennaio 2026, 12:27

Madrid, dove è nato il 29 gennaio di novant’anni fa e dove ha salutato ottantaquattro anni dopo, per aprire e chiudere il cerchio di una vita; in mezzo tanto calcio e altrettante latitudini, sempre accarezzando la sfera con qualità sopraffina. Joaquin Peiró Lucas è stato uno dei calciatori più eleganti e completi della sua generazione, un attaccante di classe purissima che ha lasciato il segno sia in Spagna sia in Italia. Cresciuto nelle giovanili dell’Atletico Madrid, esordì in prima squadra nel 1955 diventando presto un pilastro dei Colchoneros. Con l’Atletico disputò sette stagioni memorabili, dal 1955 al 1962, collezionando 166 presenze in Liga e segnando 95 gol: numeri impressionanti per uno che di “mestiere” faceva l’ala sinistra o la seconda punta, portando in dote una tecnica raffinata nel dribbling e un tiro potente e preciso. Vinse due Coppe del Generalisimo (1959-60 e 1960-61) e soprattutto la Coppa delle Coppe 1961-62, primo trofeo europeo nella storia del club biancorosso.

 

 

L'esperienza in Italia

Nel 1962, a 26 anni, Peiró arrivò in Italia: prima Torino, maglia granata, poi l’Inter di Helenio Herrera, per toccare l’apice della carriera. Inserito in quel contesto tecnicamente grandioso, dal 1964 al 1966 vince due scudetti, una Coppa Italia e soprattutto la Coppa dei Campioni 1965, conquistata a San Siro contro il Benfica. Peiró con i nerazzurri incarnò un paradosso tecnico: riesce a essere protagonista, poi ricordato come tale, pur senza essere sempre titolare. Nel 1966 approda alla Roma, dove rimane quattro stagioni (139 presenze) chiudendo la carriera da capitano e bandiera del club, vincendo la Coppa Italia del 1969. Con la Nazionale spagnola colleziona 12 presenze e 5 reti tra il 1956 e il 1966. Dopo il ritiro diventò allenatore, guidando tra le altre Granada, Atletico Madrid e Malaga. È stato un simbolo di eleganza e intelligenza calcistica, perché possedeva anche una visione periferica degna di un raffinato trequartista. Herrera lo definiva “il ballerino del gol”, per la sua capacità di muoversi tra le linee con grazia letale. Ovunque abbia giocato, ha seminato bellezza, mai disgiunta dall’efficacia.

 

 

 

 

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