Temi caldi
Torino-Roma vista da Enrico Annoni: derby, Europa e carattere

Paolo Valenti/Edipress
Pubblicato il 18 gennaio 2026, 13:00
In questa lunga chiacchierata Enrico Annoni, appassionato doppio ex di Torino-Roma, ci ha raccontato le sue esperienze con entrambe le squadre.
Enrico, come nasce la sua passione per il calcio?
«Nasce quando ero piccolo. Più che altro era passione per lo sport perché, oltre a giocare a calcio all’oratorio, papà mi aveva dato la possibilità di andare a giocare a tennis, facendo dei sacrifici. Poi andavo in bicicletta. Insomma, qualsiasi cosa fosse sport io la facevo».
Si sa che un’altra sua grande passione è la moto. Ai suoi tempi non era vietato utilizzarla per i giocatori?
«Sì, è sempre stata la mia passione: sono nato nell’officina meccanica di un paesino, perciò sono sempre stato in mezzo ai motori. È vero, la moto era vietata, però era talmente grande la passione che, appena ho avuto la possibilità di comprarla, ho preso un’Harley Davidson, un mezzo che non portava ad andare forte. Ci facevo belle passeggiate quando ero a Torino. Quando ho smesso di giocare mi sono sbizzarrito, sono andato a fare gare in moto, qualsiasi tipo di gare: dal deserto alla velocità e all’enduro».

È vero che rischiò di non diventare un calciatore?
«Come detto, mi sono sempre piaciuti gli sport in generale: sciare e giocare a tennis in particolare. C’è stato un momento in cui avevo smesso col calcio per poter andare avanti nel tennis. Ma era difficile perché non avevo grandi possibilità economiche».
Nel 1990 si trasferì al Torino. Ci racconta come avvenne quel passaggio? Chi la volle in granata?
«Nel 1990 a Como mi era scaduto il contratto, eravamo retrocessi dalla B alla C, un anno un po’ travagliato. Mondonico era al Toro e il suo vice era stato il mio allenatore nella Primavera del Como: mi chiese se mi andava di seguirlo a Torino. Io, senza pensarci un attimo, gli ho detto sì. Firmai il contratto in bianco, anche perché poi nasceva mia figlia e di conseguenza avevo bisogno di una stabilità economica».
In quegli anni in difesa giocavate lei, Pasquale Bruno e Roberto Policano. Un terzetto, diciamo così, aggressivo. Eravate irruenti solo in partita o erano doti caratteriali innate che esprimevate anche fuori dal campo?
«Io metterei anche Fusi come quarto difensore abbastanza arcigno e aggressivo. Sembrava uno di quelli bravi, ma quando c’era da farsi sentire, lo faceva eccome in campo! No, diciamo che noi, quando entravamo in campo, ci trasformavamo, non avevamo timore di nessuno: ci facevamo rispettare. Fuori dal campo eravamo tutti e quattro altre persone, ma è giusto che sia così».
Nel Toro venne impiegato anche a centrocampo, mettendo in mostra doti tecniche che sembravano per lei inusuali.
«Prima del Torino ero già stato impegnato a centrocampo nella Sambenedettese in Serie B. Si pensava che, facendo il difensore, non potessi avere i piedi buoni. Non ho mai detto di avere i piedi buoni, per carità, però mi piaceva giocare a pallone. A Como c’era il direttore sportivo Sandro Vitali che mi disse che era sorpreso della mia visione di gioco che, per un difensore dell’epoca, non era male. È anche vero che mi sono allenato tanto: nessuno nasce imparato».
Qual è stato il momento più bello della sua esperienza granata?
«Se devo scegliere, metto il giorno che ho firmato e poi quando abbiamo fatto la scalata e siamo arrivati in finale di Coppa Uefa. Abbiamo battuto il Real Madrid, abbiamo fatto una finale contro l’Ajax senza perdere. E anche quando abbiamo vinto la Coppa Italia: è stato molto emozionante, soprattutto perché l’anno precedente avevamo perso la Coppa Uefa e volevamo dare questa soddisfazione ai nostri tifosi».

Perché si trasferì alla Roma nell’estate del 1994?
«In quel periodo il Torino aveva bisogno di soldi per evitare il fallimento. A essere sincero, l’anno prima sarei dovuto andare alla Lazio, insieme a Marchegiani, poi riuscii a restare. Ma l’anno seguente mi dissero che potevo andare alla Roma perché al Toro non c’erano più programmi né progetti. E così arrivai».
Che effetto le fece l’impatto con una città come Roma?
«La Roma è una grossa società e Roma una grande metropoli. Il mio procuratore mi aveva chiesto tante volte se fossi sicuro, perché a quei tempi c’era l’idea che chi andava a Roma, se era sposato, rischiava sempre di divorziare… (ride, ndi). È una grande città ma per quanto riguarda il calcio sembra un paesino perché tutti parlano di calcio e, almeno quando arrivai io, i tifosi parlavano solo del derby. Fu un effetto strano ma non ci furono problemi e mi ambientai molto velocemente».
Al termine del suo secondo anno in giallorosso, Mazzone salutò dicendo che non avevate vinto nulla ma vi eravate divertiti molto. Lo può confermare?
«Sì, posso confermare che il mister disse così. Avevamo una buona squadra ma fummo un po’ sfortunati. Mazzone era una persona eccezionale. A volte, però, si faceva coinvolgere troppo, essendo romano e romanista, dall’opinione pubblica: in certe scelte, in certe partite magari si poteva far meglio. Però ormai è tutto passato, è andata bene così».
La stagione successiva arrivò un tecnico pluridecorato come Carlos Bianchi. Perché, secondo lei, a Roma fallì?
«Io non posso parlare benissimo di Carlos Bianchi: poteva essere pluridecorato nel suo Paese ma quello italiano era un altro tipo di calcio, un altro tipo di giocatori e di mentalità. Lui è arrivato con tutto il suo staff, in più si era portato anche un giocatore che era il suo figlioccio (Trotta, ndi) e ha cominciato a imporre delle regole che noi calciatori italiani o non eravamo pronti a recepire o non ritenevamo giuste. Per questo ha fallito. Inoltre, Roma non è una città dove puoi permetterti di fare esperimenti».
Qual è stata la soddisfazione più grande raccolta a Roma e, al contrario, l’amarezza maggiore che ha provato?
«La soddisfazione più grande è stata quando abbiamo vinto il derby 3-0. L’amarezza è relativa a quando, purtroppo, ho dovuto salutare i tifosi e lasciare Roma perché avevo capito che non c’era spazio per me, visto che, come detto prima, Carlos Bianchi si era portato un suo figlioccio che doveva giocare sempre e comunque».

Ci racconta come le venne l’idea di salutare il pubblico giallorosso con uno striscione trascinato da un aereo sopra lo stadio Olimpico?
«L’idea mi venne perché avevo firmato un contratto in Scozia a febbraio (con il Celtic, ndi) e di conseguenza non avrei avuto la possibilità di salutare i tifosi della Roma, che avevo fatto abbastanza fatica a portare dalla mia parte. Loro avevano capito che personaggio e che giocatore fossi e, alla fine, mi volevano un bene dell’anima, come ancora oggi. Perciò o dovevo affittare una pagina di giornale oppure l’unica possibilità era fare quel tipo di saluto. Mi ispirai agli aerei che passano durante le vacanze sopra la spiaggia con le pubblicità».
A Torino la soprannominarono Tarzan, a Roma qualcuno le dette del Vichingo: di fatto lei non giocava mai con le maniche lunghe. Era un modo per assecondare il suo personaggio?
«Di soprannomi me ne hanno dati parecchi. Diciamo che l’ultimo che è rimasto è Tarzan. Le maniche lunghe mi davano fastidio, non volevo interpretare nessun personaggio. Preferivo giocare sempre con la manica corta perché mi sentivo più libero e se faceva freddo usavo i guanti. Però le maniche e i pantaloncini, se potevo, li tagliavo, anche durante gli allenamenti: mi sentivo più a mio agio».
Tornando al presente, quali sono i giocatori di Roma e Torino che le piacciono di più?
«Nel Toro mi piace Zapata, uno che non parla tanto ma fa i fatti, almeno fino a quando non si è infortunato. Adesso speriamo che riprenda alla grande. Nella Roma scelgo Mancini: è un po’ scorbutico, però è uno che bada al sodo e mi piace molto, ha carattere».
Lei potrebbe giocare nel calcio di oggi?
«A ogni era ci si adatta, perciò mi adatterei anch’io se adesso avessi 23 anni. Non penso che avrei grossi problemi, mi troverei molto bene anche nel calcio di oggi».
Iscriviti alla newsletter
Le notizie più importanti, tutte le settimane, gratis nella tua mail
Commenti
Loading
