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Gasperini e il Genoa, una storia d'amore

Andrea Romano/Edipress
Pubblicato il 29 dicembre 2025, 15:35
La sua storia personale si intreccia sullo sfondo di una grandiosa storia collettiva. Nel luglio del 2006, mentre l’Italia di Marcello Lippi si appresta a vincere il Mondiale tedesco, un tecnico di 48 anni riceve la grande chiamata della sua vita. Il Genoa di Preziosi è interessato a metterlo sotto contratto. Si chiama Gian Piero Gasperini e fino a quel momento ha avuto una carriera alla periferia del calcio che conta. Da calciatore è cresciuto nel settore giovanile della Juventus. Giocava come centrocampista. E ha esordito con la maglia bianconera durante una partita della Coppa nazionale. Da lì è partito il suo giro d’Italia. Poi, dal 1994, torna a casa. Allena prima le giovanili della Juventus, poi la Primavera, con cui vince il Viareggio nel 2003. È il momento del grande salto. Il primo club a credere in lui è il Crotone. Porta i calabresi dalla C1 alla B. Ma nel secondo anno viene prima esonerato e poi richiamato per un altro anno.
L'approdo in rossoblù
Alla fine Preziosi lo porta in Liguria. «Io e il presidente abbiamo la stessa voglia di arrivare lontano» dice. Ed è vero. Il club è stato appena promosso in Serie B. Ma le aspettative sono altissime. «Promettere la serie A sarebbe la cosa più semplice, ma anche un boomerang – dice in un’intervista –. Io preferisco andare oltre: voglio costruire dalle fondamenta qualcosa che duri nel tempo». Non tutti però lo prendono sul serio. «Se Raymond Domenech, il ct della Francia, ricorda Charles Aznavour, lo chansonnier triste – scrive Repubblica – Giampiero Gasperini sembra il sosia di Claudio Baglioni». In compenso il nuovo mister rossoblù ha le idee chiare. Anzi, chiarissime. «A metà degli anni Novanta allenavo le giovanili della Juve – spiega –. Usavo il 4-3-3 ma in Italia il 90% era 4-4-2, era tutto uno scimmiottare Sacchi. In Europa invece l’Ajax era fantastico, giocava 3-4-3 e i calciatori ballavano. Dopo averli visti, mi sono stufato e mi sono messo anche io a tre dietro. I due attaccanti avversari non vedevano palla, avevamo il possesso del gioco». E ancora: «Una partita di calcio è un po’ come lo scopone ed il fine del Genoa sarà sempre quello di cercare di sparigliare». È un manifesto programmatico. La squadra non è esattamente una corazzata. «Moggi all’inizio non accettò il fatto che me ne fossi andato e non mi mandava nessun giovane della Juventus». Dirà anni dopo. Solo che in quel Genoa trovavano posto Criscito e Sculli (oltre che Juric). Al suo primo anno Gasperini centra la promozione in A. E qui le cose cambiano. Il tecnico di Grugliasco non si limita a creare una squadra capace di ambire alla parte sinistra della classifica. Inizia a modellare quell’estetica che renderà immediatamente riconoscibili le sue squadre. Nel suo sistema di gioco i terzini vengono schierati come centrali di una difesa a tre. I trequartisti esterni devono saper giocare a tutta fascia. Devono difendere, ma soprattutto attaccare. La simmetria diventa un concetto fondamentale. Così come i duelli a tutto campo. Il Genoa diviene un laboratorio calcistico e una fucina di talenti. Il 2007, il primo anno di Serie A, coincide con l’esplosione di Borriello. Il centravanti segna 19 gol. E il club chiude al decimo posto. Nella stagione successiva ecco il capolavoro. I rossoblù sono solidi. Riprendono Criscito, poi portano in Liguria giocatori importanti come Olivera, Ferrari, Palladino, El Shaarawy. Ma soprattutto, Diego Milito e Thiago Motta. Il Genoa si toglie la soddisfazione di battere Milan, Roma e Juventus. A fine anno chiude quinto, anche grazie ai 24 gol di Milito, e vola in Europa League. Le campagne successive non sono ugualmente fortunate. Gasperini centra un nono posto, poi nel 2010-11 viene esonerato dopo 10 giornate. È una ferita che faticherà a cicatrizzarsi. “Gasperson” si siede sulla panchina dell’Inter. E non va bene. Poi su quella del Palermo. E anche qui non va bene. A ottobre del 2013 torna a “casa”. Sostituisce Liverani e centra la salvezza. L’anno successivo coincide con l’esplosione di Perotti e Iago Falqué. Il Genoa è sesto, ma non può andare in Europa per il mancato ottenimento della licenza Uefa. Qualcosa si rompe. Nel 2016 i rossoblù arrivano 11esimi, ma il rapporto fra la tifoseria e l’allenatore è compromesso. «Sono uno che sta male quando perde il Genoa invece evidentemente c’è gente come Traverso, Cobra, Leopizzi, che è contenta se il Genoa perde e queste sono cose che mi fanno arrabbiare. Non posso andare ad allenare con la scorta della Polizia». È la fine. Gasperini lascia il Genoa. Ma i rimpianti saranno dei rossoblù. ©riproduzione riservata
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