Peppino Prisco, il paradigma dell’interismo

Peppino Prisco, il paradigma dell’interismo

Nato a Milano il 10 dicembre del 1921, ha rappresentato il tifoso nerazzurro per eccellenza; celebri le sue battute pungenti ai danni di milanisti e juventini

Alessio Abbruzzese/Edipress

10 dicembre

  • Link copiato

Durante la sua lunga vita Peppino Prisco è stato tre cose più di ogni altra: un grande alpino, un grande avvocato e un grande interista. Anzi, secondo molti “grande interista” è un appellativo che gli sta davvero stretto: Prisco è il massimo esponente dell’interismo, un uomo estremamente colto, tagliente, irriverente nei confronti degli avversari che nel corso degli anni ha manifestato ampiamente la sua smisurata passione nei confronti dei colori nerazzurri, non disdegnando lo sfottò ai danni soprattutto di Milan e Juventus, arricchendolo sempre con un caratteristico e mai celato senso di superiorità.

L’infanzia, l’amore per l’Inter e la guerra

“Sono diventato appassionato di calcio e tifoso dell'Inter in una lontana domenica del 1929. Avevo poco più di sette anni e la sera, come tutte le domeniche, vennero a casa nostra gli zii Pasquale e Antonietta Bussola. Lo Zio Pasquale, avvocato come mio padre, era socio vitalizio dell'Inter e, avendo l'Inter battuto quel pomeriggio il Milan sul campo di via Goldoni, arrivò a casa nostra con un vassoio di paste Alemagna comprate nel negozio di via Orefici, dicendo che non si poteva non festeggiare una vittoria così importante. Ci furono dei brindisi ai quali partecipai, ma quando chiesi qualche notizia sul Milan mi fu risposto che era meglio non parlare di certa gente non degna della nostra attenzione. Capii insomma che i milanisti erano degli esseri incolpevoli ma decisamente di altra categoria, diciamo pure di serie B rispetto agli altri cittadini”.

È così che Prisco racconta il suo primo ricordo nerazzurro, legandolo indissolubilmente alla rivalità cittadina. Interista sin da giovanissimo, trovava sempre il modo di andare a vedere anche gli allenamenti invece di stare sui libri: “Quando nel ’39 scoprimmo che avremmo ottenuto la promozione politica alla maturità, andavamo quasi sempre”. Arruolatosi tra gli alpini appena 18enne, partecipa alla Campagna di Russia guadagnandosi una medaglia d’argento al valor militare.

La vita divisa tra il club nerazzurro e il tribunale

Nel 1944 si laurea in giurisprudenza, nel 1946 diventa avvocato. Penalista tra i più conosciuti del capoluogo lombardo, vero e proprio Principe del Foro, diventerà Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano, carica che conserverà per lunghissimo tempo. Contemporaneamente inizia anche il cursus honorum all’interno della società interista che lo porterà ad essere investito della vicepresidenza nel luglio del 1963. Durante la sua dirigenza la squadra vince praticamente tutto: sei scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tre Coppe UEFA, due Coppe Italia e una Supercoppa italiana. Da avvocato segue personalmente la vicenda della partita della lattina contro il Moenchengladbach, ottenendo l’annullamento della gara e la ripetizione. Gran conoscitore di calcio, aveva una predilezione per due giocatori su tutti, che considerava fuori categoria: Giuseppe Meazza e Ronaldo il fenomeno. Spentosi all’età di 80 anni nel 2001, una volta disse con la sua solita tagliente ironia: “Prima di morire mi faccio la tessera del Milan, così sparisce uno di loro”. Chissà se l’ha fatto davvero. 

Condividi

  • Link copiato

Commenti