Milan-Inter, il derby dei "bauscia" e dei "caciavìt"

Milan-Inter, il derby dei "bauscia" e dei "caciavìt"

La rivalità della stracittadina affonda le sue radici nelle differenze sociali del secolo scorso. In campo è una storia scritta da grandissimi campioni

Paolo Marcacci/Edipress

7 novembre

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In due fanno trentasette scudetti ma, soprattutto, dieci Coppe dei Campioni o Champions League che dir si voglia: qua non ci interessa la distinzione fra vecchia e nuova dicitura del più prestigioso alloro calcistico europeo; citare determinate cifre ci serve per far capire che nelle due anime di Milano, in ordine di nascita quella milanista e quella interista, si concentra il massimo del prestigio che il calcio italiano ha riscosso a livello continentale. E ogni volta che tornano a scambiarsi i gagliardetti, rossoneri e nerazzurri è come se con i tacchetti pizzicassero le corde della storia, quella che per il Milan inizia nel 1899, per l’Inter nove anni dopo, come “costola” del Milan in un certo senso, perché il club nerazzurro viene fondato da quarantaquattro milanisti dissidenti che vogliono opporre al Milan, da fuorusciti, una realtà di maggiore respiro, che possa guardare anche oltrefrontiera: l’Internazionale Milano, per l’appunto. Entrambi a strisce, col nero in comune e con gli altri colori che, seppur per mera casualità, fanno pensare a quella divisione sociale, finanche sociologica, che a Milano il tifo per le due squadre ha riprodotto, incarnato, quindi proposto in salsa calcistica. 

Due squadre, una città, due mondi diversi

Parliamo di quando le realtà industriali in Italia erano concentrate esclusivamente nel triangolo Genova – Torino – Milano, con quest’ultima a fungere da locomotiva e a contenere al suo interno quella che sarebbe stata la ruvida e arcigna dialettica tra imprenditori e salariati, tra una borghesia sempre più agiata e un ceto operaio sempre più coeso, cosciente, rivendicativo in materia di diritti. Ecco perché al Milan, perlomeno fino a tutti gli anni settanta, donava un rosso proletario, a completare le strisce verticali della divisa, mentre l’azzurro dell’Inter ben rappresentava l’agiata e un po’ spocchiosa intransigenza dei “cumenda”. Allora, proprio in questa nostra epoca in cui si fa quasi tutti parte di un indistinto terziario, a Milano come altrove, è suggestivo rievocare quel confronto tra chi poteva permettersi di andare allo stadio perlomeno con la Gilera e chi non aveva altra possibilità che quella di salire sul tranvai. Ed ecco allora, restituita per qualche riga agli antichi fasti, la dicotomia netta tra “bauscia”, con quella u che la pronuncia meneghina dilata fino a un mezzo ululato, e i “casciavìt”, con quella i accentata che tronca perentoria la parola, come fosse la sirena d’una fabbrica. Notoriamente interista il bauscia, piccolo o alto borghese che sia, tendente alle spacconate, vagamente millantatore e comunque almeno un poco arrogante, in virtù della sua agiatezza. Non è un caso che l’etimologia del termine abbia qualcosa a che fare con la saliva: il bauscia interista è, per tradizione, uno che straparla, che non è capace di frenare la propria ostentazione. Casciavìt è un termine che di per sé nemmeno necessita di traduzione, tanto evidente è il riferimento al cacciavite, attrezzo identificativo di una fascia di popolazione dedita al lavoro manuale, in catena di montaggio oppure in officina, sempre alle dipendenze di un padrone – interista, manco a dirlo – del quale lamentarsi. I quartieri bene di una Milano da bere, come quella del celeberrimo spot anni ottanta che pubblicizzava il più noto amaro cittadino, opposta alle case di ringhiera dalle cui finestre, a ogni sveglia mattutina, la nebbia dell’alba appariva più spessa e lattiginosa che in centro. 

I grandi campioni che hanno scritto la storia del derby

E a incarnare la dicotomia, a darle volti e caviglie, il meglio del calcio italiano e straniero passato in Italia dalle origini a oggi; spesso a contendersi la vetta, come nel campionato in corso, o come in quell’epoca aurea per entrambi i club, una delle tante, a metà tra anni ottanta e novanta, con il fantasmagorico trio olandese dei milanisti, Gullit, Rijkaard e Van Basten opposti a quei tre tedeschi interisti tosti come ghisa: Matthaus, Brehme, Klinsmann. Due nazionalità che si amano ancora meno di bauscia e casciavìt, a pensarci bene. Avrete capito che la gelida scansione delle statistiche ve la risparmiamo, in questo nostro racconto; può però avere senso evocare quei numeri che traducono la grandezza della sfida, a braccetto con quei nomi che andrebbero tramandati alle più recenti generazioni di tifosi. Chiedi chi è Saul Malatrasi, per esempio, che è stato l’unico a vincere scudetto, Coppa dei Campioni e Intercontinentale con entrambe le maglie, nella stessa città. Chiedi dei tredici secondi che impiegò Sandro Mazzola per sbloccare il derby del 24 febbraio 1963, portando in vantaggio l’Inter, o delle quattro reti in un solo derby messe a segno da Josè Altafini per il Milan il 27 marzo del 1960. Chiedi delle 56 volte in cui questa gara ha avuto nella distinta ufficiale il nome di Paolo Maldini, che è un sinonimo di Milan, in una calcistica era geologica; o delle 47 di Javier Zanetti e delle 44 di Beppe Bergomi, più cari a ogni interista di parecchi congiunti. E poi prova a pensare cosa voglia dire segnare 14 gol contro l’Inter, spalmandoli dal 1999 al 2006, come in quegli anni ha saputo fare Shevchenko, che alla fine ha superato i 13 di Giuseppe Meazza, dei quali 12 messi a segno da interista, uno da milanista. Appena sotto di loro, Nordahl e Nyers, milanista e interista, con 11 a testa. Ancora un gradino sotto, ma con possibilità di sorpasso in canna, Zlatan Ibrahimovic, che la firma sul derby l’ha messa 10 volte, 8 da milanista e due da interista. Non è mai stata soltanto una questione cittadina, visti i protagonisti di ogni decennio e l’impatto sull’intera storia della nostra Serie A. Ha saputo però essere, all’occorrenza, una questione di famiglia, letteralmente: basta pensare a tutte le stracittadine che, senza esclusione di colpi, hanno vissuto da opposte barricate Franco e Beppe Baresi, 39 derby per il primo con la casacca del Milan, 33 per il secondo con quella dell’Inter, in più di un’occasione entrambi capitani, sempre dimenticandosi di essere fratelli quando c’era da trascorrere quei novanta minuti sull’una e l’altra sponda del Ticino. E potremmo andare all’infinito, perché infiniti sono gli aneddoti legati a Milan – Inter, o a “l’Inter – Milan”, come cantava l’interista Celentano in una canzone in cui si innamorava di una bella mora milanista notata da una gradinata all’altra. Però lasciateci finire raccontando come tutto ebbe inizio, anche perché non fu a Milano e nemmeno in Italia, per la verità: Inter e Milan si affrontarono per la prima volta il  18 ottobre del 1908 a Chiasso, in Svizzera, per la Coppa che portava il nome della cittadina. E non poteva esserci luogo più azzeccato, col senno di poi, perché da quel momento in poi il derby di Milano ha sempre fatto tanto, tanto rumore. 

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