Jugovic: «Alla Lazio ero al top, all’Inter potevo fare di più»

Jugovic: «Alla Lazio ero al top, all’Inter potevo fare di più»

«Mi chiamavano “Mezzasquadra”, ho cercato di portare qualità ed esperienza. Vincere in biancoceleste è stato bellissimo!»  Poi l’esperienza in nerazzurro: «Potevo dare di più»

Paolo Colantoni/Edipress

16 ottobre

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«Alla Lazio sono arrivato nel miglior momento della mia carriera. Ho giocato solo un anno nella Capitale, ma è stata un’esperienza straordinaria che mi ha permesso di crescere e di portare a casa un trofeo, che a Roma mancava da tanti anni. All’Inter, invece, sono arrivato a fine carriera e dopo un problema fisico. Sono state due esperienze completamente diverse». Una stagione in maglia biancoceleste, due con l’Inter. Vladimir Jugovic ha scritto pagine importanti nella storia del calcio italiano e internazionale. Ha vinto scudetti, coppe nazionali e internazionali. Alla Stella Rossa come alla Sampdoria e la Juventus fino alla Lazio. Il suo nome è accostato alle vittorie più importanti dei club in cui ha militato. Ha battuto il rigore decisivo che permise alla Juventus di Lippi di portare a casa una Champions League, nella finalissima contro l’Ajax. Arrivato nella Capitale l’estate del 1997, si è subito catapultato nell’ambiente biancoceleste, contribuendo a far partire quel processo di crescita che ha portato la Lazio di Eriksson e Mancini (con i quali aveva già lavorato e vinto alla Sampdoria) a trionfare in Italia e in Europa. Con il club romano ha giocato solo 42 partite, ma gli sono bastate per entrare nel cuore dei tifosi, che non l’hanno mai dimenticato. Ancora oggi il suo nome è spesso menzionato nelle formazioni che ricordano i migliori calciatori che hanno vestito la maglia della Lazio. «Mi chiamavano “Mezzasquadra Jugovic”. Non è poco. Ho cercato di portare a Roma la mia esperienza e la mia qualità e devo dire che è stata una stagione molto importante. Abbiamo giocato due finali, portato a casa una Coppa Italia e vinto quattro derby. È stato molto bello e gratificante».

La sua Lazio era una squadra che stava crescendo e che nel giro di pochi anni avrebbe lottato e portato a casa lo scudetto.

«Abbiamo iniziato un ciclo vincente. La squadra era in crescita, ma non ancora pronta per lottare su tre fronti. A un certo punto eravamo in corsa per tutto, ma alla lunga abbiamo pagato una rosa non pronta per certi livelli. Abbiamo vinto una Coppa Italia battendo allo stadio Olimpico il Milan di Capello, ma abbiamo perso la finale di Coppa Uefa contro l’Inter e non siamo riusciti a dare continuità ai risultati in campionato, dove abbiamo perso troppi punti nel finale. Siamo arrivati stanchi e con qualche problema. Purtroppo non eravamo ancora pronti per lottare su tre fronti».

Ma quella Lazio è tornata, dopo 24 anni a riaprire la bacheca. Cosa ricorda di quella finale di Coppa Italia, vinta con il Milan?

«L’ultimo trofeo fu lo scudetto del 1974. A distanza di anni mi resta la soddisfazione di aver contribuito a quelle vittorie. Sono arrivato a Roma e subito, al primo anno, siamo tornati a vincere e a lottare per portare a casa trofei. È stato bello pensare di aver contribuito a questo processo di crescita».

Lei ha segnato il rigore decisivo in una finale di Champions League. Segnarne uno in una finale di Coppa Italia sarà stato molto più semplice.

«No, non è così. Quando scendi in campo, soprattutto in gare che valgono un trofeo, hai una grande responsabilità. Non sei solo. Non giochi per te. Ma per tutti i tifosi che sono allo stadio e che ti guardano in tv. Per tutti quelli che aspettano di poter festeggiare una vittoria. Ecco perché mi piace pensare che quel rigore (quello del momentaneo 2-1 nella finale di ritorno, ndr) non l’ho battuto da solo. Insieme a me c’erano tutti i tifosi a spingerlo in rete».

Una sola stagione nella Capitale: due finali e una coppa in bacheca.

«Per me vincere era una cosa normale. Ho avuto la fortuna e la bravura di portare a casa un titolo in quasi tutte le squadre in cui ho militato. Era il mio obiettivo. La mia missione. Io volevo vincere sempre e con chiunque. Riuscirci con quattro squadre diverse, molte di queste poi non abituate a lottare costantemente per un trofeo, non è come vincere un titolo con il Real Madrid. Regala molte più gratificazioni. È una delle soddisfazioni più grandi della mia carriera».

Una settimana dopo il successo in Coppa Italia, arriva la finale di Coppa Uefa. La sua Lazio viene nettamente battuta dall’Inter. Cosa successe?

«Siamo arrivati alla fine della stagione senza benzina. Le rose delle squadre di oggi, soprattutto quelle che lottano per portare a casa i trofei, sono extra large e ricche di calciatori. Ogni società di livello ha due o tre squadre. Noi, in quella stagione, non eravamo ancora pronti. Siamo arrivati alla finale di Parigi stanchi, in difficoltà e con qualche assenza. In più la vittoria della Coppa Italia ci aveva anche un po’ rilassato. A Roma è così. Quando vinci rischi di staccare un po’ la spina. Loro erano forti, avevano Ronaldo ed erano molto più concentrati di noi. Peccato perchè in campionato li avevamo battuti nettamente. Nelle stagioni successive la Lazio si organizzò e completò la rosa».

Senza Vladimir Jugovic, però.

«Tutta colpa di Bobo Vieri (ride, ndr). Mi chiamava ogni giorno per raggiungerlo all’Atletico Madrid. Lui e Sacchi. Vuoi sapere come finì? Mi corteggiarono tantissimo, mi convinsero, poi quando io arrivai a Madrid, Vieri venne alla Lazio e Sacchi si dimise dopo poche settimane. Quella stagione fu negativa. Mi infortunai, non venni curato bene e i problemi continuarono per tutto il campionato. Anche la stagione successiva, quando passai all’Inter, potevo dare di più, ma non stavo benissimo e le cose non andarono come avrei voluto».

Nella stagione alla Lazio ci furono anche le quattro vittorie consecutive nei derby.

«Ero in un momento magico, forse al top della mia carriera. Sono riuscito a trasferire alla squadra la mia esperienza e abbiamo ottenuto risultati eccezionali. Segnai in almeno due stracittadine. Vincere contro la Roma di Totti quattro volte di fila non è una cosa di poco conto. E tutti i tifosi lo sanno. Anche per questo io, insieme ai miei compagni, siamo ricordati con affetto. Eravamo un bel gruppo. C’era Mancini, un grandissimo giocatore, Signori, Casiraghi, Nesta che stava crescendo, Favalli, Negro, Rambaudi, Boksic. Una squadra forte, che ha saputo lasciare il segno».

 

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