Lazio-Roma, Konsel e le emozioni del derby della Capitale

Lazio-Roma, Konsel e le emozioni del derby della Capitale

L’ex numero uno austriaco ricorda: «È una di quelle partite che ti fanno venire la pelle d’oca, tutto quel pubblico era qualcosa di stupendo»

Francesco Balzani/Edipress

26 settembre

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Quando si stilano le classifiche dei portieri più forti della storia giallorossa spesso esce il nome di Michael (per tutti Miki) Konsel. Due stagioni nella Roma di Zeman ad altissimo livello per un giocatore arrivato solo a 35 anni in Italia. L’austriaco è stato protagonista anche nei derby. In particolare in quello vinto 3-1 l’11 aprile 1999. Quello che tutti ricordano per la maglia “Vi ho purgato ancora” di Totti. Lo sorprendiamo mentre gioca a golf, uno dei tanti sport che ancora pratica.

Solo due anni alla Roma, eppure i tifosi ancora la ricordano con grande affetto. Si è mai spiegato perché?

«È facile, io per la Roma davo tutto. Ero orgoglioso di giocarci e questo i tifosi romanisti lo sentivano. Io mi esalto negli ambienti con pressione alta, con lo stadio pieno. Non è per tutti, soprattutto per quel che riguarda il mio ruolo. Sentire il calore della Sud alle mie spalle era qualcosa di unico. Era l’ambiente perfetto, per altri giocatori magari poteva non esserlo. Io ero abituato al Rapid Vienna, la più importante squadra in Austria».

Ci racconta come è nata la decisione di venire a Roma?

«All’epoca i portieri e i difensori stranieri non erano ben visti in Italia anche perché prima della Legge Bosman preferivano puntare su altri ruoli. Io sono stato notato durante un girone di Champions in cui c’era anche la Juve. Mi chiamarono Inter e Roma, ma io non ho avuto dubbi. La città e l’ambiente di Roma mi esaltavano di più, e poi c’era Zeman».

È stato uno dei primi portieri al mondo a giocare molto con i piedi.

«È anche per quello che Zeman mi ha voluto. Il suo calcio era moderno e prevedeva che tutti provassero a giocarlo. Io sono stato aiutato dal fatto che nelle giovanili intorno ai 12-13 anni giocavo anche da attaccante nella squadra riserve e segnavo pure parecchi gol. Dopo di me ci sono stati Neuer e altri».

Derby di Roma, li ricorda? Come li viveva un austriaco?

«Il derby è importante in tutto il mondo, anche in Austria. Ma quello di Roma è unico, sinceramente non saprei spiegare le emozioni. Era una stupenda follia collettiva, ti veniva la pelle d’oca».

Il primo anno è andata decisamente male con i 4 derby persi. La vivevate come una maledizione?

«Onestamente non ricordo i derby persi, li ho rimossi e non li ho mai voluti rivedere. Mi aiuta a guardare avanti. Ricordo solo che c’era una bella cornice di pubblico».

L’anno successivo è stato protagonista del 3-1. Quello lo ricorda?

«Me lo ricordo eccome. Proprio ieri mi sono andato a rivedere le foto e ce ne è una di quando mi è caduto un fumogeno a pochi passi. È stata una partita esaltante, non ci davano per favoriti. Ricordo la doppietta di Delvecchio e quella magia di Totti. Ma anche io ho fatto la mia figura, ricordo un miracolo su Almeyda e tante uscite. Come dimenticare poi la festa dei tifosi? Purtroppo saltai quello dell’andata perché infortunato».

E il confronto con Marchegiani?

«Gran portiere, anche se all’epoca nelle classifiche di rendimento me la giocavo con Peruzzi. A fine anno proprio una statistica del Corriere dello Sport -Stadio disse che ero stato più decisivo degli attaccanti con le mie parate».

La migliore gara?

«Eh, ce ne sono state tante. Forse quella con la Juve nello 0-0 del mio primo anno è stata la migliore ma in quella Serie A dovevi vedertela con fenomeni veri come Ronaldo, Baggio e Batistuta al quale ho parato pure un rigore. Oggi la Serie A ha perso molte di quelle individualità, quando c’ero io era il campionato più bello insieme alla Liga».

Come è nato il soprannome Er Pantera?

«In realtà mi ci chiamavano già in Austria, dicevano che ero la Pantera di Kritzendorf. Poi lo hanno fatto anche a Roma senza saperlo. Era per il mio modo di giocare, ero un portiere aggressivo come una belva (ride, ndr)».

Primo anno bellissimo, poi l’infortunio al tendine. È stato per quello che è andato via dopo solo due anni?

«No, io stavo bene. Dopo due mesi ero già in campo. Sono andato via perché era arrivato Capello che non aveva fiducia nel mio modo di giocare, aveva altre idee e io non volevo restare come un peso. A Venezia invece mi voleva Spalletti che somigliava molto a Zeman».

Come era lavorare col Boemo?

«Particolare, lui è un grande personaggio. I suoi allenamenti erano un massacro ma io ero molto contento. Se sei professionista e sei pagato tutti quei soldi devi lavorare sodo».

Pronostico per stasera?

«Io sono ottimista di natura: vince la Roma. Con Mourinho mi sembra abbia un’altra mentalità anche se ora arrivano i test importanti. E alla partita di ritorno mi vedrete all’Olimpico, mi manca da prima della pandemia».

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