Roma-CSKA Sofia: parla Losi, capitano della Roma vittoriosa in Europa

Roma-CSKA Sofia: parla Losi, capitano della Roma vittoriosa in Europa

L'ex difensore è stato l’unico giallorosso ad alzare un trofeo europeo, la Coppa delle Fiere del 1961, e anche il terzo giocatore a totalizzare più presenze (455)

Francesco Balzani/Edipress

16 settembre

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Giacomo Losi, per tutti Giacomino. Per i tifosi giallorossi “Core de Roma”. Un capitano di quelli con la C maiuscola, il terzo giocatore per presenze (455) alle spalle di due leggende come Francesco Totti e Daniele De Rossi. L’unico ad alzare un trofeo europeo: la Coppa delle Fiere nel 1961. Una storia incredibile quella di Losi romano d’adozione ma nato in provincia di Cremona. Il primo a entrare nella Hall of Fame romanista. I suoi genitori erano dichiaratamente antifascisti e da bambino ha partecipato indirettamente alla Resistenza portando le munizioni che i partigiani usavano contro i nazisti. Qualche anno dopo l’esordio con la Cremonese, poi il passaggio alla Roma per 7 milioni di lire. Un portento fisico, un fascio di muscoli che nonostante l’altezza gli permetteva di essere in possesso di una notevole capacità aerea. Ben presto divenne uno dei difensori più forti della Serie A. Quindici anni d’amore ricambiato con la tifoseria. Come ogni grande storia di amore, la fine del suo rapporto professionale con la Roma fu invece caratterizzata da una freddezza inaspettata dovuta alla scelta impopolare di Herrera. Losi resterà nella Capitale e chiuderà la carriera da calciatore nella Tevere Roma a soli 35 anni. I restanti li ha passati in panchina. Da pochi anni ha lasciato la guida della sua scuola calcio a Valle Aurelia. ll soprannome “Core de Roma” risale a Roma-Sampdoria dell’8 gennaio del 1961, partita nella quale Giacomino si era infortunato e dal momento che non erano possibili le sostituzioni si era spostato nel ruolo di ala destra. Dopo il pareggio di Manfredini la partita era sul 2-2, ma al momento di un calcio d’angolo in favore della Roma Losi, infortunato, saltò di testa nel mezzo dell’area di rigore e segnò il suo primo gol ufficiale. Leggende d’altri tempi.

Cosa ha provato quando è passato alla Roma?
«Mah, io ero convinto di andare all’Inter, avevo fatto il provino. Poi sull’auto mi dissero che stavo andando a Roma. Venivo da un paesino in riva al fiume Oglio, a una trentina di chilometri da Brescia e anche da Bergamo. Al massimo la squadra del mio paese è arrivata in Quarta serie, l’attuale D, e anche la Cremonese non era così competitiva. A maggior ragione Roma era una meta, per noi giovani. Immaginate l’emozione. A 19 anni mi ritrovo un mondo da scoprire. Senza sapere che con la maglia giallorossa giocherò 455 partite, molte da capitano. E che mi chiameranno Core de Roma, ma anche Palletta perché saltavo come se rimbalzassi».

In tanti anni in giallorosso l’emozione della Coppa delle Fiere, che è anche rimasto finora l’unico trofeo europeo della Roma. Che ricordi ha?
«Ricordo un senso di grandezza per una squadra che vinceva poco, era un trofeo molto importante. Un grande orgoglio. Fu una gara durissima col Birmingham, loro erano una squadra difficile da affrontare, ma noi volevamo a tutti i costi la qualificazione. Per fortuna i gol in trasferta non valevano doppio, perché nella semifinale contro l’Hibernian al ritorno all’Olimpico pareggiammo 3-3. Io non dovevo nemmeno giocare. Il giorno prima ero a Bologna per Italia-Irlanda del Nord. Dopo la partita ho preso il treno e ho raggiunto la squadra in ritiro. A casa ho una miniatura della Coppa delle Fiere che custodisco gelosamente. La davano solo ai capitani della squadra vincitrice. La coppa vera l’ho portata in mano facendo il giro dello stadio, la gente era impazzita, perché Roma quando festeggia, festeggia veramente. Chissà che non accada di nuovo presto».

Altre partite chiave della sua carriera?
«Una fu nel 1961, contro la Sampdoria. Perdevamo 2-1, mi procurai uno strappo all’inguine eppure rimasi in campo e alla fine segnai il mio primo gol. Finì 3-2 per noi».

E nacque il soprannome “Core de Roma”.
«In realtà fu determinante anche un’ospitata in tv, su Rai1. Il programma era L’oggetto misterioso, con Walter Chiari e Rita Pavone. Fu il grande attore a dire: “Vi presento il core de Roma” e da allora lo sono stato per tutti».

L’avversario più tosto?
«Ho marcato Bobby Charlton, Charles, Sivori, Altafini, Jair, Corso, Virgili, Jeppson, Vinicio e tantissimi altri. Chi m’ha fatto più soffrire in campionato è Brighenti, con una gomitata all’arcata mi ha aperto uno squarcio, 12 punti di sutura. Il più forte però era Garrincha. Lo affrontai in amichevole con la Nazionale e con la Roma, in tournée in Venezuela, contro il suo Botafogo. Una furia».

Due Coppe Italia, una Coppa delle Fiere. È mancato giusto lo scudetto.
«Eravamo una buona squadra, ma non la migliore. Al massimo arrivammo terzi. Altre volte quarti, poi quinti. Tant’è che il presidente Anacleto Gianni venne ribattezzato Anacleto V…».

L’addio, colpa di Herrera?
«Dopo otto partite mi lasciò fuori e forse soffriva la mia popolarità. Non ho mai fatto polemica, la società non fece niente per restituirmi spazio e quella situazione davvero mi fece cadere le braccia. Il tecnico restò altri anni, ma non riuscì a rivivere un ciclo analogo a quello con l’Inter».

Lei ha vissuto la tragedia di Taccola.
«Ho ancora dolore al cuore quando ci penso. L’Ansa telefonò a me, perché prima di dare la notizia bisognava almeno avvisare la moglie Marzia. Lo aspettava a casa alla Balduina, con due figli piccoli, poi tornò a vivere vicino ad Arezzo. Ricordo il senso di impotenza da parte di tutti».

Fra gli allenatori a chi era più affezionato?
«Fulvio Bernardini nell’Under 19, era una persona molto colta. Ma il migliore è stato quello che non mi ha mai allenato. Ovvero Nereo Rocco, ogni volta che mi incontrava mi salutava con affetto».

In Nazionale non ebbe tanto spazio: 11 presenze, compresa una da capitano.
«Però giocai il Mondiale in Cile. Nella partita chiave, contro i padroni di casa, la commissione tecnica preferì Mario David che era un mediano, non un terzino. Fu un errore, pagato fra l’altro con l’espulsione di David».

Ha rivisto un altro Losi in Serie A?
«Mi somigliava un po’ Fabio Cannavaro, molto scattante, sull’anticipo, con una buona elevazione. Andava sull’uomo come me. Oggi tutti aspettano l’avversario».

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