Il cuoio

Pancaro: una carriera di vittorie tra Lazio e Milan

Terzino in grado di giocare su entrambe le fasce, è stato campione d'Italia con Eriksson e Ancelotti

Essere Giuseppe Pancaro. Ci si potrebbe fare un film, volendo. O scrivere un libro. Già, perché con un nome così, crescendo calcisticamente in una squadra come l’Acri, a metà strada tra lo Jonio e il Tirreno, diventare calciatore, giocare in Serie A a Roma e Milano, vincere due scudetti, la Coppa delle Coppe e altri trofei assortiti, forse più che un sogno è un’impresa. Molto più facile pensare a una vita come altre, senza trionfi né grossi guai, come cantava Riccardo Fogli a Sanremo nel 1982. Fatta di sveglie di prima mattina, ore di lavoro, rientri serali col solo desiderio di riposarsi e godersi sprazzi di vita familiare davanti a una buona cena e a un bel programma televisivo. Ma per il Giuseppe Pancaro nato a Cosenza il 26 agosto 1971 quella vita non poteva bastare.

L'ambizione e gli esordi 

A lui, innamorato del calcio fin da bambino, sempre pronto a giocare per strada e dovunque rimbalzasse un pallone, il sogno di coltivare fino ai massimi livelli il suo sport preferito glielo aveva lasciato in dote un padre prima calciatore e poi allenatore. Un’ambizione che Pancaro ha inseguito con la dedizione, l’umiltà e il sacrificio tipici di altri suoi conterranei, che per realizzare i sogni hanno dovuto lasciare il loro paese. È così che a diciott’anni Giuseppe è a Torino a tentare di costruire un futuro nelle giovanili granata. Le prove da giocatore vero, però, le va a fare ad Avezzano, Serie C2, dove disputa il suo primo campionato da titolare e dove si fa notare dagli osservatori del Cagliari, che a ventuno anni gli fanno prendere l’ascensore per la Serie A. La Sardegna, come per altri prima di lui, è il suo romanzo di formazione, dove si confronta con allenatori di rilievo, da Mazzone a Radice, da Tabarez al Trap, forse quello che più di ogni altro ne apprezza la disponibilità a migliorare e a imparare, tanto da fermarsi con lui, calciatore già di ventiquattro anni, per allenarlo a migliorare i suoi fondamentali basici.

L'arrivo nella Capitale e gli anni in rossonero

Il salto di qualità definitivo avviene nell’estate del 1997 quando la Lazio del presidente Cragnotti lo accoglie in un parterre de rois nel quale Pancaro capisce di avere finalmente l’opportunità che stava cercando. Alla Lazio serve un terzino capace di coprire il ruolo sia a destra che a sinistra, ruvido in marcatura e allo stesso tempo in grado di dare una spinta alla proposizione del gioco di maggiore potenza rispetto a quella garantita da Negro e Favalli. L’inizio non può essere migliore: alla prima giornata di campionato con la maglia biancoceleste, in quello che sarà il suo stadio per i sei anni successivi, Pippo segna il gol del 2-0 che chiude la partita contro il Napoli. Sono sei anni vigorosi, tra i più intensi della storia della Lazio, che portano Pancaro a raccogliere quelle vittorie per le quali ha sempre speso energie e sudore, su tutte lo scudetto del 2000, che costituisce il raggiungimento della meta, la realizzazione del sogno: il 14 maggio di quell’anno Pancaro ottiene lo scopo di una vita, quello che si celava nelle ore spese a giocare per strada con gli amici, che lo spingeva a dare il massimo in ogni allenamento, che fosse uno sforzo fisico supplementare o dieci minuti di battimuro a fine seduta per affinare il tocco. Una felicità indescrivibile, di quelle che le parole non possono rubare all’anima.

Felicità che proverà ancora quattro anni più tardi indossando la maglia del Milan, altra squadra di marziani nella quale Pippo da Cosenza, non si limita a fare la comparsa, arricchendo il suo personale palmarès con altre Coppe e la soddisfazione di poter raccontare a familiari e amici di aver giocato al fianco di Cafu, Nesta, Maldini, Pirlo, Redondo… Un viaggio lungo tanti anni e migliaia di chilometri, compiuto con la determinazione di mostrare al mondo cosa significasse essere Giuseppe Pancaro.