Brasile-Italia, la finale maledetta di Usa '94

Brasile-Italia, la finale maledetta di Usa '94

Il 17 luglio 1994, nell'ultimo atto del Mondiale americano, gli azzurri si arresero alla Seleçao solo ai calci di rigore. Fatali gli errori dal dischetto di Baresi, Massaro e Baggio

Paolo Valenti/Edipress

17 luglio

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Il 17 luglio 1994 il Mondiale Made in USA andava a rappresentare il suo ultimo atto: una finale altisonante che, come ventiquattro anni prima in Messico, poneva di fronte Italia e Brasile. Nel 1970 le due nazionali si erano già aggiudicate due campionati per parte: a chi vinceva sarebbe stata assegnata in via definitiva la Coppa Rimet. A Pasadena le rappresentative si ritrovavano col palmarès ancora in situazione di parità: 3 titoli a testa. Ma questa volta non ci sarebbe stato nessun conferimento definitivo del trofeo messo in palio dalla FIFA che, dal 1974, era itinerante per vocazione. Vincere, però, significava ascendere in solitaria sulla vetta della classifica assoluta dei vincitori dei Mondiali: uno stimolo ulteriore per dare energia a due squadre arrivate a quel pomeriggio infuocato al limite della sopravvivenza agonistica, fiaccate da un mese di impegni da assolvere in condizioni climatiche proibitive disseminati nell’immenso continente americano. Le esigenze televisive avevano suggerito agli organizzatori di programmare le partite a orari pomeridiani con temperature e tassi di umidità elevatissimi che avevano prosciugato la resistenza dei giocatori, ai quali scendere in campo alle 12,30 di quella domenica assolata sembrava più una condanna ai lavori forzati che l’adrenalinica sfida da superare per vincere un campionato del mondo.

Il cammino di Italia e Brasile

Gli azzurri di Arrigo Sacchi erano arrivati a quell’appuntamento dopo aver giocato le sei partite precedenti sulla East Coast, su e giù tra New York, Washington e Boston a raccogliere l’affetto degli italiani emigrati in quelle terre dove avevano lavorato per costruire la loro vita. Era stato un percorso accidentato quello che aveva seguito la nostra Nazionale che, sconfitta all’esordio dall’Irlanda e in inferiorità numerica nel successivo match vincente contro la Norvegia, era riuscita a ottenere la qualificazione agli ottavi solo rientrando nel novero delle migliori terze classificate. Un passaggio non proprio onorevole, soprattutto se paragonato alle aspettative che circondavano la spedizione, sbarcata in America con l’intenzione di mostrare i miracoli del calcio scientifico di Sacchi. Invece, come già accaduto con Paolo Rossi nel 1982, fu necessario attendere il risveglio del nostro miglior giocatore, il buddhist Ponytail (come era stato ribattezzato dai giornalisti locali) Roberto Baggio, per avanzare nella competizione, dalla quale saremmo miseramente usciti nell’ottavo di finale contro la Nigeria se, appunto, il Divin Codino non avesse estratto dal cilindro due gol che sottrassero la Nazionale all’accanimento della critica. Il suo vero Mondiale cominciò lì e brillò otto giorni, il tempo che gli servì per matare la Spagna e lasciare poche speranze in semifinale alla Bulgaria di Stoichkov, che a fine anno diventerà Pallone d’Oro. Già, perché quando il suo sogno da bambino di giocare la finale del Mondiale col Brasile si sta per realizzare, una fitta alla gamba lo costringe a uscire dal campo coi pensieri oscurati dalla paura di non poter giocare a Pasadena per sfidare i verdeoro, giunti a destinazione solidamente ancorati alla ricerca del risultato più che ai fuochi pirotecnici di giocate ad effetto. Dopo il girone iniziale, Stati Uniti, Olanda e Svezia, eliminata a soli dieci minuti dai tempi supplementari, vengono debellate senza strapazzi dall’apporto calibrato del duo offensivo Bebeto-Romario, punte di diamante di una formazione insolitamente parca nell’elargire spettacolo, innervata dalla presenza di calciatori come Taffarel, Aldair, Branco, Dunga e Mazinho, transitati per la nostra Serie A ad apprendere nozioni di tattica poco praticate dalla Seleçao nel passato.

La finale di Pasadena


“La California è candida come bucato e ha la testa vuota” aveva scritto Jack Kerouac. Ed era proprio quella l’impressione che dava il cielo sopra il Rose Bowl di Pasadena in quel 17 luglio, indelebilmente azzurro e sgombrato anche dall’ombra di una sola nuvola. Baggio voleva esserci: ”Non giocare, per me, sarebbe beffa, rabbia, delusione e disperazione” aveva detto alla vigilia. Sacchi non può opporsi alla sua scelta: sa di essere in debito di riconoscenza con colui che ha risolto problemi altrimenti insormontabili per le sue geometrie maniacali. Così, quando l’arbitro Puhl fischia l’inizio, Baggio è in campo: fasciato, menomato nelle movenze, disperatamente attaccato a un sogno che non è solo suo. Il Rose Bowl fiammeggia un calore che impedisce al match di avere un ritmo almeno accettabile: troppa la stanchezza accumulata in un mese di allenamenti, partite e trasferimenti. Pochi i sussulti: Massaro all’inizio, poi Branco su punizione, un palo fortunoso di Mauro Silva nella ripresa. Baggio è statico: guarda il gioco, osserva i movimenti della partita, cerca di trovare lo spunto giusto per inserirsi nei momenti topici di una gara alla quale riesce a regalare tre tiri che non hanno la forza di sbloccare il risultato. Per la prima volta nella storia dei Mondiali sono necessari i calci di rigore per decidere il vincitore. Dopo gli errori di Baresi e Massaro, le residue speranze di non cadere nel girone degli sconfitti restano aggrappate al quinto rigore che Roberto deve tirare. E non c’è più niente da dire, né da poter fare, quando il suo calcio, che di solito accarezza il pallone, stavolta asseconda l’impennata di un destino avverso. Il Brasile vince così il suo quarto Mondiale e lo dedica alla memoria di Ayrton Senna, scomparso a Imola poco più di due mesi prima.        

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