Il cuoio

Il capolavoro di Mourinho: la Champions League con il Porto

Nel 2004 lo Special One salì sul tetto d'Europa con la squadra portoghese partendo da outsider

Vincere una Champions League non è mai solo una questione di fortuna. Anche se il 26 maggio 2004 molti osservatori, trovandosi a commentare la vittoria finale del Porto sul Monaco alla Veltins Arena di Gelsenkirchen, pensarono che quella squadra composta da buoni giocatori ma non da fuoriclasse assoluti avesse avuto la sua buona dose di grazia dal fato. Considerazione non solo opinabile ma, soprattutto, contraddetta dai fatti, visto che quella squadra guidata da Josè Mourinho sulla vetta d’Europa ci arrivò dopo un cammino che veniva da lontano. L’uomo di Setubal aveva preso le redini dei Dragões nel corso della stagione 2001-02, sostituendo l’esonerato Machado. Assistito da un altro futuro big delle panchine, Andrè Villas-Boas, Mourinho ottiene un terzo posto sul quale costruisce idee e programmi per andare oltre. La stagione successiva il Porto ruba la scena delle competizioni alle quali partecipa, vincendo praticamente tutto: campionato, coppa nazionale e Coppa Uefa. Per il quarantenne tecnico sono le prove generali in formato ridotto di quello che riuscirà a compiere sette anni più tardi con la squadra di campioni che gli metterà a disposizione la voglia di gloria di Massimo Moratti. Quel Porto è una squadra sicuramente con meno mezzi ma che si regge su principi solidi: una rosa che fa ricorso agli stranieri solo quanto basta (su tutti il russo Alenitchev, vecchia conoscenza del calcio italiano, e il brasiliano Derlei) e uno spirito di corpo che consente di colmare il gap tecnico con compagini più quotate. Forse non tanto in patria, dove la vittoria del campionato arriva con un distacco di undici punti sugli storici rivali del Benfica che non ha bisogno di analisi approfondite, quanto in Europa, dove il Porto giunge in finale dopo aver perentoriamente rimosso dalla corsa al titolo la Lazio di Roberto Mancini. 

Il preludio della vittoria 

A Siviglia, il 21 maggio 2003, i Dragões affrontano il Celtic di Henrik Larsson, futuro attaccante del Barcellona, che sulla strada per la finale ha cancellato dal torneo Stoccarda, Liverpool e Boavista. Squadra tosta, fisica e determinata, che viene abbattuta nei supplementari con un gol di Derlei. È il primo segnale di una statura tecnica e carismatica che vedrà il suo pieno compimento l’anno successivo, quando nove undicesimi della squadra scesa in campo dal primo minuto a Siviglia usciranno dagli spogliatoi della Veltins Arena di Gelsenkirchen per andare a vincere la coppa dalle grandi orecchie. Ragazzi di buon talento, che giocano in armonia, responsabilizzati e resi consapevoli da quell’allenatore che, per quanto ambizioso, nella notte andalusa forse la Champions già la sogna ma di certo non può ancora sentirla così vicina. Nello spazio di appena dodici mesi e qualche giorno, un’avventura impossibile trova il tempo per diventare il racconto di un sogno che, partita dopo partita, si trasforma nella realtà di un nome impresso per sempre sull’albo d’oro della competizione europea per club più gloriosa. 

La strada verso la gloria

Un viaggio che comincia a settembre nel girone eliminatorio dove il secondo posto alle spalle dei Galacticos del Real Madrid è poco più che una formalità: Olympique Marsiglia e Partizan non possono impensierire i vincitori della Coppa UEFA. Il regolamento è cambiato: per la prima volta dal 1991 il passaggio del primo turno porta immediatamente alla fase a eliminazione diretta. Rimossa, quindi, l’esperienza della seconda fase a gironi, il Porto viene accoppiato al Manchester United di Sir Alex Ferguson. Non è una sfida semplice ma un doppio match nel quale una eventuale qualificazione significherebbe avere la piena consapevolezza di poter arrivare in fondo alla competizione, fino alla fine. Ed è proprio alla fine, all’ultimo minuto della partita di ritorno, che il Porto supera l’ostacolo più alto del suo cammino, al termine di 180 minuti che meritano un racconto a parte, nel quale un pizzico di buona sorte gioca il suo inevitabile ruolo, che mai viene meno in una storia di successo. Quella fatalità positiva che, anche se indirettamente, torna a sostenere gli uomini di Mourinho nei quarti di finale prendendo le sembianze del Deportivo La Coruna, guarda caso stessa maglia del Porto, che in un incredibile doppio match toglie dalla competizione il Milan campione in carica (nonché vincitore contro il Porto, pochi mesi prima, nella finale della Supercoppa Uefa) dopo aver perso 4-1 all’andata. I galiziani, in semifinale, lasciano un pertugio al passaggio dei portoghesi (un rigore di Derlei è l’unico gol delle due partite), che dopo un anno tornano a disputare una finale europea. 

L’ultimo atto di uno splendido cammino

Anzi: la finale, quella con l’iniziale maiuscola, quella che lascia il segno per sempre nella mente dei tifosi e nell’anima dei giocatori. Una finale inedita, quella col Monaco allenato da Didier Deschamps, nella quale, dopo un inizio favorevole ai ragazzi del Principato, il Porto gioca al gatto col topo: 3-0 senza appello (gol di Carlos Alberto, Deco e Alenitchev) apice di un cammino iniziato due anni e mezzo prima e arrivato a compimento con un’accelerazione impossibile che riporta in città quel fremito di vittoria già vibrato 17 anni prima col tacco di Allah.