Il cuoio

Rudi Voeller, il tedesco che fece della Roma la sua seconda casa

Il centravanti di Hanau, in un'intervista esclusiva, racconta i suoi anni nella Capitale tra gol, notti europee e il calore dei tifosi giallorossi

“Vola, la curva si innamora. Tedesco vola”. Negli anni ’90 bastava intonare il motivetto di Lorella Cuccarini per scatenare il coro dei tifosi romanisti. La dedica era tutta per Rudolf Voeller, anzi Rudi. Il tedesco più amato, uno dei giocatori più emozionanti di tutta la storia romanista. La sua maglia numero 9 marchiata Barilla era diventata un must grazie non solo ai gol ma pure a quella capacità di trascinarsi dietro una squadra intera. “Er tedesco sta a giocà da solo”, era un altro coro in voga in quegli anni. Una potenza tecnica e caratteriale ancora oggi presa a esempio per stimolare gli attaccanti. Cinque anni intensi, intensissimi, quelli di Rudi da Hanau, un tedesco atipico perché fuori dai canonici schemi teutonici. Arrivato dalla Germania dove era un idolo assoluto, Voeller ha portato la Roma alla vittoria della Coppa Italia e a una finale di Coppa Uefa nel 1991. In semifinale fu decisivo grazie a un gol a tempo scaduto contro il Broendby che fece esplodere l’Olimpico. L’addio, per volere di Boskov, fa ancora male perché il tedesco andrà a vincere da protagonista la Coppa Campioni con il Marsiglia. Oggi Rudi è uno dei dirigenti europei più apprezzati. Ricopre da anni la carica di direttore esecutivo generale del Bayer Leverkusen dopo aver assaporato la carriera da allenatore con una finale mondiale (nel 2002) e una breve esperienza sulla panchina romanista. Quando lo chiamiamo sentiamo un chiaro accento romano di sottofondo.

Ma si trova a Roma?

«Sì, approftto della pausa in Germania visto che il Leverkusen è fuori dalle coppe e me ne sono venuto qui insieme a mia moglie. È sempre un grande piacere, questa città non cambia mai».

Ha avuto modo di fare i complimenti ai Friedkin di persona per la presa di posizione sulla Superlega?

«Ho sentito la dirigenza, sono proprio felice che a rappresentare la mia Roma ci siano loro. In Germania abbiamo apprezzato tutti il loro comportamento su un fatto che non poteva passare».

Lo sa che a Roma ogni volta che un attaccante non dà il massimo tutti la rievocano come esempio? Lei ha lasciato tanto a Roma, cosa ha lasciato Roma a Rudi Voeller?

«Stare cinque anni in una città come Roma porta tante cose e tanti ricordi belli e brutti. All’inizio è stata dura poi ho imparato ad amare questa città, questo ambiente così passionale e particolare. Io arrivavo dal nord dela Germania, mi sono trovato nel sud dell’Italia e al mio sbarco ho trovato centinaia di tifosi. Qui poi ho trovato mia moglie, parte della mia famiglia si può dire che vive qua e io magari un giorno tornerò ad abitarci. Una città fantastica e non solo per il Colosseo o il cibo (ride, ndr). Non mi considero mezzo italiano, ma mezzo romano».

E poi all’Olimpico ha vinto il Mondiale.

«E chi lo dimentica. Quando l’Italia perse la semifnale contro l’Argentina, andammo tutti al bar dell’hotel e bevemmo una birra. Gli azzurri erano fortissimi, sapevamo che se avessimo battuto l’Inghilterra il giorno dopo poi avremmo vinto il mondiale. Eravamo più forti degli argentini e lo abbiamo dimostrato».

Trent’anni fa, Roma-Broendby. Tutti i tifosi romanisti ricordano dove erano quella sera e ricordano il suo gol. Lei cosa ricorda di quel momento?

«Già il fatto di arrivare in una semifinale europea di quel livello era qualcosa di straordinario per quella Roma. L’Olimpico era pieno già prima della partita, ho questo ricordo negli occhi. È stato il massimo dell’emozione. Il mio gol del 2-1 è arrivato alla fine, siamo andati sia io che Rizzitelli sul pallone, poi ho visto la rete gonfiarsi e non ci ho capito più nulla. Quel boato dello stadio non lo dimenticherò mai, probabilmente è il ricordo più bello che mi sono portato via dalla Capitale».

È stato il gol più bello?

«Forse il più importante insieme a quello su rigore di pallonetto del derby del Flaminio, ma il più bello è quello segnato alla Fiorentina, 4-0 nella prima giornata dopo il Mondiale: lancio di Desideri, girata al volo da oltre dieci metri, palla sull’incrocio opposto».

Eravate arrivati a quella sfida dopo aver eliminato Benfica, Valencia, Brdeaux e Anderlecht.

«In quel periodo squadre del genere avrebbero giocato l’attuale Champions. Erano squadre fortissime e partivamo sempre svantaggiati come pronostico. Ma io ci metto pure il Broendby, avevano mezza squadra che poi vincerà l’Europeo del 1992 con la Danimarca. C’erano giocatori eccezionali come Schmeichel, che dopo quella partita sono stati venduti nei maggiori campionati europei. Fu un percorso durissimo e magnifico».

La finale con l’Inter. C’è qualche rimpianto per l’arbitraggio dell’andata?

«Quando perdi 2-0 all’andata poi è dura rimontare, qualcosa non è andato ma non voglio recriminare. Credo che abbiamo fatto una buona partita al ritorno. Abbiamo giocato con pazienza e segnato con Rizzitelli a 10’ dalla fine, poi ci abbiamo provato in tutti i modi per andare ai supplementari. Dispiace, perché sarebbe stata una grande festa per la città.

Vi siete rifatti con la Coppa Italia qualche giorno dopo contro la Sampdoria con due suoi gol.

«E non era facile visto il valore di quella Sampdoria che aveva appena vinto lo scudetto. All’andata abbiamo vinto 3-1 e poi siamo stati bravi a segnare subito al ritorno a Marassi. Quello è stato l’anno più emozionante, immagina ora arrivare in finale di Coppa Uefa e vincere la Coppa Italia in meno di un mese. Non è roba da tutti i giorni. In campionato magari non avevamo quella costanza, ma era pure una Serie A difficilissima con tanti campioni».

Lei ha avuto un inizio complicato, sembrava quasi sul punto di andare subito via. Poi l’esplosione. Ha mai pensato di mollare dopo le prime critiche?

«A Roma non è tutto rose e fiori, sappiamo che è un posto un po’ particolare. Quando va tutto bene sei un eroe, quando le cose vanno male arrivano critiche forti. Gli alti e bassi ci sono sempre nel nostro mestiere, all’inizio ho giocato male e ho avuto problemi fisici. Volevo andare via ma Viola mi convinse a restare. Aveva ragione».

Si ricorda il coro della Sud?

«Come no, “Vola tedesco vola”. Ho incontrato la Cuccarini mesi fa all’Olimpico e abbiamo riso insieme di quel tormentone. L’ho ringraziata».

Quella Roma è stata una delle più amate della storia pur non avendo vinto lo scudetto. Come se lo spiega?

«Perché in campo mettevamo il cuore ed eravamo un gruppo molto unito. C’erano giocatori molto attaccati alla maglia come Conti, Tempestilli, Giannini o Desideri. Credo che i tifosi lo abbiano capito, mi fa piacere che oggi la ricordino con afetto».

La Roma in semifinale col Manchester non ha ripetuto le vostre gesta, c’è speranza per il ritorno di stasera?

«Speriamo, sette giorni fa era andata bene nel primo tempo, poi non so cosa è successo. Mi è dispiaciuto. Sarà durissima ma bisogna giocarsela fino alla fine».