Francesco Moriero: «Da Cagliari a Roma un calcio di emozioni»

Francesco Moriero: «Da Cagliari a Roma un calcio di emozioni»

Classica ala da numero 7, tra rossoblù e giallorossi visse momenti importanti. Li ha ricordati da doppio ex in vista della gara di domani 

Francesco Balzani/Edipress

24 aprile

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Una delle ultime ali vere del calcio italiano. Francesco Moriero, anzi Checco come lo chiamava Carlo Mazzone, è stato negli anni ’90 protagonista col Cagliari di Francescoli e la Roma di Totti prima di approdare all’Inter dove ha raccolto i successi più importanti. In Sardegna fu portato proprio da Mazzone, che già  lo aveva allenato a Lecce, pagato la bellezza di 5 miliardi. Due anni intensi, cinquantaquattro presenze e la qualificazione storica in Coppa Uefa prima del passaggio alla Roma, sempre col Sor Magara come allenatore. Nella Capitale resterà per tre stagioni diventando beniamino nella Curva soprattutto dopo il derby del 3-0 nel 1994 mentre sarà purtroppo inutile la sua doppietta contro lo Slavia Praga nella rimonta vanificata dal gol di Vavra. Oggi vive nel suo Salento e aspetta la chiamata da allenatore dopo l’esperienza in Albania e la campagna di solidarietà con l’amico Miccoli.

 

Domanda d’obbligo: che idea si è fatto del caos Superlega?

«Il sogno di tutti i bambini che amano il calcio è quello che un giorno possano diventare calciatori professionisti e indossare la maglia della Nazionale, o magari giocare in Champions. Io mi sono innamorato del calcio e dei tifosi, ho giocato in piccole squadre sfidando le grandi e molte volte le ho battute anche in partite europee. Non si può togliere tutto questo». 

 

Partiamo da Cagliari. Due anni intensi e un traguardo storico. Qual è la prima immagine che le viene in mente di quel periodo?

«La vittoria a Torino per 1-2 nel 1994 contro la Juventus nei quarti di Coppa Uefa è la partita che mi rivedo più volentieri. Arrivai a giocare al Cagliari molto giovane anche se venivo da anni importanti a Lecce. Il primo anno fu una sorpresa anche se la squadra era molto forte. Ci siamo qualificati in Coppa Uefa e ho segnato il gol decisivo al Pescara con lo scavetto per fare un regalo a Mazzone che stava andando alla Roma. L’anno dopo arrivammo in semifinale contro l’Inter e credo meritassimo di giungere in finale per come abbiamo giocato le due partite. Un percorso che mi ha inorgoglito».

 

In quella rosa oltre a lei c’erano Allegri, Francescoli, Cappioli, Oliveira. Oggi dove arriverebbe quella squadra?

«Non eravamo molto diversi dall’Atalanta degli ultimi due anni. Ce la giocavamo con tutte le grandi, eravamo una realtà vera e propria. Probabilmente saremmo in Champions». 

 

La sua carriera è contraddistinta da due grandi allenatori: Carlo Mazzone e Gigi Simoni. Ce li racconta con due aggettivi?

«Due persone completamente diverse, ma unite dalla passione per questo sport. Mazzone grintoso e sempre attento a tutto anche fuori dal campo, un maniaco nel senso positivo, che a me ha dato veramente tanto. Mi ha fatto esordire a Lecce, mi ha portato a Cagliari e Roma. Un secondo padre. Simoni era una persona umile e gentile che ti lasciava tranquillo durante la settimana e che faceva sentire tutti egualmente importanti, che ci chiamassimo Moriero o Ronaldo o Zanetti. Meritava di vincere tutto e anche dopo i torti arbitrali ha mantenuto la sua signorilità . Posso dire di essere stato fortunato ad aver avuto come allenatori due persone così». 

 

Proprio Mazzone la vuole alla Roma. Dopo tre anni in giallorosso sta per arrivare Zeman che la stima molto e non le rinnovano il contratto. Perché? 

«Con Zeman ci siamo amati a distanza. Dopo sei anni di Lecce mi voleva al Foggia, che aveva trovato un accordo di massima col mio club, ma ho deciso di seguire Mazzone a Cagliari. Poi, dopo due anni in Sardegna mi voleva alla Lazio, ma non potevo dire no di nuovo a Mazzone che era andato alla Roma. Sembrava una maledizione. Poi Zeman arriva alla Roma e penso che ci siamo ma non trovo l’accordo con Sensi e resto svincolato. Ci siamo ritrovati a Napoli anni dopo ma ormai ero a fine carriera».


27 novembre 1994, Lazio-Roma 0-3 con lei protagonista. É vero che Carlo Mazzone aveva appeso nello spogliatoio gli articoli di giornale in cui davano già  per sconfitta la Roma?

«Certo che è vero. Quel derby non lo posso mai dimenticare, venivamo da una settimana molto intensa e tutti i quotidiani ci davano per sconfitti. Allora Mazzone decise che tutti i giorni avrebbe messo in risalto negli spogliatoio gli articoli dove venivano esaltati i calciatori della Lazio. Leggeva a voce alta le pagelle e i confronti che ci davano sconfitti in tutti gli scontri individuali. Siamo andati in campo col coltello tra i denti e non c’è stata partita».

 

È stato pure tra i protagonisti assoluti di una mancata rimonta sullo Slavia Praga. Che vi siete detti negli spogliatoi?

«Se ci ripenso ancora ci sto male. Quella partita con lo Slavia fu incredibile: giocammo una gara magica, forse l’emblema del romanismo e dell’attaccamento alla maglia. Ricordo la coreografia della Sud, la mia doppietta, il gol di Giannini. Era la serata perfetta, potevamo vincere 12-0 e andare in semifinale. Poi è arrivato il gol casuale di Vavra. Siamo rimasti in silenzio ma sapevamo di aver dato tutto».

 

Ha fatto più male quella notte, il rigore non dato a Ronaldo in Juve-Inter o la sconfitta con la Francia?

«Hanno fatto male tutte e tre ma a Torino ci hanno scippato la possibilità  di giocarci lo scudetto, ancora aspetto la fine della partita». 

 

È stato testimone oculare del primo gol in A di Totti e del primo in Italia di Ronaldo il Fenomeno. Aveva la sensazione che si stava scrivendo la storia del calcio in quel momento? 

«Sapevo già che Totti sarebbe diventato uno dei più forti in Italia, ma ha superato le mie aspettative ed è diventato uno dei più forti in assoluto in Europa e nel mondo. Quando giocavamo insieme era un ragazzino ma si vedeva che aveva classe. Ronaldo era un qualcosa di straordinario. In allenamento spaventava, un giocatore unico e irripetibile. Quel periodo è stato forse la massima espressione del calcio italiano, i campioni erano campioni veri». 

 

Anche quando giocava con Conte a Lecce aveva capito che sarebbe diventato un allenatore così forte? 

«Anche prima di giocare insieme. Conosco Antonio da quando avevamo 8 anni, facevamo comitiva con Petrachi e Garzya. Non si distraeva mai, nemmeno da ragazzino. Già allora mi dava indicazioni tattiche su come muovermi in campo».

Ha giocato in tante città importanti e in tutte la ricordano con affetto.
«Mi hanno adottato tutti come un bambino. Quando sono andato via da Lecce piangevo, quando sono andato via da Cagliari pure. A Roma ho lasciato un pezzo di cuore e ci torno spesso. Sono i trofei più belli».

Bellissima l’iniziativa benefica con Miccoli. Ora Moriero cosa farà da grande?
«Con Fabrizio nel periodo più difficile per il Covid siamo voluti scendere in campo mettendo all’asta le nostre maglie per poter comprare beni di prima necessità per tutte quelle famiglie in difficoltà e diciamo che siamo arrivati a consegnare la spesa per 1800 famiglie. Quindi due bei gol. Io ormai sono 11 anni che ho intrapreso la carriera da allenatore di calcio tra alti e bassi. Aspetto la grande occasione, spero arrivi presto»

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