Ciccio Graziani, da Torino a Roma tra vittorie e ricordi

Ciccio Graziani, da Torino a Roma tra vittorie e ricordi

In occasione della sfida di oggi, ha parlato l'ex attaccante protagonista con le due maglie negli anni ’70 e ’80: «Con i granata uno scudetto storico, mentre con i giallorossi sono in debito» 

Di Francesco Balzani/Edipress

18 aprile

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Il gemello del gol di Pulici, Cuor di Leone. O semplicemente Ciccio. Campione d’Italia col Torino, quasi campione d’Europa con la Roma e soprattutto campione del Mondo con l’Italia. Tra il 1970 e il 1988 Francesco Graziani è stato tra i più grandi bomber italiani a parlare la lingua universale del gol e il suo carattere espansivo lo ha fatto diventare un’icona assoluta di tutto il Paese. Nato a Subiaco, in una famiglia che di certo non se la passava bene, ha scalato rapidamente la scala che lo ha portato dalla Bettini Quadraro all’Arezzo in B. Poi la vita in granata dove ha segnato 122 gol e vinto il tricolore con Radice nel 1976. L’ultimo squillo del Toro in Serie A che ha rischiato di ripetere pure a Firenze dove ha perso lo scudetto di un punto. Poi il ritorno a Roma, nella Roma di Falcao e Pruzzo. E anche qui grandi applausi e le lacrime dopo Liverpool e Lecce. In mezzo, ovviamente, il Mondiale del 1982 impreziosito da un gol al Camerun. Ciccio non ha smesso di essere icona anche dopo la carriera da calciatore. Prima da allenatore poi da personaggio televisivo.

Intanto come sta visto che, soprattutto per lei, è stato un anno durissimo?

«Devo ringraziare Dio che mi ha salvato. Me la sono vista brutta, ho rischiato di morire cadendo da una scala. Ora faccio il nonno e sto bene». 

Ma poi qualcuno del Torino l’ha chiamata?

«Sì, m’ero arrabbiato perché mi avevano chiamato tutti tranne loro. Poi mi ha telefonato Cairo e ci siamo chiariti».

A proposito di Torino, se lo sarebbe aspettato in zona retrocessione?

«No, è un mistero perché questa squadra ha dei valori come Belotti o altri. Nelle ultime gare però ho rivisto lo spirito del vecchio cuore granata e sono convinto che giocando così si salverà». 

Lei ha vissuto un Toro decisamente diverso. C’è l’impressione di aver vinto meno di quello che quella squadra per quanto era forte potesse vincere?

«Non c’è nemmeno da fare da paragoni con quello attuale. C’è stato un episodio che purtroppo ci ha frenati e mi riferisco al rapimento del nipote del nostro presidente Pianelli. Però abbiamo visto uno scudetto storico, l’ultimo trofeo vero del Toro. Non per falsa modestia, ma con un paio di stranieri come avvenne anni dopo, quella squadra avrebbe vinto tutto pure in Europa».

C’è stata una coppia meglio assortita di Pulici-Graziani nella storia?

«Forse dopo di noi giusto Vialli e Mancini nella Sampdoria, ma oggi anche Lukaku e Lautaro ci somigliano. Hanno fatto gli stessi nostri gol dopo 30 giornate anche se va detto che le difese oggi aiutano molto e poi conteggiano pure gli autogol. Ho giocato con altri grandi attaccanti come Pruzzo o come Bettega e Rossi in Nazionale, ma l’intesa che avevo con Paolo non l’ho avuta con nessun altro». 

Qual era il vostro segreto? 

«Non eravamo gelosi l’uno dell’altro e in campo non ci scontravamo mai. Sapevamo sempre quale posizione prendere. Poi eravamo diversi, anche nel vestire: io ero da Rolling Stones e lui da Beatles. Eravamo rivali ma mai gelosi, volevamo dimostrare di essere i migliori. Giocavamo solo per il bene della squadra. E poi avevamo i cross di uno come Sala. Non mi pare poco».

E invece qual è stato il segreto di quel Mondiale? 

«La compattezza del gruppo, il fatto di remare tutti dalla stessa parte. Dico la verità , nessuno si aspettava di vincere quel Mondiale ma rivedendo la rosa oggi mi chiedo perchè non avremmo dovuto pensarlo. Le vittorie con Argentina e Brasile ci hanno aiutato a capirlo». 

In quegli anni l’Italia come Nazionale era decisamente diversa. Gente come lei, Pruzzo, lo stesso Pulici o Nela faticavano a trovare spazio. 

«Ma ci rendiamo conto di chi giocava in Italia? Penso a uno come Savoldi quanti gol farebbe. Oggi con tutto il rispetto va in Nazionale chi non ha mai giocato in Serie A. Ai miei tempi in panchina finiva Boninsegna, oggi c’è Berardi». 

E poi Paolo Rossi... 

«Dalla sua morte non credo ci riprenderemo più. È stato un colpo al cuore terribile. Ma così come lo sono state quelle di Scirea e di Di Bartolomei. Nel suo caso anzi mi sento pure un pò in colpa». 

Cioè? 

«Tutti noi non abbiamo capito cosa avesse dentro. Parlava poco, è vero, ma forse dovevamo intervenire».

Dopo due stagioni alla Fiorentina dove ha sfiorato lo scudetto ecco proprio quella Roma. E anche qui si poteva vincere di più vista la potenza di quella rosa.

«Con la Roma sento di avere un debito di riconoscenza, perché ho più ricevuto che dato e mi dispiace essere arrivato solo a 30 anni. Potevamo e dovevamo vincere di più, eravamo una squadra incredibile. Ci siamo andati vicini».

Rigiocherebbe Roma-Liverpool o Roma-Lecce? 

«Due dolori enormi, ma ti dico Roma-Liverpool perché con qualche accortezza avremmo cambiato il destino nostro e del club. Una Coppa dei Campioni è qualcosa di unico. Con il Lecce invece nessuno se lo aspettava, ma partite così capitano una volta ogni 100 anni. Speravo capitasse ad altri».

Se chiude gli occhi di quel periodo romanista quale primo pensiero felice le viene in mente? 

«La Curva Sud, la passione dei tifosi. Giocavamo alle 14.30 ma alle 13 lo stadio già era pieno. Una volta in un Roma-Juventus finito 3-0 Platini sgranò gli occhi vedendo quel muro umano. Io gli dissi: “Caro Michel alla Juve vincerai pure più scudetti, ma qui saresti stato un Dio”».

E lui?

«Sorrise, sapeva che avevo ragione».

Orfeo Pianelli e Dino Viola, Radice e Liedholm. Oggi non ci sono più, chi le viene in mente più spesso? 

«Tutti grandi personaggi, ma Radice è quello a cui devo di più umanamente e professionalmente. Era un allenatore moderno, studiava il calcio olandese in maniera ossessiva. Quando segnavo un gol invece di farmi i complimenti mi diceva: “Ne dovevi segnare altri due". All’inizio mi lamentavo, poi ho capito. Ha insegnato a non accontentarmi e questo ha pagato molto».

È  vero che spesso la faceva allenare da difensore?

«Certo! Soprattutto nelle partitelle del giovedì. Questo perché capitava con le rose ridotte di dover ricoprire anche quel ruolo. Pensa che in un Juve-Torino mi fece coprire Bettega».

E con Liedholm?

«Anche a lui devo tantissimo soprattutto perché mi ha fatto crescere da un punto di vista tecnico nonostante avessi 30 anni. All’inizio non lo capivo, parlava poco e lo dovevi intendere da uno sguardo. Poi è andata meglio. Ha fatto crescere tecnicamente tanti giocatori». 

Anche la Roma, almeno in campionato, non naviga in buone acque.

«Anche questo è inspiegabile. Ma non è pensabile avere approcci come quello col Bologna. Non vedo senso di appartenenza, oggi i giocatori non vivono la città . Noi parlavamo con baristi, macellai, tassisti. Oggi vivono sui social e questo non gli fa capire nemmeno l’importanza di un derby». 

Se dovesse regalare un giocatore del suo Toro e della sua Roma alle due squadre attuali, chi sceglierebbe? 

«Ce ne sono troppi, posso scegliermi?». 

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