Il cuoio

La Roma da sogno di Damiano Tommasi

Parla l'Anima Candida giallorossa: "Per 10 anni ho corso per Totti. Che delusioni contro Atletico Madrid e Liverpool"

Ventidue anni e poco più di 70 presenze in Serie B con la sua Hellas Verona. Ma pure l’oro nell’Europeo Under 21 e gli occhi di tante big su un campionato che all’epoca sfornava piccoli campioni. Si presenta sottovoce Damiano Tommasi nella calda estate del 1996 in una Roma stravolta dall’arrivo di Bianchi e col caso Totti più bollente che mai. Con la faccia pulita, poche parole e tanti ricci in testa. Quasi una mosca bianca nel circo del calcio. Si è preso sonori fischi, forti applausi e uno scudetto da assoluto protagonista. Ha convinto Zeman, Capello e Spalletti. È diventato un’icona del calcio pulito tanto da ridursi l’ingaggio a 1500 euro al mese dopo un pauroso crack nel 2004 in cui si ruppe tutto ciò che un calciatore si poteva rompere: crociato anteriore, crociato posteriore, collaterale mediale esterno e interno, due menischi, i condili e il piatto tibiale. Ha rifiutato altre maglie italiane e concluso la carriera tra Spagna, Inghilterra e Cina. Oggi ha 46 anni, sei figli, una scuola, tante passioni e un libro da pubblicare proprio sulla storia della Roma. Ha lasciato la poltrona di presidente dell’Associazione Calciatori, ma non l’amore per il calcio. E a sentirlo parlare il calcio avrebbe di nuovo bisogno di lui.

Partiamo dalla scuola, come procede?

"Pochi giorni fa abbiamo festeggiato i 20 anni della sua costituzione (il progetto educativo bilingue è su bambiebimbi.it). Tre dei miei figli ne avevano frequentato una simile in Spagna, a Valencia, dove io giocavo nel Levante. Abbiamo asilo nido, scuola dell’infanzia, primaria e media. Trecentoquindici iscritti e centinaia di richieste di iscrizione. Da laureato sono dirigente scolastico. Ma mica faccio solo quello".

Parliamone.

"Sono presidente e giocatore del Sant’Anna in seconda categoria anche se il campionato è fermo per il Covid e devo dire che mi manca maledettamente indossare i pantaloncini. Poi c’è il tamburello, la produzione di vini veneti, sto attento a ciò che accadrà alle prossime elezioni. E infine la mia carriera da scrittore (ride, ndr)".

Di che si tratta?

"Dall’editore Gribaudo per Feltrinelli mi hanno chiesto di raccontare 50 campioni della Roma, un po’ come ha fatto anche Demetrio Albertini per il Milan. Il libro uscirà il 29 aprile, quindi ci siamo. Ci sono tanti aneddoti personali e alcuni spunti che credo interessanti. Non è la prima opera che scrivo".

Cinquanta campioni, molti li ha vissuti da vicino. Quale è stato quello a cui è ancora oggi più legato?

"Ho conosciuto persone meravigliose come Aldair o Cafu, ma quelli con cui ho legato di più anche dopo la fine della carriera sono stati senza dubbio Delvecchio e Perrotta. Con Simone ho condiviso più dopo la Roma che durante. Cassano è quello che mi ha fatto più arrabbiare, poteva fare sempre la differenza. Sempre. Poi ora ho capito che è un errore provare a cambiarlo".

E quello di epoche prima della sua e anche dopo con cui avrebbe voluto giocare?

"Mi sarebbe piaciuto giocare nella Roma di Liedholm, per la filosofia e per il modo in cui si viveva il calcio. E poi avrei voluto avere l’onore di affiancare Giacomo Losi che è stato uno dei fondatori dell’Associazione Calciatori e un grande giocatore. Ci ho parlato spesso a Trigoria".

Quando Giacomino Losi divenne “Core de Roma”

Si gioca Roma-Ajax. Nel 1997 era solo un’amichevole ma cambiò parte del destino giallorosso. Ci ricorda lei perché?

"Perché segnai di rovesciata nell’altra partita del triangolare contro il Borussia Mönchengladbach e poi perché conservai la maglia numero 14 dell’Ajax senza nome che è messa bene in primo piano nel mio ufficio. Quando sono andato ad Amsterdam anni dopo in Champions capii ancora meglio il mito di Cruijff".

Ok, e poi?

"Scherzo ovviamente. Quello era provino per Totti anche se fa sorridere chiamarlo così. Segnò due grandi gol e tutto si mise a tacere. Era il mio primo anno a Roma, venivo dalla B e non conoscevo bene le dinamiche che avevano portato a quello scontro con Carlos Bianchi. Ricordo che non era una sera normale e che si parlava di Litmanen al suo posto. Da quel giorno in poi è cambiato tutto e mi è toccato correre per lui per 10 anni".

Poi Zeman e Capello, come ha fatto a convincerli entrambi?

"Col boemo fu facile. Mi voleva già quando era alla Lazio e mi r trovò alla Roma. Il mio modo di giocare sposava il suo credo e a lui sono rimasto sempre molto affezionato. Con Capello è stato un altro percorso, forse non ero l’ideale per lui come centrocampista, ma l’ho avuto per 5 anni e per me fu una sfida avvincente. Ho giocato in quella posizione e in una Roma piena di campioni. Un esame importante".

Nel 2001 la consacrazione. Capello disse che era stato più decisivo di Batistuta o Totti.

"Eravamo rimasti solo in due a centrocampo a inizio stagione visti gli infortuni ad Emerson e Assuncao. Toccò a me e Zanetti e alla fine non andò male dai. Lo scudetto ancora me lo ricordano quando torno a Roma, vuol dire purtroppo che si è vinto poco dopo, ma i Friedkin mi pare abbiano le idee chiare".

Nel 2004 fu l’unico calciatore di Serie A a guadagnare 1500 euro al mese.

"L’infortunio che avevo rimediato con lo Stoke City fu terribile. Dopo aver avuto l’ok medico volevoprovare a tornare a essere un calciatore. Non avrei voluto far correre rischi economici alla Roma. Quindi mi sono deciso di fare il contratto, lasciando perdere il discorso economico".

A proposito di semifinali. Ha visto sfumare due volte quella Uefa. Ha bruciato di più l’eliminazione nel ’98 con l’Atletico o quella col Liverpool nel 2001, visti gli arbitraggi?

"Vincere ad Anfield e non passare il turno ha bruciato molto, potevamo vincerla quella coppa. E fu una delle poche volte che mi arrabbiai con un arbitro (Garcia Aranda, ndr), l’altra volta fu con Moreno al Mondiale di Corea-Giappone. Ma io vedo il lato positivo: come per l’Inter quest’anno anche quella Roma una volta uscita dalle coppe si è potuta concentrare solo sul campionato e l’ha vinto. Con l’Atletico qualche episodio ci ha penalizzato ma tutto sommato avevano meritato".

Dieci anni di Roma e c’è stato anche il periodo in cui veniva fischiato.

"È stato un periodo abbastanzaclungo a dire il vero. Non ero apprezzato, ma un professionista deve concentrarsi su quello che sa fare e basta. Non si può piacere a tutti anche se a volte andrebbero moderati i termini. C’è chi è abituato a tapparsi le orecchie, chi trova la carica, chi ci resta male. Non so quale sia la più giusta".

Oggi gli insulti arrivano soprattutto via social.

"Bisogna educare digitalmente i ragazzi. In questo siamo indietro. Io collaboro con una NoProfit che si occupa di sensibilizzazione sui social. Da genitori vogliamo che i nostri figli si comportino bene quando escono di casa, oggi si esce virtualmente sui social e lì è più difficile controllarli. Ma bisogna avere la stessa attenzione, perché quello spazio è ancora più grande e pericoloso".