Stankovic-Inter: dammi il CINQUE

Aleksandar, preso lo stesso numero di papà Dejan, non vede l'ora di debuttare in Serie A dopo tanti anni nelle giovanili nerazzurre
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Stankovic-Inter: dammi il CINQUE

Ettore IntorciaEttore Intorcia

Pubblicato il 6 settembre 2026, 09:04

«Ma dove sono finiti tutti?». Deve esserselo chiesto più volte anche lui quella sera di marzo. Il 10 marzo, anno 2013. A San Siro si gioca in notturna, e fa freddo. Dall’altra parte c’è il Bologna, ma è un dettaglio. Dejan Stankovic si guarda intorno. Cerca Julio Cesar tra i pali, ma vede solo Carrizo. Guarda avanti e di Milito non c’è più traccia, al suo posto un altro argentino, Palacio, ma non è la stessa cosa. Dove sono andati Eto’o, Sneijder, Pandev? Cerca Cambiasso per un comodo appoggio, ma El Cuchu è rimasto in panchina. Come Chivu. Guarda a destra, dove una volta c’era Maicon, e trova Pupi, l’uomo ovunque: il capitano è sempre lui, una garanzia, chilometraggio illimitato. Non si è ancora messa male, Gilardino deve ancora segnare l’1-0 decisivo, basta aspettare un paio di minuti. Al decimo della ripresa Deki alza lo sguardo, la lavagnetta indica il suo numero, Stramaccioni lo aspetta in panchina per buttare dentro quel ragazzino croato, Kovacic. Potrebbe essere suo figlio? Non esageriamo, non è ancora così vecchio. Però tre figli li ha già: Stefan ha 13 anni, Filip ne ha 11, Aleksandar appena 8. Gli piace il pallone, aspettano di entrare nel settore giovanile dell’Inter, e poi chissà… Papà Deki lascia il campo, mancano ancora due mesi e forse neanche lui può immaginare che quella è l’ultima volta che gioca per l’Inter, che quella è l’ultima volta che la maglia numero 5 ha sulle spalle il suo cognome, Stankovic. Stan-ko-vic.

Sabato 22 agosto, tutti a San Siro alle 18.30. Serata calda, come ti sbagli? È la prima gara della nuova stagione, nuovi sogni, nuove ambizioni, nuova maglietta. Uno scudetto e una coccarda sul petto, ma se è vero che conta solo quello che c’è davanti, lo stemma dell’Inter, un’eccezione questa volta va fatta. Tutti in piedi ad aspettare quel momento: a un certo punto, nella ripresa, Chivu fa un cenno ai suoi collaboratori, la lavagnetta indica che entra il numero 5. Quel cognome lì, Stan-ko-vic. «Non vedo l’ora di sentire gridare il mio nome», ha raccontato Aleksandar quando l’Inter ha ufficializzato la sua ricompra dal Bruges. «C’è troppa emozione, un’emozione che non so spiegare. Ho iniziato a giocare a calcio per l’Inter, perché il mio sogno era giocare a San Siro. Sono veramente contento di rivedere lo stadio da giocatore e non solo come tifoso», spiega il centrocampista ai canali ufficiali del club.

Quella sua maglietta

Inguaribili romantici, i tifosi nerazzurri. In questa storia di ritorni e di eredità, mancava solo il dettaglio strappalacrime. Quello della maglietta. Perché oltre al nome, papà Deki gli ha lasciato anche un un numero, il suo, il 5. Già visto all’opera nelle prime amichevoli estive. E quella maglia è già tutta un programma. «Papà è veramente emozionato, anche più di me. Io, i miei fratelli, mia mamma: per noi che siamo una famiglia interista, con un papà che ha vinto tutto con l’Inter, questo è un sogno. Siamo tutti troppo contenti e sono sicuro che mio padre è fiero di me».

Sia chiaro, per Aleksandar è stato tutto meno scontato di quello che si può pensare. Un posto nel centrocampo dell’Inter non si eredita per diritto di nascita, come se fosse una farmacia o uno studio legale. Ci ha dovuto mettere molto del suo, tutto. Oltre la tecnica, oltre la mentalità, oltre tutto quello che ha dimostrato nell’anno di Erasmus trascorso al Bruges, il giovane serbo nato a Milano ha dovuto dimostrare di essere pronto e di non volere altro addosso che la maglia nerazzurra. Nelle prime settimane di mercato, prima ancora che l’Inter perfezionasse il riacquisto dal Bruges, c’è stato il pericolo di finire ancora altrove, forse questa volta per sempre. Sirene dall’estero, dal’Inghilterra, possibili offerte da una quarantina di milioni di euro di fronte alle quali, chissà, l’Inter avrebbe anche potuto vacillare. Per la serie: posso resistere a tutto, ma alle plusvalenze no. Aleksandar è stato chiaro, determinato, a tratti testardo: «Io voglio giocare nell’Inter». L’ha ripetuto più volte, è stato convincente. E le prime immagini diffuse sui social con la maglietta, la numero cinque, sono state più rassicuranti di qualunque dichiarazione.

Tutto per Chivu

L’innesto di Stankovic in prima squadra dà immediata continuità all’operazione Pio Esposito, che un’estate fa, di rientro dal prestito allo Spezia, si era guadagnato la conferma sul campo, con un Mondiale per Club giocato da protagonista. Il garante di quella operazione, come del ritorno definitivo di Aleksandar, è sempre Cristian Chivu. Lo ha conosciuto piccolissimo, lo ha visto crescere nel settore giovanile, lo ha seguito con attenzione durante l’anno trascorso al Bruges, mesi fondamentali durante i quali il centrocampista ha costruito un percorso importante, anche a livello di nazionale. «Chivu ha avuto un grande impatto nella mia carriera, mi ha trovato in Primavera che ero un bambino, mi ha insegnato tantissimi aspetti in campo e fuori. Mi ha dato una grossa mano, mi ha fatto capire cosa è il calcio, conta quello che fai in campo», aveva spiegato Stankovic junior nelle scorse settimane.

Il giovane serbo è la sintesi di più giocatori. Ha la visione di gioco di un regista, il senso del gol e il tempo dell’inserimento da incursore, ha la fisicità di un mediano più strutturato da schierare davanti alla difesa, ideale per garantire solidità e filtro anche quando la squadra è sbilanciata in avanti. Segna di destro, anche dalla distanza, e segna di testa. I cross di Federico Dimarco e i corner di Calhanoglu lo stanno già ingolosendo, ma c’è una piccola controindicazione: dalla bandierina potrebbe essere lui a mandare in gol gli altri, visto che il tecnico considera il suo destro raffinatissimo. Può diventare gradualmente il perfetto alter ego del turco, fino a raccoglierne l’eredità la prossima estate, quando Hakan, a contratto scaduto, potrebbe davvero andare via. Perfetto per giocare nel 3-5-2, offre anche la soluzione di una mediana a quattro, con due interni di centrocampo, per avere uno o due trequartisti, come da variazioni sul tema pensate e provate da Chivu. Offre, in definitiva, un’idea di futuro per i prossimi cinque-dieci anni. Lui, Barella e Sucic: corsa, qualità, dribbling, ce n’è abbastanza per tutti i gusti. Dategli il cinque.

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