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Mille volte Mourinho

Mille volte Mourinho

Il 12 settembre contro il Sassuolo una panchina da record per il nuovo allenator della Roma

Massimo Perrone

8 ottobre

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Mille volte Mourinho. Il 12 settembre all’Olimpico, giorno di Roma-Sassuolo, facendo le somme sono mille partite: 11 al Benfica, 20 all’União Leiria, 127 al Porto, 321 in due diversi periodi al Chelsea, 108 all’Inter, 178 al Real Madrid, 144 al Manchester United, 86 al Tottenham e quella contro il Sassuolo la quinta sulla panchina giallorossa. Ventuno anni e venticinque trofei dopo quella sera all’Estádio do Bessa, quando esordì con una sconfitta. Il Benfica dopo appena 4 giornate aveva detto addio a Jupp Heynckes, non uno qualunque: campione del mondo e d’Europa da giocatore, pluricampione di Germania da allenatore del Bayern, era arrivato a Lisbona nel 1999 l’anno dopo aver vinto la Champions League col Real Madrid. Mourinho aveva 37 anni, veniva dalle esperienze come vice di Bobby Robson al Porto, dello stesso inglese e poi di Louis van Gaal al Barcellona; fu contattato da Eládio Paramés (suo futuro portavoce) e si mise in macchina a Setúbal. Sentì alla radio “il Benfica ha un nuovo allenatore, è Toni” e arrivò deluso a Lisbona. Ma era una voce di copertura. Il presidente João Vale e Azevedo gli disse: “Io non capisco niente di calcio. Tu sì. Il posto è tuo”. Il 23 settembre 2000, sopra giacca e cravatta, Mou indossò un vistoso giaccone a vento rosso e blu, enorme, un paio di taglie più grande della sua, e fece appena in tempo ad accomodarsi in panchina che il Boavista era già in vantaggio: un pregevole tocco di prima, dopo 2 minuti, di Carlos Eduardo Ventura detto Duda, un brasiliano che proprio il Benfica aveva portato in Europa ma senza mai farlo giocare. Finì così, 1-0, e fu il nono risultato utile di una striscia-record di 11 del Boavista contro una squadra con cui aveva perso 8-2 (nel 1935/36) e 8-0 (nel 1940/41) le prime due trasferte nella storia dei loro confronti diretti in campionato. Nel Benfica c’era anche Poborsky, futuro eversore dell’Inter il 5 maggio 2002 (in maglia Lazio, naturalmente), fra gli avversari Pedro Emanuel, poi campione d’Europa nel 2004 proprio col Porto di Mou. Che quella sera di settembre, all’Estádio do Bessa, vide la sua squadra chiudere in 10 per l’espulsione di Maniche, reo di aver detto qualche parola di troppo a un assistente. Le telecamere, era l’88’, inquadrarono in panchina un Mourinho quasi impassibile, le labbra appena atteggiate a un “mah!”. Dida segnò in tutto 10 gol in quel campionato vinto proprio dal Boavista, una delle due sole eccezioni (insieme al Belenenses del 1945/46) in mezzo a 85 “scudetti” conquistati dalle tre grandi del Portogallo, Benfica, Porto e Sporting. Mourinho lasciò la panchina delle Aquile a dicembre dopo appena 11 partite, coppe comprese, perché era cambiato il presidente. “Chi ha vinto le elezioni aveva idee completamente diverse. Non potevo continuare”. Gli subentrò Toni: sì, proprio quello del “falso” annuncio alla radio di 3 mesi prima.

Mourinho: dopo il Benfica União Leiria e poi Porto

Il 20 gennaio 2002 Mourinho è sulla panchina dell’União Leiria che pareggia 1-1 alle Azzorre contro il Santa Clara, in 10 contro 11, con un gol all’89’ di Derlei (ricordatevi questo nome) mentre il Boavista, che gli aveva rovinato l’esordio da tecnico, stavolta gli fa un favore indiretto battendo 2-0 il Porto. La piccola squadra dove Mou è arrivato 6 mesi prima è quarta in classifica tra i due giganti, un punto in meno del Benfica e uno in più del Porto, che caccia Octávio Machado - alla sua ultima esperienza in panchina - e chiama proprio lui. “Eravamo in aeroporto in attesa del volo per il continente, alcuni giocatori del Leiria vennero da me dicendo ‘Mister, congratulazioni!’. Io chiesi: per cosa? Mi risposero ‘vai a Porto, oggi ha perso di nuovo’. Risposi: no, siete matti, non vado da nessuna parte. E invece...”. Il cambio in corsa è ammesso dal regolamento, Mourinho si presenta spavaldo (“L’anno prossimo saremo campioni”), chiude il campionato al 3° posto e poi mantiene la promessa. Anzi, fa molto di più, perché nelle due stagioni successive vince tutto: due campionati, una Coppa e una Supercoppa di Portogallo, una Coppa Uefa e una Champions League. Il primo trionfo europeo arriva a Siviglia nel giorno della 100ª panchina di Mou, finalista-Uefa dopo aver rischiato grosso col Panathinaikos nei quarti (0-1 in casa, 2-0 dts ad Atene) e travolto la Lazio in semifinale (4-1 e 0-0). Il 21 maggio 2003 il Porto va in vantaggio con Derlei, tap-in sul tiro di Alenichev respinto dal portiere, e poi segna il 2-1 con Alenichev, che sfrutta un filtrante di Deco, ma entrambe le volte Larsson pareggia di testa. A 5’ dalla fine dei supplementari decide Derlei, il brasiliano che Mou aveva preso a inizio stagione dal suo vecchio Leiria: prima fa espellere Baldé, poi sfrutta una palla vagante in area, dribbling e destro secco, toccato sia dal portiere Douglas sia da Laursen sulla linea senza riuscire ad evitare il 3-2 che regala anche la classifica cannonieri a Derlei, con 12 gol contro gli 11 di Larsson. “Quella finale non è stata la più grande vittoria né la più grande gioia ma, in termini di intensità, è stata la più grande partita della mia carriera. Ho vinto un sacco di titoli, sono stato coinvolto in molte partite incredibili ma quanto a tensione ed emozione la sfida contro il Celtic le batte tutte”. Parola di Mou, che 3 mesi fa su Instagram ha ancora ricordato quel 3-2 nel giorno dell’anniversario, il 21 maggio: “La coppa è nel museo del Porto, ma almeno ho potuto tenere il pallone”.

Alla 100ª lo “Special One” conquista la Coppa Uefa con il Porto sul Celtic “La più grande partita della carriera”

Vi prego di non chiamarmi arrogante, ma sono campione d’Europa e credo di essere speciale. Se avessi voluto un lavoro facile sarei rimasto al Porto: una bella sedia blu, una Champions League, Dio, e dopo Dio, io”. La conferenza stampa di presentazione al Chelsea, 10 luglio 2004, è celeberrima: nasce il mito dello Special One. Che alla prima stagione inglese riporta il Chelsea sul trono del campionato dopo mezzo secolo esatto, con 12 punti di vantaggio sull’Arsenal, e vince anche la Coppa di Lega, 3-2 dts al Liverpool, ma non riesce a difendere la Champions vinta l’anno prima (Porto- Monaco 3-0) uscendo in semifinale contro i reds. Per arrivare a quel derby europeo Mou aveva eliminato due corazzate, Barcellona e Bayern, e la 200ª panchina della sua carriera era stata quella nell’andata degli ottavi contro i blaugrana. Chelsea in vantaggio al 33’, quel 23 febbraio 2005 al Camp Nou: cross di Duff, goffo autogol di Belletti. Mourinho, cappottone grigio e sciarpa nera, si alza dalla panchina, alza il pugno destro al cielo e poi applaude freneticamente. Drogba si mangia il raddoppio e nella ripresa si fa espellere: piuttosto severo il secondo giallo, preso cercando di contendere al portiere Victor Valdés una palla toccata all’indietro di petto da Belletti. Otto minuti dopo, al 64’, al posto di Giuly entra in campo un giovane argentino, il ventenne Maxi Lopez (sì, proprio il futuro marito di Wanda Nara; se ne aveste perso le tracce, nel 2020/21 ha segnato 3 gol in serie C con la Sambenedettese). All’esordio in Champions e alla seconda partita in assoluto con il Barça, è lui a decidere la rimonta: segna l’1-1 dopo una splendida finta, scocca un tiro sballato trasformato nel 2-1 da Eto’o, sfiora anche il tris. Furibondo il post-partita di Mourinho, che sostiene di aver visto l’allenatore avversario Rijkaard entrare durante l’intervallo nello spogliatoio di Frisk e getta ombre sulla successiva espulsione di Drogba. L’arbitro svedese riceve minacce di morte per lui e la sua famiglia e decide addirittura di lasciare il calcio. Nel ritorno a Stamford Bridge c’è Collina: 3-0 lampo in 19’ per il Chelsea, la successiva doppietta di Ronaldinho - un rigore e un capolavoro dal limite - darebbe la qualificazione al Barça ma al 76’ Terry, di testa, firma il 4-2 e il passaggio del turno del Chelsea. Mou viene squalificato in vista dei quarti di finale. È nata qui l’aspra rivalità col suo vecchio Barcellona, dimenticando i festeggiamenti per la Copa del Rey del 1997, quand’era secondo di Robson e dal balcone di Plaça de Sant Jaume urlò ai tifosi blaugrana: “Hoy, mañana y siempre con el Barça en el corazón”...

Mourinho vince la Premier League con il Chelsea

Negli ottavi di finale della Champions 2005/06 il Barcellona si prende la rivincita su Mourinho (anche perché stavolta Terry fa un autogol), ma il portoghese riconquista la Premier dopo essersi aggiudicato anche il Community Shield. Nella stagione successiva i due traguardi principali sfuggono contro il Liverpool (ai rigori, nella semifinale Champions) e il Manchester United (col Chelsea secondo a -6 in campionato), ma il portoghese mette in bacheca le due coppe inglesi: 2-1 all’Arsenal nella League Cup e 1-0 al 116’ allo United nella FA Cup, tutti e 3 i gol nelle finali firmati dal favoloso Drogba che chiude la stagione a quota 33. Il 23 dicembre 2006, nella partita numero 300 di Mourinho, l’ivoriano si limita ad allargare le gambe al 93’ per far passare il 3-2 di Robben sul campo del Wigan: classico gol con il copyright dell’olandese, che prende palla sulla trequarti, sterza verso il centro e manda all’angolino il sinistro da fuori area sotto la curva festante dei tifosi blues. È la prima delle 3 reti stagionali di Robben, alla sua peggior annata nei campionati top, mentre il telecronista dice “Chelsea do it again” perché 6 giorni prima un altro 3-2, in casa dell’Everton, era arrivato all’87’ grazie a Drogba. “Non sono orgoglioso, sono molto triste. Non meritavamo di vincere questa partita. Ma sembra che la squadra si senta a suo agio nelle situazioni difficili”, è il commento post-partita di Mourinho, che 9 mesi dopo lascerà il Chelsea.

L'Inter chiama Mourinho, la sua presentazione è uno show

Io non sono pirla”, no di sicuro, la famosa frase della presentazione all’Inter (3 giugno 2008) trova conferma già all’esordio sulla panchina nerazzurra, 82 giorni dopo, con la conquista del 13° trofeo personale, la Supercoppa italiana vinta ai rigori sulla Roma il 24 agosto. E naturalmente a fine campionato, col primo dei due scudetti nelle due stagioni italiane. Quella del triplete è iniziata da un mese e mezzo quando Mourinho è a Cagliari, il 20 settembre 2009, per la sua partita numero 400. Si alza in piedi, elegante con la sua camicia bianca, durante il minuto di silenzio per ricordare le vittime di Kabul (i 6 parà morti tre giorni prima) e, quando comincia l’incontro, va sotto dopo 16 minuti: Maicon spinge Matri, rigore contro l’Inter per la prima volta dopo 53 partite di campionato, lo trasforma Jeda. Per il Corriere della Sera nel primo tempo l’Inter “gioca a ritmo di Mondiali Master over 90”, e la ripresa vede il Cagliari sfiorare subito il raddoppio con un palo di Dessena. Ma bum-bum Milito firma il sorpasso tra il 51’ e il 56’: prima sfruttando un errato disimpegno avversario, Conti si era fatto rubare palla da Eto’o, poi trasformando un assist di Stankovic che l’aveva messo solo davanti a Marchetti. Mou esulta con i due indici puntati più volte verso il basso, ma 2 minuti dopo si fa cacciare per proteste: Astori, già ammonito, ferma fallosamente Balotelli, il portoghese urla “Non è da giallo?”, Orsato lo manda via come aveva già fatto il 15 marzo contro la Fiorentina. Dopo la fine Mourinho sale sul pullman senza parlare, Branca riporta le sue parole: “La mia è stata solo una protesta fisica, ho mimato il fallo del giocatore del Cagliari che avrebbe dovuto prendere il secondo giallo. Non ho detto parolacce”. Otto mesi dopo Milito chiuderà con 30 gol la sua prima stagione interista, la migliore della carriera, firmando tutti i 3 trofei: un gol per la Coppa Italia (1-0 alla Roma, 5 maggio), uno per lo scudetto (1-0 a Siena, 16 maggio) e la doppietta-Champions (2-0 al Bayern, 22 maggio). L’ultima coppa, la più importante, è stata appena festeggiata quando Mourinho dà l’addio all’Inter entrando nella macchina mandata da Florentino Pérez, il presidente del Real Madrid, che lo stava aspettando fuori dal Bernabeu.

Mourinho al Real Madrid ed è subito record

Aprile 2011: un mese cruciale. Sabato 2 il Real Madrid perde in casa 1-0 contro il Gijon - gol di de las Cuevas, poi meteora allo Spezia in serie B - mettendo fine a una clamorosa striscia di Mourinho: 150 risultati utili in casa in campionato (125 vittorie e 25 pareggi) tra Porto, Chelsea, Inter e Real, una serie positiva iniziata addirittura nel 2002. Martedì 5 i blancos triturano il Tottenham (4-0 contro un avversario presto ridotto in 10 dall’espulsione di Crouch) nell’andata dei quarti di finale di Champions rendendo una formalità il ritorno di mercoledì 13, la partita numero 500 del portoghese. E comunque vincono di nuovo (1-0) grazie a una clamorosa papera del portiere brasiliano Gomes sul tiro da 30 metri di Ronaldo, il 29° dei suoi 135 gol in quella Champions ospitata per l’ultima sera a White Hart Lane, stadio violato in Europa per la prima volta proprio dal Real con un altro 1-0 nel 1985 in Coppa Uefa. Nell’imminenza dei 4 clasicos in 18 giorni contro il Barcellona, le interviste post-partita a Londra registrano questa frase di Mou: “Farò le prove con 10 giocatori, visto che me ne hanno sempre espulso uno contro di loro, sia quand’ero al Chelsea che poi all’Inter”. Il primo commento sul sito di Marca lo coglie in castagna: “Curioso che parli di questa cosa dopo che il Tottenham, all’andata, si è visto espellere un giocatore al 15’. Ah, chiedo scusa, i ‘rossi’ a favore del Real non contano. Che ipocrita...”. Ma in effetti, il 16 aprile, Raul Albiol viene espulso sullo 0-0, al Bernabeu finisce 1-1, il Barça resta a +8 e si avvia verso il trionfo nella Liga; il 20 aprile a Valencia ad andar fuori è Di Maria, ma i supplementari sono praticamente finiti e la Copa del Rey va al Real grazie a un colpo di testa di Ronaldo; e il 27 aprile, dopo lo 0-2 firmato a Madrid da una doppietta di Messi col Real in 10 sullo 0-0 per il “rosso” a Pepe, Mou - anche lui mandato fuori, per proteste, da Stark - esplode nella famosa conferenza stampa dei “Por qué” dopo l’andata della semifinale di Champions. “Se dico quello che penso all’arbitro e all’Uefa, la mia carriera finisce qui”. Invece arriveranno “solo” 4 giornate di squalifica più una con la condizionale (poi ridotte a 3+1) ufficializzate dopo l’1-1 del 3 maggio al Camp Nou - stavolta senza espulsi... - che qualificherà il Barcellona per la finale poi vinta sul Manchester United. Nel 2012 Mourinho vince la Liga, diventando il primo allenatore a conquistare i campionati di Inghilterra, Italia e Spagna (record che Ancelotti cercherà di eguagliare, nel 2021/22, sempre sulla panchina dei blancos), e naturalmente nel suo caso i Paesi conquistati sono 4 perché il primo era stato il Portogallo. Una Liga trionfale, col record di punti (100) e di gol (121). Ad agosto la Supercoppa spagnola strappata all’eterno rivale Barcellona è il suo 20° trofeo personale, ma resta l’ultimo a Madrid perché nel campionato 2012/13 finirà 2° a -15 dai 100 punti che stavolta faranno i blaugrana, in Champions si arrenderà per la terza volta consecutiva in semifinale (travolto dal poker di Lewandowski con la maglia del Borussia Dortmund) e in Copa del Rey perderà ai supplementari in finale contro l’Atletico (Cristiano Ronaldo espulso, e pure lo stesso Mou). Sulla strada del derby, il 15 gennaio 2013, ecco la sua partita numero 600. Che finisce meglio di quella precedente, un deludentissimo 0-0 sul campo dell’Osasuna ultimo nella Liga, perché l’andata dei quarti di finale, in coppa, la vince 2-0 contro il Valencia al Bernabeu: sblocca il risultato Benzema, chiudendo una velocissima azione impostata da Essien e rifinita da Khedira, e il raddoppio se lo segna da solo Guardado, cercando di anticipare Higuain sul cross da sinistra di Fabio Coentrão toccato dal portiere Guaita. E stavolta Mou non si può lamentare dell’arbitro, che non vede un rigore su Jonas e fischia 3 o 4 volte un fuorigioco inesistente fermando il lanciatissimo Soldado.

La stagione del ritorno in Inghilterra: Mourinho ancora sulla panchina del Chelsea

La stagione del ritorno al Chelsea, 2013/14, si conclude senza trofei. Mourinho resta a secco per la prima volta da quando al Porto, nel 2003, ha iniziato a vincere (escludendo naturalmente il 2007/08, quando aveva lasciato i blues a settembre). Tutt’altra storia nel 2014/15, chiuso col suo terzo successo in Premier a +8 sul Manchester City dopo aver messo in bacheca anche la Coppa di Lega, col 2-0 al Tottenham in finale. La partita numero 700 di Mou era arrivata proprio in League Cup negli ottavi di finale sul campo dello Shrewsbury, una squadra di “serie D”, il 28 ottobre 2014. Il record di spettatori al Greenhous Meadow ancora resiste: 10.210, fra cui 1.720 ospiti. Drogba segna a inizio ripresa, con un sinistro al volo su assist di Salah, ma al 77’ ecco il sorprendente 1-1: flipper impazzito dopo un corner, la palla sbatte su Obi Mikel, in area piccola c’è Mangan (entrato da 2 minuti) che la mette dentro anticipando Filipe Luís e poi, con un sorriso grande così, corre impazzito buttandosi per terra mentre il telecronista dice che quel gol ha mandato lo stadio “into a delirium”. Quattro minuti dopo, però, Grandison fa harakiri di testa in tuffo, cercando di anticipare Drogba ma infilando il proprio portiere. E Mourinho esulta, pugno verso il basso, infagottato in un giaccone blu. Andrew Mangan, nato a Liverpool, zero presenze in Premier in carriera, nel 2018 ha giocato 2 partite nei preliminari di Europa League con i gallesi del Bala Town che sono riusciti a farsi eliminare dai sanmarinesi del Tre Fiori (primo e unico passaggio di un turno europeo per la squadra che ha sede nel castello di Fiorentino). L’allenatore che portò quello Shrewsbury in “serie C”, Micky Mellon, adesso è tornato in League Two (al Tranmere Rovers) e pochi mesi fa ha pubblicato un libro intitolato The First 100 Days: Lessons in Leadership From the Football Bosses. Boss come Mou, naturalmente.

Con lo United vince a Bournemouth la 900ª: «Sono il tecnico più fortunato nel primo tempo potevo perdere 6-2!»

Voglio tutto. Voglio vincere partite, voglio giocare bene, voglio far giocare i giovani, voglio segnare gol e non voglio subirne”. La conferenza stampa di presentazione al Manchester United, 5 luglio 2016, è nel suo stile. La campagna acquisti è faraonica: quasi 200 milioni di euro per Pogba, Bailly e Mkhitaryan, più Ibrahimovic che arriva gratis. L’inizio è luccicante: 2-1 al Leicester di Ranieri nel Community Shield, il 7 agosto, deciso da un colpo di testa di Ibra all’83’. E la stagione si concluderà con 3 trofei, aggiungendo la League Cup (3-2 al Southampton, stavolta Ibrahimovic firma una doppietta e la zuccata decisiva arriva all’87’) e l’Europa League (2-0 all’Ajax, con lo svedese a fare il tifo in stampelle): gli ultimi, a tutt’oggi, sia per Mourinho sia per lo stesso ManU. La partita numero 800, il 26 gennaio 2017, è il ritorno della semifinale di Coppa di Lega sul campo dell’Hull City, contro una squadra che a fine stagione retrocederà dalla Premier. Dopo il 2-0 dell’andata all’Old Trafford, firmato da Mata e Fellaini, il ko per 2-1 è indolore anche se interrompe una striscia di 17 risultati utili fra campionato e coppe, in quel 2016/17, e un’imbattibilità durata oltre 42 anni, dal novembre 1974, contro lo stesso Hull City. Che va in vantaggio con un rigore di Huddlestone, viene freddato dal pari di Pogba e chiude 2-1 col primo gol per le Tigri del 26enne Niasse, all’esordio da titolare, appena arrivato dall’Everton dove stava giocando fuoriquota nel torneo U23. Curiose le dichiarazioni di Mourinho a fine partita: “Non abbiamo mica perso. Ho visto la rete di Pogba e poi il loro fantastico gol: 1-1”. Il motivo? Quel presunto fallo che aveva originato il rigore dell’1-0, in effetti, non giustificato granché neanche da 4 replay...

Mou, esonerato dallo United, va al Tottenham

Secondo in Premier nel 2017/18 (ma a -19 dal City), Mourinho comincia malissimo ad agosto 2018 il suo terzo campionato alla guida dello United. Dopo lo 0-3 a Old Trafford contro il Tottenham, già la seconda sconfitta in 3 giornate, esplode: “Sapete qual è il risultato? 3-0. E sapete cosa significa? Significa tre Premier League, quelle che ho vinto io nella mia carriera. E ho vinto più campionati io che tutti gli altri allenatori messi insieme, che arrivano a due. Quindi esigo rispetto, rispetto e rispetto”. La partita numero 900 la vince 2-1 a Bournemouth e stavolta, alla fine, dice di essere “il manager più fortunato della Premier, perché nel primo tempo potevamo star sotto 6-2”. Invece dopo l’1-1 dei primi 45’, con il gol di Wilson rimontato da Martial, al 92’ vince il ManU: numero di Pogba sulla sinistra, cross, Rashford stoppa la palla di petto nell’area piccola, ha una strana esitazione ma poi batte Begovic di sinistro. È il 3 novembre 2018. Un mese e mezzo dopo Mourinho viene esonerato quand’è al 6° posto a -19 dalla capolista Liverpool, che lo ha appena battuto 3-1: il peggior inizio di campionato, per lo United, da quando (1992) è nata la Premier. Con una buonuscita di 22 milioni nelle tasche (sue e dello staff, ma soprattutto sue...) Mou viene ingaggiato a novembre 2019 dal Tottenham: dura 17 mesi, la sua avventura più breve da quando ha lasciato il Portogallo e l’unica senza trofei dal Porto in poi, anche perché l’esonero arriva 6 giorni prima della finale di League Cup contro il Manchester City (poi comunque persa 1-0 dagli Spurs, con Mason in panchina): cosa che l’ha portato a dichiarare recentemente “nella mia carriera ho vinto 25 trofei e mezzo, perché quella finale non l’ho giocata”. Così la millesima partita, che se fosse rimasto a Londra sarebbe stata il 16 maggio contro il Wolverhampton, è Roma-Sassuolo del 12 settembre. Alla guida di una squadra arrivata 7ª nell’ultimo campionato: Mourinho non era mai ripartito così dal basso, neanche al Leiria che nel 2001 veniva da un 5° posto nella Primeira Liga.

Tratto dal Guerin Sportino numero 10 di Settembre 2021

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