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Napoli, cento anni contro il destino
Dal sogno di Ascarelli a Maradona, dal fallimento ai quattro scudetti: il secolo del Napoli racconta molto più di una semplice storia di calcio

Paolo Marcacci/Edipress
Pubblicato il 1 agosto 2026, 08:00
Una società che non nacque per stare al suo posto. Nacque per contraddirlo. In ogni senso possibile e immaginabile. Una maglia che da cento anni non coincide mai soltanto con una classifica: la attraversa, la piega, la subisce e a volte la riscrive. È una squadra che ha finito per raccontare un luogo più ancora che una storia sportiva. Per questo, inevitabilmente, il suo centenario riguarda anche chi non ha mai indossato una sciarpa azzurra.
Le origini: Giorgio Ascarelli e una squadra nata per farsi riconoscere
Il primo agosto 1926 vede la luce l’Associazione Calcio Napoli, voluta da Giorgio Ascarelli. È una data che gli almanacchi custodiscono con il dovuto rigore delle ricorrenze, ma già allora si intravede qualcosa che sfugge ai registri. Perché Napoli, nel calcio italiano, non cerca semplicemente un posto: cerca un riconoscimento. Siamo passati al presente di ciò che non muta, da allora ad ora. I primi decenni scorrono tra stagioni alterne e figure che lasciano il segno. Attila Sallustro è il primo idolo popolare; poi arriveranno il talento di Omar Sívori, il fiuto del gol di José Altafini, la sicurezza di Dino Zoff tra i pali, la modernità di Luís Vinício, prima in campo e poi in panchina. Nel 1962 il Napoli conquista una Coppa Italia pur giocando in Serie B: resta un’impresa irripetuta, quasi un avvertimento che questa maglia avrebbe imparato a battere strade diverse da quelle degli altri. Nel 1968 il club assume l’attuale denominazione di "Società Sportiva Calcio Napoli". Gli anni Settanta portano qualità, ambizione, piazzamenti importanti. Antonio Juliano diventa il volto di una squadra che si avvicina allo scudetto, pur senza riuscire ad afferrarlo. Sembra il destino di una città costretta a sfiorare la felicità.
Maradona cambia il significato del Napoli
Poi arriva il 5 luglio 1984. Diego Armando Maradona entra nel lessico di Napoli prima ancora che nella sua formazione. Ci sono acquisti che rafforzano una squadra e acquisti che ne cambiano il significato. Il suo appartiene alla seconda specie. Da quel momento il Napoli non rappresenta più soltanto una possibilità tecnica: diventa un principio di realizzabilità. Gli anni che seguono consegnano il primo scudetto nel 1987, insieme alla Coppa Italia; la Coppa UEFA del 1989; il secondo tricolore nel 1990, la Supercoppa italiana nello stesso anno. Il primo alloro il resto d'Italia si sforza di catalogarlo come un exploit meritato ma dal seguito impossibile, quelli che seguono dimostrano a un'intera nazione che la geopolitica del calcio nel Paese è cambiata, che una città l'ha sovvertita. Attorno a Maradona agiscono campioni come Careca, Giordano, Ferrara, Alemao, De Napoli. Ma il dato che resiste al tempo non è soltanto il numero dei trofei. È la sensazione che, per una volta, le latitudini del calcio italiano abbiano smesso di essere una condanna.

Dal fallimento alla rinascita con De Laurentiis
Come tutte le grandi storie, anche questa conosce il riflusso. Gli anni Novanta spengono lentamente quella luce; arrivano le difficoltà economiche, la retrocessione, il fallimento del 2004. Sembra la parola fine, invece è soltanto un’altra pagina. Con Aurelio De Laurentiis il Napoli riparte dalla Serie C, ricostruisce pazientemente la propria credibilità e torna a essere una presenza stabile ai vertici del calcio italiano. Nel frattempo lo stadio "San Paolo" assume il nome di "Diego Armando Maradona": un’intitolazione che ha il sapore della gratitudine più che della celebrazione; l'istituzionalizzazione di un uomo che già in vita era un nume tutelare.

Il quarto scudetto e un club che ha imparato a vincere ancora
Il terzo scudetto arriva nel 2023, pilotato da Luciano Spalletti, con i gol di Victor Osimhen e il talento luminoso di Khvicha Kvaratskhelia. Il quarto, nel 2025, porta la firma di Antonio Conte. Due successi diversi per natura, protagonisti e identità tattica: la migliore dimostrazione che il Napoli non vive più soltanto di memoria e che dopo aver vinto rivince, come fanno i veri grandi. Questo secolo di calcio azzurro parla anche a chi osserva senza appartenenze: il Napoli ha attraversato il tempo come fanno i simboli e a volte i folli; alternando splendore e fragilità, senza perdere la capacità di evocare qualcosa che sappia andare oltre il risultato. Alla fine, gli almanacchi registreranno date, presidenti, allenatori e trofei. È il loro mestiere. Ma la storia del Napoli continua a custodire una verità che nessuna statistica riesce a contenere: ci sono città che abitano una squadra, e squadre che finiscono per assomigliare a una città. Al compimento del centesimo anno, comprendiamo una volta di più che poche lo hanno fatto con la stessa intensità del Napoli.
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