Messi per sempre

La remuntada argentina, marketing contro Egitto, Yakin come Rappan e superiorità europea
Messi per sempre
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Stefano OlivariStefano Olivari

Pubblicato il 8 luglio 2026, 10:26

Cosa deve fare Lionel Messi per essere considerato più di Maradona? Domanda che aveva cittadinanza da ben prima della clamorosa remuntada ai danni dell’Egitto, con tanto di aiutino-marketing perché il terzomondismo va bene per i voti ma quando si fa sul serio un po’ meno. A 39 anni quasi tutti i grandi della storia del calcio si erano già ritirati, a partire da Maradona, e chi era ancora in campo era una versione minore di sé stesso. Il Messi attuale invece, pur trotterellando e cercandosi la posizione a seconda del momento della partita (in calciatorese: giocare fra le linee), fa la differenza sul serio e non da vecchia gloria. Inoltre fra lacrime e tutto il resto ha una connessione emotiva con il pubblico, anche con quello neutrale (quello che comunque vuole che Messi vada avanti), che nei suoi giorni migliori non aveva o non mostrava. Poi ci sta che chi ha avuto Maradona come icona generazionale, noi per primi, faccia ragionamenti del tipo “Eh, ma il senso del dramma e della tragedia che ti dava lui…”, ma un marziano senza sentimenti preferirebbe sempre Messi. Il quale, va detto, già in Qatar si era portato sulle spalle un’Argentina non tanto meglio di quella del 1986 o del 1990. 

Dopo l’amarissima eliminazione, e non solo per i 2 gol di vantaggio mal gestiti, Hassan ha parlato apertamente di partita truccata, con Letexier che al di là della gestione dei falli a centrocampo avrebbe ribaltato tre situazioni decisive: ll gol annullato a Ziko (si era sullo 0-1 per l’Egitto) per fallo di Attia su Lisandro Martínez, il fallo su Fathy nell'area argentina e soprattutto l’inizio dell’azione che ha portato al 3-2 di Enzo Fernandez, con un sospetto fallo da rigore di Alvarez su Salah. In effetti è incredibile non la convalida del gol, che ci stava, ma che il VAR non sia intervenuto almeno per invitare l’arbitro a valutare con calma. Infantino non è il burattinaio di tutto, come a tanti (di solito gli sconfitti) fa comodo dire, ma era il primo a non augurarsi una semifinalista uscita da un quarto fra l’Egitto e la sua Svizzera, peraltro poco aiutata. 

A proposito, per la qualificazione ai quarti della squadra di Yakin l’aggettivo ‘storica’ sarebbe usato a proposito. Perché è vero che questa situazione si era già verificata 3 volte ma in Mondiali ben diversi da quelli di oggi: nel 1934 in Italia dopo avere battuto ai sedicesimi i Paesi Bassi la nazionale elvetica perse 3-2 con la Cecoslovacchia, nel 1938 dopo avere eliminato la Germania la squadra di Rappan perse dall'Ungheria e nel 1954 nel Mondiale casalingo la squadra ancora guidata dall'inventore del catenaccio fu eliminata dall’Austria 7-5 nella famosa battaglia di Losanna (all’epoca tutto veniva definito ‘battaglia’). Poi 72 anni di speranze e anche di buone prestazioni, senza però mai il guizzo o il buco in tabellone in cui infilarsi. Comunque un’impresa per un paese di 9 milioni di abitanti, anche se paesi più piccoli (Uruguay, Olanda, Croazia) hanno fatto meglio. 

I quarti di finale di questo bellissimo Mondiale dicono che nonostante fallimenti (su tutti la Germania, ma anche la Turchia) e squadre impresentabili (Scozia, Repubblica Ceca e Svezi) la vecchia Europa ha ancora in gioco 6 squadre su 8, il 75% a fronte di una partecipazione del 33%. Per il Sudamerica soltanto l’Argentina salvata da Messi, dal suo enorme carattere e dall’arbitro, per l’Africa il Marocco con il 69% dei convocati formatisi a livello giovanile in paesi europei, 6 in Francia e Spagna, 3 in Olanda e Belgio. Non c’è quindi bisogno di essere eurocentrici per sostenere che ancora nel 2026 il motore del calcio sia l’Europa, anche se il Mondiale potrebbe essere rivinto dall’Argentina e il Brasile era comunque da corsa. Considerazione che non porterà in automatico a più di 16 squadre qualificate per il 2030, anche se in pratica saranno 18 (Spagna e Portogallo qualificate di diritto), ma darà forza all’idea di Infantino, diffusa dai suoi fedelissimi, di riservare qualche posto a un superplayoff a cui far accedere le migliori per ranking fra le non qualificate. Mancini o Conte (per qualche click in più citiamo anche Ancelotti, la non tanto pazza idea delle ultimissime ore legata a Maldini direttore tecnico) dovranno insomma impegnarsi per non essere della partita.

stefano@indiscreto.net
 

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