Calcio

La guerra per Baggio

©  Bartoletti

Trent'anni fa il raduno della Nazionale iniziò in un clima assurdo, con alcuni tifosi della Fiorentina che insultarono e tentarono di aggredire un po' tutti. Mai un paese ospitante si era avvicinato così ad un Mondiale...

Il giorno più triste nella storia della Nazionale italiana non coincide con inaspettate sconfitte sul campo, che pure non sono mancate, ma con la squadra aggredita proprio a casa sua, a Coverciano, da suoi teorici tifosi. Accadde domenica 6 maggio 1990, 30 anni fa, al raduno degli azzurri di Vicini in vista del Mondiale che sarebbe iniziato un mese dopo. Migliaia di tifosi della Fiorentina non accettavano l’ormai imminente passaggio di Baggio alla Juventus e quel pomeriggio senza un vero perché scaricarono la loro rabbia sulla Nazionale.

Che per sua sfortuna si era ritrovata pochi giorni dopo la finale di andata di Coppa UEFA fra Juventus e Fiorentina, vittoria bianconera 3-1 fra polemiche e dichiarazioni di fuoco. Ma a scatenare la rabbia di una città, non soltanto degli ultras, era stata soprattutto l’operazione Baggio, in cui la poca chiarezza dei Pontello (che ancora non avevano venduto a Cecchi Gori) si sommò alle indecisioni del giocatore, che non era contrario a partire, tanto è vero che aveva un discorso aperto anche con il Milan, ma che non voleva passare per traditore.

Ma se il caso Baggio a trent’anni di distanza non è ancora stato totalmente spiegato, la realtà di quel pomeriggio a Coverciano fu evidente fin da subito. Tremila tifosi della Fiorentina, malissimo disposti, attesero per ore l’arrivo degli azzurri e contestarono pesantemente tutti. Il più astuto fu De Agostini, che arrivò insieme alla moglie alle 13.40, oltre tre ore prima dell’appuntamento fissato per le 17, quando anche i contestatori più motivati erano a pranzo. Abile anche Marocchi, che arrivò più tardi ma su una Lancia Delta targata Firenze. Ma per gli altri non ci fu scampo.

A partire da Schillaci, non ancora l'eroe delle notti magiche, arrivato su una Lancia Thema Blu poco prima delle 16. Pochissimi poliziotti e carabinieri in giro, nonostante la guerriglia fosse ampiamente annunciata. L’auto di Schillaci venne presa a calci, l’attaccante della Juventus insultato e ricoperto di sputi. Insulti anche a Boniperti, capodelegazione azzurro, anche lui su una Thema, che sfruttando la sua esperienza non rispose e riuscì ad entrare nel centro sportivo azzurro senza troppi danni. Andò decisamente peggio a Berti, passato dalla Fiorentina all'Inter nel 1988, che due settimane prima aveva mostrato agli ultras della Fiorentina il dito medio dopo aver segnato un gol a San Siro. Berti rispose alla sua maniera ai contestatori, così l’ultimo mezzo chilometro prima di Coverciano lo dovette percorrere dentro un’auto dei Carabinieri, che lo salvarono in extremis da un pestaggio. Più o meno così andò a tutti gli altri azzurri arrivati poco prima delle 17, anche a chi c'entrava zero con la Juventus o con un'operazione di mercato contestata. 

Fra uno spintone e un calcio si temette il peggio. Al punto che alle poche forze dell’ordine presenti davanti a Coverciano si aggiunse un inutile elicottero, peggiorando un’atmosfera già da guerra. Al presidente federale Matarrese i pliziotti consigliarono di non presentarsi e di rimanere nel suo albergo a Firenze, ma all'ultimo decise di rischiare e piomnbò a Coverciano su un'auto a sirene spiegate, scortata da tre moto della Polizia. Nessuna nazionale di un paese ospitante il Mondiale aveva mai lavorato in una situazione simile. E Baggio? Il suo arrivo fu accolto da applausi tiepidi, le sue parole (“Speriamo che la mia storia non finisca male”) ambigue come tutto il suo comportamento in quei giorni. Certo è che la Nazionale non c'entrava niente.