Calcio

GS Nostalgia / I 70 anni di Pierino Prati: "Oggi la maglia non conta più"

Prima puntata della nuova rubrica GS Nostalgia, in cui ogni settimana proporremo un'intervista ad un ex protagonista del calcio italiano di ieri: troverete tanti campioni acclamati dalle folle, ma non solo. Come aprire il baule dei ricordi e trovarvi dentro anche chi ha avuto meno fortuna, ha sfiorato la gloria o l'ha vissuta in modo effimero. Buona lettura! Pierino Prati oggi compie 70 anni. Nato a Cinisello Balsamo (Milano) il 13 dicembre 1946, è stato uno degli attaccanti italiani più in vista tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà del decennio seguente. L'ex bomber ci racconta tutta la sua vita nel calcio tra gioie, dolori e le riflessioni sul mondo pallonaro attuale.

Sei un prodotto del vivaio del Milan. Come è stato per un ragazzo respirare l'aria di un club ai vertici del calcio europeo?

Ho iniziato a giocare come tanti bambini della mia età, tra campagna e oratorio. Feci la conoscenza di due coetanei, Luigi “Gino” Maldera e Nello Santin, che mi spinsero ad unirsi a loro e fare un provino per il Milan. A quei tempi, era il 1960, non era semplice per un ragazzino fare la spola con Milano. Ma incontro e convinco Nils Liedholm, unendomi ai rossoneri. Alla fine, il tragitto per allenarmi lo feci in moto con mio zio.

Il tuo primo campionato, in C con la Salernitana, lo vinci e segni 10 gol. Non male per un diciannovenne.

Sì, certamente, non male. Feci 8 gol nelle prime gare. Poi però mi infortunai gravemente, rompendomi una gamba. Mi fratturai la tibia e dovetti stare fuori 4 mesi: la medicina non era quella di oggi e persi di fatto metà stagione. Rientrai nelle ultime due partite, segnando altrettanti gol, e andammo in Serie B.

Il Milan ti fa debuttare e poi ti invia in prestito al Savona. Altri 15 gol.

Esordii in Serie A con Silvestri, ma non potevo trovare molto spazio dato che c'erano campioni come Sormani ed Amarildo. Lasciai di nuovo Milano per giocare altrove ed andò molto bene: fui capocannoniere della squadra.

Il tuo primo anno di ritorno al Milan, fai il botto: scudetto, capocannoniere, Coppa delle Coppe, esordio in Nazionale e titolo europeo con gli azzurri. Un anno incredibile, quel 1968!

All'inizio trovai di nuovo poche occasioni per mettermi in mostra. Tutto iniziò ad andare meglio dopo aver ottenuto la fiducia di Rocco, che mi responsabilizzò e mi fece esordire in Coppa delle Coppe contro il Malmö. Poi andò tutto in discesa, fu una stagione bellissima. Arrivò anche il titolo di Campione d'Europa con la Nazionale: giocai la prima finale contro la Jugoslavia, saltando la ripetizione per un problema fisico. Al mio posto giocò Riva.

Nel 1969 hai il dolce ricordo della finale di Coppa dei Campioni contro l'Ajax, vinta anche grazie alla tua tripletta.

Un sogno che si è avverato: un'occasione speciale ed indimenticabile.

Ci parli della tua convocazione last-minute per i Mondiali in Messico?

Come tutti sanno, si fece male Anastasi. La federazione chiamò prima Boninsegna, senza rintracciarlo, e quindi me. Io e lui alla fine partimmo insieme per il Messico. Fui molto sorpreso perché in quel momento ero infortunato.

In riferimento a quell'esperienza, ci fu il fattaccio dell'esclusione di Giovanni Lodetti, tuo compagno nel Milan.

Fu una brutta storia, una botta forte per tutti i compagni.

Immaginiamo la tua frustrazione per non aver giocato neanche un minuto.

Credo di essermi giocato il Mondiale nell'ultima amichevole d'allenamento prima dell'esordio: avevo smaltito l'infortunio, mi impegnai allo spasimo per guadagnarmi la fiducia di Valcareggi ma mi fregò l'altura. Avevo corso troppo e “scoppiai”.

Negli anni '70 dovesti fronteggiare tanta concorrenza in attacco per una maglia azzurra!

La presenza di un campione come Riva lasciò poco spazio ai suoi concorrenti. Da parte mia, ho il rammarico per essermi fatto male all'inizio della gestione Bernardini, dopo aver fatto parte della squadra che aveva giocato contro la Jugoslavia. Non immaginavo che quella sarebbe stata la mia ultima partita in azzurro.

L'avventura al Milan, nel frattempo, era però già terminata.

Venivo dalla grande delusione dello scudetto perso nella “Fatal Verona”. Buticchi era diventato il nuovo proprietario del Milan e in attacco giocavo con Bigon e Chiarugi. Vincemmo di nuovo la Coppa delle Coppe ma in quell'anno soffrii molto per la pubalgia, soprattutto nella seconda metà della stagione.

Arriviamo al tuo trasferimento nella Capitale. Quale fu l'impatto con Roma?

Purtroppo, la pubalgia continuò a tormentarmi: il primo anno arrivai a giocare con un cinto speciale, che portai per 6-7 mesi. Quando la malasorte decise di lasciarmi finalmente in pace, ricominciai a segnare anche nella Capitale. In quella Roma si fecero notare diversi elementi del settore giovanile: Rocca, Peccenini, Di Bartolomei...Agostino...un ragazzo favoloso ma non spensierato e gioioso come molti suoi coetanei. Era sempre un passo avanti rispetto a quelli della sua età. Un'esperienza che ricordo con grande piacere, in modo particolare per il contatto con un pubblico stupendo: l'anno scorso sono stato invitato a Roma per un incontro-ricordo con alcuni tifosi, organizzato tramite Facebook. Una bella soddisfazione.

Lasciata la maglia giallorossa, risali lo Stivale per vestire la casacca della Fiorentina.

Andai in viola, dove in panchina c'era Mazzone che mi aveva richiesto. Non fui molto fortunato, perché lo mandarono via dopo 11 partite e da quel momento in poi non giocai praticamente più.

Come diversi tuoi colleghi italiani all'epoca della NASL, provasti per un breve periodo l'esperienza americana.

Sì, parecchi italiani in quel periodo tentarono l'avventura nella NASL statunitense. Vi giocai poco, tra marzo ed aprile del 1979. Mi ricordo che il mio esordio fu nientemeno che contro i Cosmos di Pelé, Chinaglia e Beckenbauer. Ma era un altro tipo di calcio.

Il rientro in Italia coincide con il ritorno a Savona, per gli ultimi campionati in C2. Poi, il cambio di ruolo: ecco la panchina. Parlami del Pierino Prati allenatore.

Frequentai il corso di Coverciano come tanti ex colleghi. La prima esperienza fu a Lecco in Interregionale. Poi alla Solbiatese: vennero rispettati i programmi ma i procuratori cominciavano ad essere di peso. Ci furono dei contrasti sulla gestione del gruppo e dell'allenamento. Andai via. Poi ho lavorato con Gallaratese, Bellinzago e Pro Patria.

Di cosa ti occupi oggi?

Sono rientrato nel Milan, grazie alla proposta di Braida e Galliani di lavorare come testimonial per le scuole calcio, gestite da Filippo Galli. Opero come supervisore di 11 scuole calcio, società-satellite che lavorano per il club rossonero. Accogliamo i bambini dai 7-8 anni, ci occupiamo di scouting e li accompagniamo nella crescita.

Ti piace il calcio odierno?

Non tanto. Oggi il valore della maglia conta pochissimo. Dal settore giovanile alla prima squadra riescono a farcela in pochi: girano troppi soldi, il calcio è cambiato molto anche dal punto di vista fisico, ed è ormai tutta tecnologia.

Ed il Milan attuale?

Mi piace poco. Provo un po' di tristezza per la sua situazione. Da qualche anno non gioca più a grandi livelli, necessita ancora di tempo ma ha l'imperativo di tornare grande. Mihajlović ha un occhio attento per i giovani di qualità. Giusto citare ad esempio, Donnarumma: ha ancora grandi margini di miglioramento. L'età conta poco se un giocatore è bravo. Bisogna avere maggiore coraggio per puntare sui giovani italiani.

Auguri, campione.

Fabio Ornano

@fabio_ornano